Che vuol dire difesa comune?
di Michele Serra
Tra la versione di Conte così come gli è uscita di bocca («buttare miliardi in armi per difendersi da un nemico immaginario, la Russia») e l'idea di una difesa comune europea, non più dipendente economicamente e politicamente dagli Stati Uniti, c'è effettivamente un abisso. Per provare a colmarlo, Schlein potrebbe fare presente a Conte che la difesa comune europea non è un'opzione, è praticamente un passaggio obbligato, sempre che l'Europa voglia emanciparsi dall'America e crescere come attore politico.
La discussione non è se difendersi, è come farlo. Con quale cultura, quale tecnologia, quali armi, quali mezzi e quali fini: chi potrebbe dire di no a un esercito comune europeo che abbia nel suo statuto il diritto alla difesa e il divieto all'aggressione? Tra un'idea integralmente inerme del pacifismo, che ha una storia molto nobile idealmente e molto limitata politicamente, e un'idea di difesa solidale tra i popoli europei, fondata sulla tutela dei cittadini e del territorio, è evidentemente la seconda quella che può realisticamente praticare qualunque partito o coalizione della sinistra democratica. Impossibile che Conte non lo sappia, o non lo capisca.
L'altra opzione — quella che simpatie putiniane e antieuropeiste abbiano un peso determinante — può valere per gli urlatori di poche frange di estrema sinistra, in grado di sviluppare molto fracasso ma con un'influenza politica inesistente, secondo la lunga e ingloriosa tradizione dell'estremismo rosso. Ma i cinquestelle hanno milioni di voti, hanno governato, ormai conoscono la politica. Fa bene Schlein a insistere, non è credibile che sia l'idea, giusta e ragionevole, di una Europa più unita e più autonoma a provocare rotture con Conte.
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