martedì 17 gennaio 2023

Arresto travagliato

 

Ma il bello viene ora
di Marco Travaglio
La cattura di Matteo Messina Denaro è un’ottima notizia, anche se ce ne ricorda una pessima: i 30 anni di latitanza, con le complicità istituzionali che possiamo immaginare. E che inevitabilmente, visti i precedenti, suscitano domande sul suo arresto: l’hanno davvero colto di sorpresa, o si (è o l’hanno) consegnato, o semplicemente aveva abbassato la guardia? Lo capiremo nelle prossime ore, quando si saprà di più del covo dove verosimilmente teneva la “roba”: le sue armi di ricatto, ereditate da Riina, Bagarella e Provenzano (il papello e le altre carte del covo di Riina, non perquisito né sorvegliato dal Ros). E nei prossimi mesi, quando, dalle sue risposte ai pm e dalle politiche del governo su 41-bis ed ergastolo ostativo, si capirà se la sua cattura è stata preceduta da trattative con chi ha più interesse al suo silenzio: i referenti istituzionali. La profezia di Baiardo, legatissimo ai Graviano, nell’intervista a Giletti di due mesi fa somiglia a un avviso ai naviganti, interno ed esterno a Cosa Nostra. Del tipo: “Non pensate di farvi belli con l’ennesimo arresto eccellente e dimenticare in galera chi, come i Graviano, è lì sepolto da 30 anni”. Fa riflettere anche l’uscita di Piantedosi che una settimana fa auspicava (o annunciava?) la cattura del superlatitante. Vaticinio che ricorda quello del predecessore Mancino su Riina quattro giorni prima del suo arresto.
Ora il rischio peggiore è il relax perché, preso “l’ultimo boss”, “la mafia è sconfitta” e “la guerra è finita”. In realtà l’ultimo boss è sempre il penultimo: a quell’età e in quelle condizioni (con un arresto sempre più probabile), ogni capomafia si premunisce per tempo nominando il successore e passando tutte le consegne per garantire continuità all’organizzazione. Ma quel clima di irresponsabile rilassamento lo sta già alimentando il cosiddetto ministro della Giustizia Nordio, dichiarando guerra alle intercettazioni perché “costano troppo” (160 milioni l’anno: un quinto del costo dell’ultimo condono fiscale) e perché “un mafioso vero non parla al telefono, né al cellulare perché sa che dentro c’è un trojan, non parla neanche in aperta campagna perché sa che ci sono i direzionali”, e “il trojan va tolto, è una porcheria”. Ma non ha fatto in tempo: ieri gli inquirenti hanno spiegato che Messina Denaro è stato preso grazie alle intercettazioni di una miriade di parenti e fiancheggiatori del boss. Evidentemente i “mafiosi veri” non danno ascolto a Nordio e continuano a telefonarsi e a parlarsi. O magari non sono “mafiosi veri”. In un paese civile Nordio si scuserebbe scusa per quegli sproloqui da incompetente e non parlerebbe più di intercettazioni per il resto dei suoi giorni. Ma è pur vero che, in un paese civile, Nordio non farebbe il ministro della Giustizia.

Oh bella!

 

