mercoledì 15 luglio 2026

Robecchi

 

Invisibili. Proletari senza rivoluzione: il Paese parallelo che non ci crede più


di Alessandro Robecchi 

C’è un numerino niente male, scritto in piccolo, tipo i bugiardini delle medicine, in fondo alle colonne dei sondaggi. Non lo legge mai nessuno: tutti troppo impegnati a scrutare il più-zero-virgola-uno di questo e il meno-zero-virgola-due di quell’altro, come fosse una corsa di cavalli. Lunedì scorso quel numerino nascosto diceva: “Non si esprime: 27 per cento”.

Ora, lasciamo perdere per un momento la credibilità di un sondaggio a cui più di una persona su quattro risponde “Non mi rompa i coglioni”, la fotografia è abbastanza credibile, visto che poi, quando ci sono le elezioni, quelli che non vanno a votare sono molto più del 27 per cento, sarebbero in effetti il partito di maggioranza relativa e anzi quasi assoluta.

Invisibili.

Se ne parla per qualche giorno, ci si strappa un po’ i capelli proforma, si deplora e poi si vota la volta successiva e gli invisibili sono sempre lì: semplicemente gente che non crede che mandare al governo questo o quell’altro cambierà qualcosa, avrà una qualche ricaduta sulla sua vita, sulla sua condizione, sul suo presente e sul suo futuro.

Ora, questa faccenda dei cittadini invisibili è piuttosto clamorosa, e si intreccia con altre centinaia di migliaia, milioni, di invisibili, di cui ci si occupa quando ogni tanto una ricerca, un rapporto, uno studio ci rivelano quel che sappiamo e fingiamo di non sapere: che una moltitudine di cittadini, italiani e non, vive ai margini, sopravvive in condizioni pietose, sotto la soglia di povertà, esclusa da diritti elementari come lo studio, l’abitazione, il cibo addirittura, per non dire del diritto a curarsi.

L’accusa, si sa, è quella di qualunquismo: se non voti poi non puoi lamentarti, e cose così, che è il prototipo perfetto del dito e della luna. Si guarda il dito (i cattivoni che non vanno a votare) e si ignora la luna: cioè il fatto che una notevole fetta della popolazione costituisce l’esercito del lavoro sfruttato, precario, sottopagato, ricattabile. Dice un recente studio di Polis Lombardia, per fare un esempio, che il 18,8 per cento di chi lavora nella ridente città di Milano – ah! Il modello Milano, che sciccheria! – è sfruttato ai limiti dello schiavismo: dalla filiera della moda alla logistica, dai rider ai fattorini e all’edilizia, dalle finte cooperative allo sfruttamento tout-court. Duecentomila persone, come minimo, che non hanno alcuna speranza di migliorare la propria condizione. Molti stranieri, molti italiani.

Attenzione: non si dice qui che il quaranta e più per cento di chi si astiene alle elezioni sia lumpenproletariat che possiede solo gli occhi per piangere (variante: ha da perdere solo le sue catene), ma è abbastanza certo che tutta quella componente della società, gli schiavi, non lo fa, non ci crede, non si fida, per il semplice fatto che sa perfettamente che non sarà la vittoria di questo o di quello a cambiare le sue sorti. Per farla breve, quello che si scambia per un errore del sistema è il sistema, e senza lo sfruttamento selvaggio del lavoro il Paese non sarebbe quello che ci dicono, e Milano non sarebbe la Milano che si decanta come esempio da seguire. Invisibili ma utili. Buoni per lo scandalo di un quarto d’ora – signora mia! – ma poi basta. Anzi: farabutti, non vanno a votare! Colpa loro! Che insensibili qualunquisti! In sostanza, cornuti e mazziati, e tutti gli altri col naso in su a guardare le piramidi, senza un pensiero minimo a chi le ha tirate su, da schiavo invisibile, da eterno perdente, da proletario senza rivoluzione.


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