martedì 14 febbraio 2023

On board



In partenza per un’escursione sul monte Parrucchino…

Risate




Daje!

 


Fiji e il Nano

 

Su Zelensky B. dichiara ciò che la sinistra tace
DI MASSIMO FINI
Non userò per Berlusconi il detto che anche un orologio rotto segna l’ora giusta almeno due volte al giorno. Perché Berlusconi è rotto fisicamente, nonostante i miracoli di Zangrillo, ma non mentalmente e le sue uscite, anche le più clamorose, anzi soprattutto le più clamorose, hanno sempre un senso. Con le sue dichiarazioni di domenica, nella giornata del silenzio elettorale, ma l’ex Cav. se ne fotte di queste convenzioni come si è sempre fottuto di tutto, Berlusconi ha avuto il coraggio di affermare, da una posizione comunque apicale e quindi particolarmente esposta alle accuse dei sepolcri imbiancati della sinistra, ciò che la maggioranza degli italiani pensa (il 68 per cento stando ai sondaggi) ma non osa dire. Rivediamo allora interamente queste dichiarazioni riferite a Zelensky ma non solo: “Bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe accaduto. Quindi giudico, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore… Io a parlare con Zelensky, se fossi stato il presidente del Consiglio, non ci sarei mai andato, perché stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili.” Rivolto poi a Joe Biden ha detto: “Per arrivare alla pace, il signor presidente americano dovrebbe prendersi Zelensky e dirgli: ‘è a tua disposizione dopo la fine della guerra un piano Marshall per ricostruire l’Ucraina… bisogna che tu domani ordini il cessate il fuoco anche perché noi da domani non vi daremo più dollari e non ti daremo più armi’. Solo questo potrebbe convincerlo ad arrivare a un cessate il fuoco”.
Che la guerra Russia-Ucraina non sia iniziata il 24 febbraio del 2022 ma nel 2014 con l’annessione della Crimea e in seguito con la violenta repressione da parte dell’Ucraina della popolazione russofona del Donbass, (circa il 38 per cento) dettaglio quest’ultimo su cui i nostri “giornaloni”, per dirla alla Travaglio, hanno agilmente sorvolato, è vero.
È curioso e interessante che Berlusconi si sia messo in rotta di collisione con gli americani che sono da sempre il suo punto di riferimento culturale e politico. Berlusconi è sempre stato un ‘atlantista’ doc.
Perché queste dichiarazioni così rischiose? Per dare una mano al candidato del centrodestra, Attilio Fontana, alle Regionali lombarde? È poco probabile, il rischio non valeva la candela. Lo ha fatto per mettere in difficoltà Meloni? È possibile. Lo ha fatto per far cadere il governo? Impossibile, perché se si facessero nuove elezioni Forza Italia, già ridotta al 7 o all’8 per cento, sparirebbe dalle mappe geografiche della politica italiana.
Non privo di interesse è l’appellativo “questo signore” appioppato a Zelensky. È probabile che Berlusconi, abituato nella sua vita ad avere una posizione dominante e ora messo un po’ da parte, provi rabbia e sia roso dall’invidia (l’invidia è un suo tema dominante, l’ex Cav. pensa che tutti lo invidino, cioè in termini psicanalitici “proietta la sua ombra”) nel vedere quest’uomo senza qualità spadroneggiare in mezzo mondo. Del resto oltre a una questione ucraina dove è giusto stare oggi dalla parte degli ucraini, gli aggrediti, c’è una questione Zelensky molto personale e di tutt’altra natura. Quest’uomo, che scula dappertutto, che è presente ovunque, è venuto a uggia anche a chi sta dalla parte dell’Ucraina. Per quanto riguarda il nostro paese, sono intollerabili le continue intromissioni nella vita culturale italiana. Si è cominciato con il ‘caso’ Boris Gudonov dove si voleva impedire agli artisti russi di partecipare a quest’opera, in pratica eliminandola dal cartellone della Scala. Importante in quell’occasione è stata la presenza alla Prima del nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che non era scontata, come a dire che la Scala, il massimo teatro operistico del mondo, è italiana e non ucraina. E si è andati avanti con altre intrusioni questa volta vincenti. In una lettera al Fatto esponenti del Donbass hanno ricordato che l’ambasciatore Melnyk ha ordinato ai sindaci di Bergamo e Brescia la cancellazione del concerto del pianista russo Denis Matsuev, ottenendola. In precedenza era stato annullato il concerto di Valentina Lisitsa e il balletto di Sergei Polunin. Rivolta a Giorgia Meloni la lettera concludeva così: ci chiediamo chi comanda in Italia? Lei o l’ambasciatore ucraino che rappresenta Zelensky?
Molto sgradevole, fino allo sgarbo, è stato il comportamento di Zelensky nei confronti di Giorgia Meloni. È vero che la settimana scorsa Macron e Scholz non avevano invitato a una cena con Zelensky la nostra presidente del Consiglio, ma Zelensky avrebbe dovuto avere la buona grazia di pretendere la presenza anche di Giorgia Meloni. In fondo all’Ucraina abbiamo dato 1 miliardo di euro che servirebbero molto alla nostra economia disastrata.
In quanto alla sinistra, o cosiddetta tale, ha dimostrato ancora una volta la propria inconsistenza. Si potrebbe dire che Berlusconi l’ha battuta sul tempo, captando la sensibilità e gli umori della maggioranza della nostra popolazione. Ma non sarebbe esatto. È dal quel dì che la sinistra non capisce più l’elettorato, probabilmente nemmeno il proprio.