Messina Denaro: era ora ma finché c’è il Caimano…
DI MASSIMO FINI
“La cattura di Matteo Messina Denaro, il più importante boss della mafia, è una grande e storica vittoria dello Stato sulla criminalità organizzata”. Questo è l’unanime commento all’arresto di Matteo Messina Denaro. Ed è certamente importante che un criminale così efferato sia stato, come suol dirsi, assicurato alla Giustizia.
Una vittoria, per la verità, un po’ tardiva, quasi fuori tempo massimo, diciamo ai supplementari, perché il sessantenne Messina Denaro era malato di cancro al colon e, se per curarsi era costretto a sfidare tutte le norme di prudenza, vuol dire che, presumibilmente, non aveva più molto da vivere. Inoltre se i Ros sapevano, come pare, di questa malattia, non doveva poi essere così difficile sorvegliare gli ospedali oncologici siciliani, non di tutto il Paese, perché si sa che i mafiosi d’alto bordo preferiscono restare in loco dove si sentono più protetti.
La cattura di Matteo Messina Denaro che nella latitanza aveva preso il nome, curiosa ed esoterica coincidenza, di Andrea Bonafede, cognome dell’ex e contestatissimo (dai criminali) ministro della Giustizia, è un’arma a doppio taglio. Perché magistratura, Ros e polizie varie perdono un punto di riferimento. Per la verità è da tempo che la mafia ha cambiato tattica e rinuncia ad avere un capo unico, come furono Toto Riina e Bernardo Provenzano, si è fatta “liquida”, è dappertutto e da nessuna parte. Questo vale soprattutto per la più pericolosa delle quattro mafie che abbiamo, un vero record (mafia propriamente detta, ’ndrangheta, camorra, sacra corona unita): la ’ndrangheta, che ha esteso i suoi tentacoli al Nord Italia e anche oltre. In realtà quando ’ndranghetisti di medio calibro varcano i confini, come è avvenuto in Germania, vengono subito acchiappati dalla polizia e dalla magistratura tedesca che, come quelle belghe, non hanno tutti i lacci e lacciuoli che ci sono in Italia, dove, da Mani Pulite in poi, si conduce una guerra continua e feroce contro quella magistratura che oggi si esalta. Sono trent’anni che la magistratura viene combattuta in nome del peloso “garantismo” di matrice berlusconiana. Oggi si dice apertamente che la mafia siciliana ha goduto di ampi favori anche da parte imprenditoriale. Ebbene Silvio Berlusconi ha avuto vari contatti con la mafia, dallo stalliere mafioso Mangano chiamato ad Arcore per difenderlo proprio dalla mafia, come se in tutto lo Stivale non ci fossero stallieri un po’ meno compromessi, ai rapporti con Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, condannato a sette anni in via definitiva per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Nella sentenza definitiva su Dell’Utri, si legge che Berlusconi finanziò regolarmente Cosa Nostra almeno fino al 1992: l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Ora vorremmo suggerire a Giorgia Meloni, che più o meno lecitamente si fa bella di questa cattura, di guardare all’interno della propria coalizione dove c’è un soggetto come Silvio Berlusconi che oltre a se stesso, il che già basterebbe, ha nel suo gruppo e anche fra i parlamentari e gli ex parlamentari forzisti soggetti compromessi, o addirittura condannati per rapporti con le tre maggiori mafie italiane, mafia, ’ndrangheta, camorra (la sacra corona unita pugliese fa caso a sé, perché la Puglia e soprattutto il Salento hanno una faccia un po’ più pulita). Fino a quando Silvio Berlusconi sarà il perno, per il momento insostituibile, della politica italiana, non ci sarà modo per la magistratura, per la Direzione investigativa antimafia, per i Ros, per la polizia, per i carabinieri, per quanta competenza e buona volontà ci mettano, di sconfiggere la mafia.

L'Amaca

 

Latitanti a casa loro
DI MICHELE SERRA
Esiste una ricca casistica (anche satirica) di boss mafiosi che si nascondono “a casa loro”. Riina venne arrestato mentre usciva da un residence di Palermo, Provenzano nei pressi di Corleone. Non hanno avuto bisogno di una macchia, per darsi alla macchia, c’è un habitat sociale che li avvolge e li protegge, un bozzolo fatto di denaro (tanto denaro) e di rispetto. Come si possano rispettare assassini seriali, strozzini su scala industriale, narcotrafficanti, bigotti devoti ai Santi ma dediti all’oppressione e alla strage, è un mistero psicologico e culturale, ma è così che accade: qualcuno, in queste ore, sarà profondamente rattristato per la cattura del Capo (per la perdita del Padre) e anche se non ha spazio nei telegiornali, ne ha nella società siciliana e nella società italiana.
Per questa ragione la legittima contentezza per la cattura del boss andrebbe diluita nel mare della realtà.
Va bene che siamo la società dello spettacolo, ma al netto dello spettacolo una società esiste ugualmente, ed è quella che alla fine conta. La mafia si rigenera — e lo farà anche questa volta — perché si rigenera la sua ragione politica. Non solo l’arricchimento (quello può arrivare perfino per vie lecite), anche il familismo, la gerarchia patriarcale, l’odio per lo Stato e le sue leggi, il misconoscimento del principio di cittadinanza che ci rende tutti uguali, senza affiliazioni o apparentamenti.
O vince l’uguaglianza o vince la mafia, la sola idea che esistano “uomini di rispetto” e gli altri si debbano sottomettere è la negazione stessa della libertà. Ergo: la lotta alla mafia è una lotta politica.

