domenica 12 febbraio 2023

Blurp!



La sciocchezzuola amorosa dei trottolini rampanti, la reazione di Lady Link che ha dato i fiori al baciante il marito, abbacinano sulle reali conquiste o disfatte festivaliere: 1) sono solo canzonette
2) perché cercare filosofiche ragioni dentro ad un contenitore musical pop?
3) il lamento sui giovani sempre chini sul cellulare, è stata spazzata via dall’ossessione per Instagram del direttore artistico, insufflato in questo da Lady Link e i suoi 28 milioni di followers. Non è che sotto ci sia una subdola forma di remunerata pubblicità? 
4) “vieni a cena da me? Si? Bene noi mangiamo alle 21, tu suona non prima delle 23. Ti lasciamo il mangiare caldo sul tavolo, ok?” Sembrerebbe un invito ad minchiam, invece è la realtà: la lettera di Zelensky è stata infatti letta alle due di notte, un abnorme sfregio d’educazione che rimarrà nella storia.
5) Il testo della lettera praticamente ci informa che l’Ucraina vincerà la guerra con la Russia. Al di là dell’aggressione dello spietato killer russo, resta evidente che per vincere contro una nazione decine di volte più grande e che possiede circa seimila ordigni nucleari, la canzone di Lezza, arrivato secondo, assume una veste profetica, visto che l’Ucraina dovrebbe dotarsi di armi donategli da americani ed europei: “di noi resteranno soltanto ricordi confusi” - “aiutami a sparire come CENERE!” 
Con buona pace degli stolti alla Francesco d’Assisi o Gandhi che predicavano rigetto delle armi e dialogo tra i litigandi. Probabilmente però erano solo canzonette. Buona fine a tutti! 
Per ultimo accomodiamoci per assistere alla rancorosa reazione dei fascistelli al potere travestiti da democratici che assalteranno il carrozzone Rai per spazzare via tutti i contrari al loro pensiero unico, in nome di madame Censura, molto stimata da quelle parti!

Ragogna

 


sabato 11 febbraio 2023

Driinn!


- dottore ieri sera ho avuto uno sbalzo di pressione!
- cosa stava facendo?
- stavo vedendo il Festival…
- beh allora non è quella la causa. Il Festival è un momento di serenità…



Per fortuna c'è!


Hanno tutti torto
di Marco Travaglio
Le porte e i pesci in faccia alla Meloni nel vertice Ue fanno godere gli avversari e anche gli alleati, che però dimenticano quando le porte e i pesci in faccia li prendevano loro. Tutti rimuovono l’ultimo ventennio della cosiddetta Europa, quando a scontrarsi e scornarsi con i tecnocrati di Bruxelles erano B. e poi Renzi. L’Europa è esistita davvero una sola volta, e solo grazie allo choc del Covid: è stato nel 2019, con il Recovery Plan finanziato dagli eurobond, proposto da Conte a Macron il 27 febbraio, condiviso da altri sette governi sud-europei, sposato da Von der Leyen e Lagarde, osteggiato da Visegrad e dai “frugali” del Nord, a cui inizialmente si associò la Merkel. In Italia poteri marci e giornaloni tifavano per il Mes, cioè contro l’Italia, e facevano macumbe perché Conte e il Recovery fallissero. Invece, nei tre giorni e tre notti di battaglia a luglio, la Merkel mollò i frugali e il via libera fu unanime. Conte tornò a casa con la fetta più grande: 209 miliardi, 36 in più di quelli previsti dal piano Ursula.