Elezioni travagliate

 

Mortatti
di Marco Travaglio
I risultati delle Regionali erano purtroppo scontati. Le tre destre al governo, malgrado i disastri dei primi 120 giorni, vanno ancora di moda e ci vorrà del tempo prima che i loro elettori ammettano davanti a se stessi di essersi fatti fregare. Dall’altra, in mancanza del famoso campo largo, c’è il campo di Agramante dove tutti litigano su tutto. Ma i numeri dicono che oggi neppure l’impossibile alleanza M5S-Pd-Azione/Iv&C. avrebbe potuto battere Fontana e Rocca, che superano il 50% dei votanti. Ci sarebbe poi il Primo Polo, il 60% di astenuti, che non sanno più come esprimere il loro schifo. Ma anche stavolta, dopo un paio di giorni di frasi fatte, se ne fregheranno tutti, ben felici che a votare vada solo chi controllano loro. Quanto ai voti di lista, anche quelli seguono il copione: la Meloni vampirizza Lega e FI, ma Salvini in Lombardia non crolla sotto il 10%, anche se le cede il primato. E deve ringraziare: senza l’effetto-Giorgia, quella catastrofe ambulante di Fontana difficilmente sarebbe ancora lì. Nel Lazio invece nessun trompe l’oeil ha potuto mascherare gli scarsi risultati della giunta Zingaretti, discreta sulla pandemia ma disastrosa su ambiente, rifiuti, sanità e nomine: così il Pd perde il Lazio dopo otto anni. I 5Stelle confermano di andar peggio alle Regionali che alle Politiche, dove i voti di opinione contano più di quelli controllati e un leader popolare come Conte fa la differenza.
Due parole di conforto per Letizia Moratti e chi la spacciava per la carta vincente contro Fontana. Quando, a novembre, Ollio&Ollio la soffiarono astutamente alla destra con cui aveva governato fino a quel giorno come vicepresidente e assessora alla Sanità, facendo un gran favore alla destra che non sapeva dove metterla, un coro di tromboni e trombette iniziò a molestare il Pd perché la imbarcasse su due piedi: era l’asso nella manica per battere la destra con l’omeopatia. Salvati: “Al Pd serve Moratti”. Marcucci: “Con Letizia si vince”. Pinotti: “Va valutata, sennò rischiamo di perdere”. Morani: “Con lei il Pd può disarticolare il centrodestra”. Letizia Bricchetto Arnaboldi Cazzaniga Ajroldi in Moratti Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare fu poi adottata dai migliori portafortuna su piazza: il rag. Cerasa (“L’opzione Moratti per il Pd”), Polito el Drito (“Non c’è nessuna ragione per condannarla come voltagabbana”), De Benedetti (“Il Pd non sia schizzinoso e appoggi Moratti. Se prende la Lombardia, cade il governo”) e Cappellini di Rep (“Il Pd non deve vergognarsi a fare un patto con Moratti”). Risultato: alle Politiche del 25 settembre Azione e Iv fecero il 10% in Lombardia; alle Regionali la Moratti, sostenuta anche da +Europa, fa il 9%. Ma forse fanno ancora in tempo a candidarla alle primarie del Pd.