Ritratto e sospetti

 

Il personaggio
I misteri
dello stragista
che non volle
diventare re
L’ascesa con il sangue e il tritolo. Ai picciotti confidava: “Con le persone che ho ucciso posso farci un cimitero” Poi trent’anni di latitanza da manager della Mafia spa

DI LIRIO ABBATE

È l’ultimo degli stragisti. L’ultimo capo corleonese latitante. Matteo Messina Denaro ha finalmente un volto e una forma. In questi trent’anni è riuscito a stare al riparo dall’arresto diventando quasi invisibile, anche agli stessi mafiosi dell’ultima generazione. In tutto questo tempo il capomafia ha voluto far credere di essere etereo, evanescente, una sorta di presenza intangibile. E chi aveva bisogno di lui arrivava anche a inginocchiarsi, ad alzare lo sguardo al cielo e con le mani giunte, come se si raccogliesse in preghiera, a chiedere la sua grazia o il suo “miracolo” di moltiplicare i beni, e i piccioli. Una latitanza che è stata funzionale anche alla strategia di Cosa nostra, quella dell’immersione, dell’invisibilità, quella di tentare di far dimenticare l’esistenza della mafia, almeno dall’agenda della politica. E lo ha fatto evitando omicidi eccellenti, nuove stragi e attentati. E silenziando le armi. E in parte è riuscito in questa operazione.

Occorre partire da lontano per raccontare l’importanza di Messina Denaro, U siccu, come lo chiamavano gli affiliati trapanesi. Matteo, amava confidare ai suoi picciotti, alla fine degli anni Ottanta, che con le persone che ha ammazzato poteva farci un cimitero. Si calcola, attraverso le sentenze, che il boss ha sulla coscienza,come mandante o esecutore, una sessantina di cadaveri comprese donne e bambini.
Poi sono arrivate anche le stragi di Falcone e Borsellino, in cui ha avuto un ruolo determinante accanto a Riina, e infine le bombe a Roma, Milano e Firenze nel 1993. E quindi l’inizio, il 2 giugno 1993, della sua latitanza, dove ha trasformato tutto, compreso la sua personalità e il suo modo di agire. In questa data inizia ufficialmente la latitanza del boss perché accusato di omicidi per la prima volta dal collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio. Il boss trapanese però è già irreperibile.

La storia di Matteo Messina Denaro inizia da lontano, nel Trapanese: uomo di fiducia di Salvatore Riina. U siccu si mostra subito come un sanguinario assassino, vicinissimo al clan di Brancaccio di Giuseppe Graviano, attualmente detenuto. E diventa con il trascorrere degli anni il custode dei segreti del capo dei capi, in particolare delle carte dell’archivio di Riina, e ottiene in eredità i legami con quella zona grigia che ha dialogato e fatto affari con Totò u Curtu fino al 1993. Legami e contatti ancora preziosi per Cosa nostra, di cui potrebbe aver fatto tesoro in questi anni da ricercato.
L’ascesa di Matteo Messina Denaro dentro l’organizzazione comincia nel momento in cui il padre, anche lui un capomafia, è costretto alla latitanza e i suoi movimenti sono limitati da una malattia. In questo modo U Siccu è di fatto reggente della provincia mafiosa di Trapani: prenderà il posto del capofamiglia, parteciperà alle riunioni, diventando il vertice del mandamento.

Il boss è fra i mandanti ed esecutori degli attentati in continente organizzati da Cosa nostra. A Roma in via Fauro il 14 maggio c’è il primo atto della campagna stragista avviata dai corleonesi, in cui tenta di uccidere Maurizio Costanzo. Seguiranno sette attentati nell’arco di undici mesi, dieci morti, novantacinque feriti, danni al patrimonio artistico e religioso. A Firenze (27 maggio), viene fatto esplodere un Fiat Fiorino pieno di tritolo che fa cinque vittime in via dei Georgofili, dietro agli Uffizi.
Decine i feriti. Danni al museo. Due mesi dopo altri tre attentati, quasi in contemporanea. Alle 23,14 del 27 luglio, in via Palestro a Milano, una Fiat Punto esplode davanti al Padiglione d’arte contemporanea facendo cinque vittime e dodici feriti. Poco più tardi due autobombe esplodono a Roma dopo la mezzanotte davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano e davanti all’antica chiesa di San Giorgio al Velabro: ventidue i feriti oltre i danni alle due chiese.

E poi il 23 novembre 1993 viene sequestrato da un commando di mafiosi il tredicenne Giuseppe Di Matteo, figlio del mafioso Santino, per tentare di bloccare la collaborazione dell’uomo con la giustizia. Matteo Messina Denaro oltre a organizzare e deliberare il sequestro mette a disposizione alcuni posti nel trapanese in cui il ragazzo viene tenuto segregato. Dopo quasi tre anni di stenti, legato sempre alla catena, l’11 gennaio 1996 Giuseppe Di Matteo vienestrangolato e poi sciolto nell’acido dai corleonesi. E alla vigilia di Natale del 1995 ordina l’uccisione a Trapani dell’agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto. Il poliziotto prestava servizio nel carcere Ucciardone a Palermo, nella sezione in cui erano rinchiusi i mafiosi sottoposti al 41 bis. In quel periodo erano detenuti anche i boss Filippo e Giuseppe Graviano, i quali, nonostante la detenzione, sono riusciti a concepire un figlio con le loro mogli.