FdI e Lega si astennero più volte sul Pnrr, quindi ora ben gli sta. Ma da allora l’Unione tornò la Disunione di sempre e ripartirono i giochetti franco-tedeschi, tedesco-frugali, addirittura euro-polacchi: in nome del bellicismo atlantista è stato graziato persino il regime di Varsavia, mentre il neutralista Orbán rimane nella lista dei cattivi. Sulla guerra ogni Stato membro va per conto suo: sì alle sanzioni ma non alle armi, no alle sanzioni e alle armi, sì alle sanzioni e alle armi per negoziare con Mosca, sì alle sanzioni e alle armi per abbattere Putin e pure la Russia. Ora sui giornaloni si leggono ridicole celebrazioni di “quando c’era Draghi”. Ma il Migliore non ha mai toccato palla. Decine di eurovertici sul price cap, da cui tornava regolarmente senza tetto, cabriolet. Poi la strombazzata photo opportunity sul treno per Kiev con Macron e Scholz: una passerella auto-promozionale che non portò nulla all’Ucraina né all’Italia né all’Ue. E se ora Zelensky nega il bilaterale alla Meloni (sai che perdita) per strusciarsi su Macron, Scholz e prossimamente Duda, per noi cambia poco o nulla. Era così anche con Draghi, anche se tutti lo dimenticano. Il secondo giorno di guerra Zelensky, sotto le bombe a Kiev, chiamò Palazzo Chigi e si sentì rispondere dal consigliere diplomatico di Draghi: “Siamo molto impegnati, a più tardi”. Allora twittò sarcastico: “Vedrò di modificare il calendario delle bombe”. E qualche giorno dopo Palazzo Chigi annunciò che Draghi sarebbe volato all’Eliseo per una cena con Macron, Scholz e Ursula; poi precisò che avrebbe partecipato in video (a una cena); infine fece sapere che aveva avuto un “problema tecnico”. Sapete quale? Non l’avevano invitato.

venerdì 10 febbraio 2023

Provvidenziale uscita

 


Solitudine

 


Travaglio!

 

Il Festival degli ex comici
di Marco Travaglio
Fra le mille cose da cui la Rai poteva dissociarsi (le censure al Papa anti-guerra, i tank show pro-guerra, gli orrori dei palinsesti “h 23” esclusi Report, Fiorello, il meteo, il segnale orario e poco altro), ha deciso di farlo da Fedez. Cioè da un rapper che, diversamente da Benigni, capisce la Costituzione e la usa per il verso giusto: per dissacrare il potere in base all’articolo 21, anche se l’aveva fatto molto meglio al concertone del 1° maggio (sparare su uno sfigato viceministro che da ragazzo si travestì da nazi, con tutto quel che sta facendo il governo, è come armarsi di bazooka e poi caricarlo a supposte di glicerina). Nessuna dissociazione invece da Lucio Presta, indagato col cliente Renzi per 700 mila euro di finanziamenti illeciti: anzi a lui fanno organizzare direttamente Sanremo, da cui volevano cacciare Madame, l’artista migliore. Così questo si conferma il festival degli ex comici: Zelensky, Benigni e il futuro ex comico Angelo Duro, che Amadeus annunciava così scomodo da invitare ai telespettatori più impressionabili a cambiare canale: manco fosse tornato Luttazzi, o Grillo. Invece è arrivato uno che parlava di tatuaggi, mogli, mignotte e, siccome non rideva nessuno e nessuno aveva pregato il pubblico di ridere (come i claqueur per Benigni) s’è calato i pantaloni.
Invece fa molto ridere la notizia diramata dai quirinalisti ispirati dall’ermo Colle e sprezzanti del ridicolo: la presenza di Mattarella a Sanremo per applaudire il pistolotto di Benigni sulla Costituzione tornata bella avrebbe un profondo significato politico. Corriere: “All’Ariston il profilo autentico del presidente. Con un 2023 dedicato alla Carta”. Rep: “Il caso Benigni. La musica della Costituzione”. Merlo (sempre su Rep): “Su quel palco la nuova resistenza”, “Benigni e il mite presentatore eroi della Nuova Resistenza nell’era della politica fragile. Stampa: “Lo scudo del Quirinale. Nelle intenzioni del Colle l’incursione al festival è solo l’inizio: altri eventi pubblici seguiranno con al centro la difesa della Carta” contro le oscene riforme delle destre sull’autonomia e il presidenzialismo. Ma tu pensa: Mattarella, che non fece un plissé nel 2001 da ministro della Difesa quando il centrosinistra cambiò (in peggio) il Titolo V a colpi di maggioranza e nel 2016 appoggiò pubblicamente il Sì alla schiforma (in)costituzionale Renzi-Boschi-Verdini, ora non vuole che gli si tocchi la Carta perché gli piace di nuovo. Come a Benigni. E, intendiamoci, meglio tardi che mai. Solo che quella stessa Costituzione gli assegna il potere di non firmare e rinviare alle Camere le leggi sbagliate, oltre al diritto di parlare contro quella norma pericolosa. In quale articolo c’è scritto che, se non gli piace una legge, manda avanti Benigni?