A proposito di...

 

Il piccolo rettile
di Mattia Feltri
Karima, amica mia, ti stavo soltanto aspettando. Quando ieri mattina ho letto il tuo dolorosissimo, magnifico pezzo sulla Stampa – hai scritto ok, avete vinto voi, non sono italiana, non sarò mai abbastanza italiana, diceva bene mia madre: per voi resterò sempre una marocchina – ho pensato che infine eri arrivata. Ogni qualvolta ti avevo vista dibattere in tv, gli occhi che ti si posavano addosso dicevano tutti la stessa cosa: sei una marocchina. Erano eccessivamente accondiscendenti o eccessivamente aggressivi per la stessa identica ragione, che resti una marocchina. Siamo un paese razzista – hai ragione tu, ha ragione Paola Egonu – e lo neghiamo soprattutto perché non ce ne rendiamo conto. Pensiamo che il razzismo produca i campi di concentramento, la caccia allo straniero, la teoria della superiorità. Ma quella è la malattia ormai evoluta in pestilenza. La malattia è uno strisciante, subdolo pregiudizio. È opporsi allo ius soli o allo ius scholae perché la cittadinanza bisogna meritarsela, e detto da chi l'ha avuta in sorte è razzismo scintillante. E scintilla in ognuno di noi. Quante volte, allungando una moneta a un immigrato, gli ho dato del tu? Quante volte, allungandola a un italiano, gli ho dato del lei? Al primo davo soldi, al secondo davo anche dignità. Quante volte non ho riconosciuto quel piccolo rettile dentro di me? Un pomeriggio mio figlio ospitò a casa un compagno delle elementari, un figlio di immigrati. Quando il bambino se ne andò, chiesi a mio figlio da dove venisse. Da Roma, mi rispose. Provai vergogna proprio perché la mia domanda era spontanea. Però era spontanea anche la sua risposta.

Riemersione

 

Da Storace a Batman la vecchia destra riconquista la Regione

DI ANTONIO FRASCHILLA

ROMA — Sono stati i volti delle giunte e delle maggioranze del centrodestra che tra Regione e Campidoglio hanno comandato negli anni d’oro dei vari Gianni Alemanno, Francesco Storace, Renata Polverini. Protagonisti di stagioni segnate da polemiche, scandali, sprechi, buchi di bilancio e indagini giudiziarie che hanno travolto queste amministrazioni e il loro seguito. Ma adesso, dopo dieci anni e oltre, senza molto clamore e salendo nel frattempo sul carro giusto che in fondo si chiama Lega o Fratelli d’Italia, stanno risalendo sulla scena che conta. Pronti a rientrare dalla porta principale della Regione Lazio seguendo il neo governatore Francesco Rocca. Alcuni restando magari nell’ombra, altri invece tornando direttamente a guidare tolde di comando che contano nel Lazio, a partire dalla sanità che da sola muove quasi 20 miliardi di euro, ma non solo.