Per Matteo la lotta allo Stato avviata da Riina è considerata una guerra giusta, da combattere con ogni mezzo, il tritolo, la corruzione e l’omicidio. E lui la comincia fin dall’infanzia. A quattordici anni già sparava. A diciotto uccideva. A trentuno metteva le bombe al Nord. Questo è quello che sappiamo di lui, un ragazzo dalle innegabili doti criminali. La sua ultima foto, scattata negli anni Ottanta, trovata in un covo del Trapanese, ci aveva consegnato il volto di un picciotto che voleva apparire “innocente”. Ma non lo era. È furbo e intelligente. Ma anche spietato. Decine di volte era sfuggito all’arresto, per coincidenze o per “spiate” che lo hanno messo in salvo. Blitz effettuati di notte nelle campagne del Trapanese e dell’Agrigentino. Ricerche allargate in altri Paesi, anche in Sudamerica.

È riuscito a creare un welfare mafioso che gli ha consentito di ottenere una rete di protezione ovunque.Perché ha girato sul territorio somme di denaro che ha consentito a chi ne aveva bisogno di mangiare. E per questo è stato protetto, senza mai essere tradito. Eppure, negli ultimi quindici anni sono centinaia le persone che sono finite in carcere perché accusate di favoreggiamento. E non solo hanno subito le condanne, ma anche il sequestro e la confisca dei loro beni. U Siccu ha fatto così tanti soldi in questo periodo della sua latitanza che non riusciva a contarli, doveva pesarli. È ricco Matteo, e non ha mai pensato di ricoprire la carica di capo di Cosa nostra, e a chi gli è andato ad offrire lo scettro del potere ha sempre risposto che gli bastava il mandamento di Trapani.

Ma la vera forza di U Siccu, quella che gli ha consentito di sopravvivere per decenni all’azione di contrasto dello Stato — quando quest’ultimo ha iniziato a metterla in atto seriamente — , risiede nella sua capacità di creare e consolidare rapporti con soggetti esterni. Non solo i massoni e i politici, indispensabili per tessere la rete del potere, ma soprattutto gli imprenditori: è sul loro denaro che si fonda il potere stesso.
La necessità di gestire e implementare questi rapporti ha da sempre costituito uno degli scopi principali dell’organizzazione: è stata e continua a essere una priorità assolutamente imprescindibile. Alla mafia tradizionale si è infatti affiancata la nuova mafia, impegnata nell’accumulazione della ricchezza e attivanei mercati legali. Capo indiscusso ne è Matteo Messina Denaro. Ed è pericolosa e insidiosa. U Siccu è riuscito a renderla moderna, pur mantenendo le caratteristiche tipiche di Cosa nostra. Nel territorio in cui opera non si ricorre all’imposizione indiscriminata del pizzo e nel corso dei decenni, in particolare dopo le stragi, Cosa nostra ha manifestato questa sua straordinaria capacità di cambiare pelle, di adeguare le scelte strategiche all’evolversi degli eventi, ampliando progressivamente il proprio profilo imprenditoriale.

E per questo abbiamo assistito alla costituzione di strutture economico- aziendali gestite direttamente o indirettamente da uomini d’onore o loro prestanome. Il rapporto tra Messina Denaro e il mondo imprenditoriale ha in sostanza cambiato connotati, passando da un atteggiamento a forte connotazione parassitaria, in cui la grande impresa era vessata da continue e pesanti imposizioni, a un rapporto di natura collaborativa, che vede la diretta partecipazione occulta del clan alle attività economiche dell’impresa. Non più, quindi, un’organizzazione che vuole trarre dal rapporto con l’imprenditore soltanto i vantaggi derivanti dalle estorsioni, ma un sodalizio che pretende la diretta partecipazione all’attività imprenditoriale. D’altronde, nell’ottica mafiosa, “fare impresa” significa creare e distribuire lavoro e ricchezza, allargando a dismisura quel consenso diffuso che costituisce l’humus su cui cresce la pianta mafiosa. Adesso con l’arresto di U Siccu si chiude un’epoca e se ne apre un’altra in Cosa nostra.

lunedì 16 gennaio 2023

On board

 

Palesemente non abile a vivere alla giornata, trastullatomi ondivagamente entro i meandri dell'alba, avverto una frustrazione insana ogniqualvolta capiti di cercar qualcosa, come ad esempio i risultati di un controllo oculistico che ero certo aver depositato in loco sicuro ma che, al momento del rintraccio, ho scoperto non esserci più! 

