Gianni “pel di carota” uso a comandar ubbidendo ai più forti
Davanti al faccione di Donald Trump, sbatte gli occhi, i tacchi e se serve la coda. Porta regali quando può, e il sorriso sempre. A ubbidire piegando la testa davanti al più forte, Gianni Infantino, 56 anni, ha imparato da piccolo, quando i bulli a scuola lo chiamavano “il Carota” per via dei capelli rossi, e in quartiere lo facevano trottare insultandolo come “sporco italiano”, dentro ai margini montani di Briga, paesello del Cantone Vallese, Svizzera franco-tedesca, dove gli immigrati italiani, come i suoi genitori, erano considerati schiavi e zingari e intrusi, buoni solo per diventare carne da cantiere, costruire dighe, qualche volta morirci sotto.
Con quel rancore e quello spavento Infantino, il piccolo di tre fratelli, babbo calabrese, impiegato delle Ferrovie svizzere, mamma casalinga, ha edificato in grande la propria carriera, dal nulla indifeso che era, a imperatore del regno mondiale del calcio, la Fifa, con annessa cassaforte da 11 miliardi di euro, riflettori, potere. E da quella vetta, il proprio mondiale precipizio.
Tre o quattro partite fa, con la faccenda dell’attaccante statunitense Folarin Balogun, riammesso in partita dopo l’espulsione e la squalifica, grazie all’ukase telefonico del Faccione in Capo – “Infantino! Quel fallo non era fallo! Quel cartellino non era rosso! Quell’arbitro non è un arbitro! Provvedi!” – s’è umiliato davanti alle 211 federazioni calcistiche, e ai 6 miliardi mal contati di telespettatori che stanno seguendo con birra, zanzare e noia, la coppa di tute le coppe, un circo a 48 squadre che ostinatamente rincorrono il pallone e le regole del calcio, mentre Gianni Infantino le infrange, inciampando dentro alla propria mappa di inchini diplomatici che ha ricamato intorno ai peggiori bulli del quartiere globale, non solo Donald quest’anno, ma anche Vladimir Putin, con i Mondiali del 2018, lo sceicco del Qatar, con quelli del 2022. Sempre moltiplicando gli incassi e gli sponsor a cominciare da quella paraculissima invenzione degli hydration break, le pause per bere, diventate obbligatorie, che spezzano in due i tempi della partita, raddoppiando la raffica di spot televisivi – soldi, soldi soldi – come a suo tempo denunciò l’immenso Diego Armando Maradona: “Vogliono farci giocare quattro tempi da 25 minuti per infilarci la pubblicità: non mi piace assolutamente!”.
Chi se ne frega di Maradona, avrà pensato a suo tempo Infantino, che nel 2015 è al punto di svolta della sua carriera dentro ai labirinti della Federazione sportiva internazionale, dove da anni nuota in qualità di delfino dietro l’ombra di Michel Platini, detto il Magnifico, Le Roi, presidente della Uefa destinato a succedere a Sepp Blatter, capo supremo della Fifa. È l’anno in cui il cielo del calcio diventa una botola. Precipita Blatter accusato dal tribunale svizzero di truffa e amministrazione infedele e precipita Platini indagato per avere ottenuto 2 milioni di franchi svizzere attraverso false fatture. In quel vuoto spunta Infantino, il nostro eroe, che da indifeso diventa efferato, dal delfino, squalo. E la sua storia un apologo.
Rifinito da una laurea in Legge, e dopo essersi rasato a zero i capelli color carota che lo hanno fatto tanto soffrire, Infantino entra in Uefa nel 2000 dove sale senza fare troppo rumore: da avvocato semplice a responsabile degli Affari legali, anno 2004. Da vicesegretario generale a Segretario generale, anno 2009. Non sfonda le porte, si infila dietro a quelle che Platini apre, una alla volta. Gli porta le carte e il caffè.
È bravo, servizievole, preciso. Parla quattro lingue. Conosce i bilanci, le federazioni, i regolamenti, soprattutto gli uomini. Introduce il fair play finanziario, allarga gli Europei da 16 a 24 squadre, lavora alla Nations League, all’Europeo itinerante. Nei sorteggi televisivi della Champions compare sorridente, rotondo, bonario. Estrae le palline dalle urne. Gli manca solo il grembiule e il vassoio. Nessuno ha paura di lui. Ed è questo il suo vantaggio.
Quando Blatter e Platini finiscono in fuorigioco, lui volta loro le spalle e corre a centro campo. Ha distribuito favori alle federazioni più piccole, le più numerosi e quando si candida incassa tutti i crediti che ha accumulato. Vince con 115 voti, nell’anno 2016. Lancia il “Fifa Forward”, il suo programma di sviluppo e investimenti globali per campi di calcio, scuole, infrastrutture, palloni. I Mondiali salgono a 32 Nazioni partecipanti, le partite a 104. Si moltiplicano gli accordi con i grandi network televisivi. Piovono miliardi.
Quando nel 2018 tocca alla Russia ospitare il campionato, Infantino diventa il migliore amico di Putin, il più sorridente ai summit del Cremlino. Putin ripaga conferendogli “l’Ordine dell’Amicizia”, la prima medaglia della sua nuova carriera, quella di ambasciatore di se stesso.
Poi viene il Qatar, anno 2022. Gli stadi sorgono nel deserto grazie a una moltitudine di lavoratori reclutati dall’Asia e dall’Africa, intrappolati con i contratti capestro, sottopagati, esposti al caldo, agli incidenti, alla morte contabilizzata in (almeno) 6500 vittime. Salgono le proteste e le denunce internazionali. Infantino non vede, non sente.
Alla vigilia del Mondiale, convoca la stampa e pronuncia uno dei discorsi più prodigiosi nella storia dell’ipocrisia sportiva, 19 novembre 2022: “Oggi mi sento qatarino, arabo, africano, gay, disabile, lavoratore migrante”. E poi: “Mi sento uno di loro. So cosa vuol dire essere vittima di bullismo, lo sono stato anch’io. Ho pianto e ho cercato di reagire”. Se la cava facendo la vittima. Poi accusa: “Per quello che l’Occidente ha fatto in 3mila anni di storia, dovremmo scusarci per altrettanti, prima di fare la morale agli altri”. Quindi? “Giochiamo e pensiamo al calcio”.
Dopo Putin e il Qatar, tocca alla Casa Bianca. Corteggia Trump, nel 2020 gli porta una maglia e un pallone. A Davos lo elogia davanti agli imprenditori del mondo. Trump si commuove. Nasce l’amicizia. Si telefonano. Giocano a golf. Il Boss lo aggrega allo staff durante i viaggi negli Emirati. Lo invita stabilmente alla Casa Bianca, entra nelle foto ufficiali e persino nei vertici.
Quando viene rieletto, Infantino è euforico al punto che inventa per lui il “Fifa Peace Prize” il premio per la pace, un finto Nobel con tanto di coppa che gli consegna nel dicembre del 2025, più o meno come avrebbe voluto fare la nostra Giorgia Meloni, anche lei cresciuta underdog. Chissà per quanto reggerà ancora Infantino, dopo l’umiliazione del cartellino rosso, l’inciampo che finirà per archiviarlo, come l’ennesimo (e patetico) potente servo dei potenti.
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