Se Londra va a Manchester
di Michele Serra
Sarebbe bello se funzionasse davvero, la «Downing Street bis» aperta dal premier britannico Burnham a Manchester, la sua città. Non è ordinario decentramento, non è localismo, non è una goffa impuntatura autonomista (tipo il buffo «parlamento del Nord» di memoria bossiana, del quale non rimane nemmeno la polvere). È una specie di sdoppiamento di Londra, è lo Stato che rimane uno solo ma apre bottega anche nel Nord depresso. Come se Palazzo Chigi aprisse una sua seconda sede operativa a Palermo o a Reggio Calabria, e questa sede non fosse in alcun modo un'articolazione delle Regioni: fosse Stato, fosse governo nazionale.
Le polemiche sui costi dell'operazione (ma Burnham replica che costa molto anche convogliare su Londra persone, riunioni, decisioni) sottovalutano il suo significato politico. Ricucire il rapporto sempre più lacerato tra potere e cittadini, e tra centro e periferia (nel caso di Manchester si dovrebbe dire: tra centro e non centro) è forse la sfida più difficile della politica. L'idea che tutto si decida «lontano» coincide con l'idea stessa di Palazzo. È immaginabile che in Inghilterra si dica «tanto decidono tutto a Londra» così come noi diciamo «tanto decidono tutto a Roma». E in questo senso già decidere qualcosa a Manchester (qualcosa che valga anche per Londra, non solo per Manchester) comunica un piccolo brivido di novità.
Riavvicinare «la gente» alla politica è in questo momento, in mezzo mondo, la sfida più difficile. Il problema non è Vannacci (sempre più somigliante ad Alberto Sordi, anche travestito da imperatore), il problema è che a votare, di questo passo, ci andrà meno della metà degli elettori. Tanto hanno già deciso tutto a Londra.
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