Stanno ritornando, insomma, come se i rapporti passati con i protagonisti di indagini che hanno segnato Roma, su tutte “Mondo di mezzo” di quel Massimo Carminati oggi in libertà, ma anche “Lady Asl” e “Rimborsopoli”, non fossero mai esistiti. Alcuni nomi sembravano davvero finiti ormai nel dimenticatoio e invece eccoli qui in augegrazie al “nuovo”, si fa per dire, centrodestra che con Rocca si riprende la Regione. A partire da Domenico Gramazio, ex missino che frequentava proprio Carminati. Il figlio, Luca, è stato da poco condannato in via definitiva in quella inchiesta. Gramazio senior fino all’ultimo ha fatto appelli al voto in sostegno di Rocca, appoggiando in particolare le candidature di Fratelli d’Italia in consiglio regionale di Marco Bertucci, figlio di un dirigente Atac ai tempi della sindacatura Alemanno, e di Emanuela Mari.

Rocca ha fatto finta di nulla, anche se Gramazio ha partecipato a diversi eventi elettorali e di certo Fratelli d’Italia vuole il ritorno in giunta, e con un ruolo di peso, di Marco Mattei, ex assessore all’Ambiente con Renata Polverini. Oggi Mattei è a capo della segreteria del ministro della Salute Orazio Schillaci ma conosce bene Carminati: dalle indagini su “Mondo di mezzo” è emerso che per ben due volte è stato a pranzo con lui e Salvatore Buzzi.

Un altro nome delle giunte d’oro della destra romana sta tornando nel palazzo e anche lui in pole come possibile assessore: Giuseppe Cangemi, ex paracadutista della Folgore ma soprattutto già braccio destro della stessa Polverini in Regione. Cangemi entrerebbe in quota Lega, e sempre grazie al partito di Salvini si parla del ritorno con ruoli importanti in Regione anche di Francesco Aracri, ex assessore nella giunta Storace, e di Fabio Armeni, ex assessore sempre nella giunta Polverini. Tornando a Fratelli d’Italia, che tra i suoi militanti ha il cuore delle giunte Alemanno, Storace e Polverini, per un posto nella squadra di Rocca si fa il nome di Fabrizio Ghera, già assessore comunale. E un altro volto di quelle giunte potrebbe avere un ruolo in Regione: quello di Mauro Antonini, candidato al consiglio regionale con la Lega e in passato componente di punta di Casapound. L’organizzazione di estrema destra che su Alemanno aveva puntato molto e che allora salutò con diversi suoi militanti la conquista del Campidoglio con il braccio ben alzato. Molta di quella destra è stata accolta oggi dalla Lega di Salvini: tra questi Adriano Palozzi, con Polverini a capo della Cotral, l’azienda di trasporti regionali, coinvolto nell’indagine Parnasi sullo stadio e arrivato agli onori della cronaca per aver dato del “tossico” a Stefano Cucchi.

Ma è la sanità un settore chiave nella Regione Lazio: un comparto nel quale lo stesso Rocca ha sulle spalle l’ombra di un conflitto di interesse, avendo rappresentato big del settore come Antonio Angelucci ma anche la Fondazione Maria Monti che gestisce un budget di rimborsi da venti milioni di euro. In questi giorni di campagna elettorale si è fatto rivedere a qualche evento anche l’ex assessore alla Sanità della giunta Storace, Marco Verzaschi, travolto dall’indagine “Lady Asl”. Come si è rifatto vivo Fiorito, ex capogruppo del Pdl in Regione, meglio noto con il soprannome di Batman, che ha scontato una condanna per le spese pazze del consiglio regionale di allora. Adesso frequenta gli eventi organizzati dalla Lega, come tanti che vogliono ricominciare da dove erano stati, in fondo, prima dell’arrivo delle giunte del centrosinistra e dei 5 stelle tra Capidoglio e Regione. Come dire: dove eravamo rimasti dunque?