E allora oltre al pil è salito il malumore mattutino, mordace presentimento della palese giornata in attesa, che non soffro né fatico a definire di merda, foss'altro che di suo il lunedì già congloba in sé gli stereotipi canonici per definir il dì in fattezze merdose. 

L'ordine di cose e avvenimenti non si confà allo scrivente, mannaggia! Ripongo ad minchiam qualsiasi oggetto o pensiero al suono sirenico e mefitico traducibile in "questo lo metto qui che poi almeno lo ritrovo", un effimero e idiotico metodo per tralasciar ogni cosa, ogni aspetto sano e frizzante della vita mea, tra l'altro molto più relativizzata ai tre quarti che a metà, visto il passar degli anni sciapi ed inconcludenti farciti dall'aggressiva ingraviscentem aetatem che nessun mortale potrà sviare, e allocco ancora nell'atteggiamento fanciullesco porgendomi traguardi di lettura, apprendimento, riflessione che lo spolvero incipiente della canizie fagociterà senza alcun rimorso, o vendetta. 

Perder tempo è stata la via maestra della mia esistenza, il trastullo fine a se stesso il faro, l'anfitrione asfissiante di tante beltà! Non potrò mai contemplare tante bellezze greche, latine, italiche, non conoscerò a fondo vati e scrittori illuminanti, avendo lasciato il mio destino in mano alla pochezza insignificante del vacuo, dell'effimero, del vaporizzante. 

M'agghiaccio per l'ormai palese impotenza nel constatare quanto tempo abbia sprecato per alimentare la parte peggiore di me, insaziabile, sogghignante, sfarfallio insapore del bieco, del pressapochismo. 

Inane tra gli inani medito sul mio passato, in questo giorno di merda, avvertendo le risa sfrenate di ciò che, con molta maestria, mi ha smembrato conducendomi al nulla!   

Ridiamoci su!




Cacciari

 

COSÌ LA POLITICA HA FATTO A PEZZI LO STATO SOCIALE

di Massimo Cacciari 

Tra le molte vittime che il salto d'epoca che viviamo sta mietendo possiamo ormai forse contare anche lo Stato sociale, quel Welfare vanto delle politiche europee del secondo Dopoguerra. La crisi, anche in questo caso, viene da lontano e gli economisti più avveduti l'avevano prevista già tra anni '70 e '80: senza una profonda riforma dell'apparato amministrativo, senza "Stato leggero" dal punto di vista burocratico, senza costante e rigorosa spending review e, soprattutto, senza la precisa volontà politica di porre ai primi posti nella "gerarchia dei valori" formazione, innovazione, sanità, non sarebbe stato possibile sostenere politiche fiscali aggressive (anche a prescindere dallo scandalo tutto nostrano del livello dell'evasione) e l'aumento irresistibile del debito pubblico. Un Welfare tutto in deficit esiste soltanto nel libro dei sogni delle promesse elettorali che hanno nutrito la politica italiana dell'ultimo trentennio. Nessuna forza politica, nessun governo hanno saputo affrontare il nodo, che ha finito col soffocarci. I fondi del Pnrr sono stati a ragione presentati come l'ultima spiaggia. Nessuno sa, però, che cosa sia stato davvero finanziato, che cosa progettato, che cosa cantierato; soltanto voci, spot, qui un'università, là dei ricercatori, oltre ancora una strada o uno stadio. Sotto il mantra dell'eco-sostenibilità e dell'informatizzazione di ogni buco di vita sta passando di tutto.
Magari il Ponte sullo Stretto, così si potranno spendere di un botto, come col Mose di Venezia, diversi miliardi, con un bel Commissario Unico controllato da sé stesso (e, se va bene, dalla Magistratura, ma naturalmente post festum).
È evidente che oggi in Italia non potremmo pensare neppure per ipotesi anche soltanto al mantenimento di certi livelli di Welfare in presenza di un debito che rende quasi un esercizio di retorica parlare di "sovranità" e con un'entrata per l'Irpef che viene per l'85% da lavoratori dipendenti e pensionati. Ma non si tratta, temo, ormai più soltanto delle note patologie della madre Patria. La questione va compresa nel contesto delle grandi trasformazioni sociali, da un lato, e geo-politiche dall'altro. È in questo contesto che lo Stato sociale sta divenendo una possibilità spettrale, e che si spiegano, di conseguenza, sia la débâcle delle socialdemocrazie che la relativa ascesa di movimenti di destra. Lo Stato sociale era anche lo Stato di un certo capitalismo, non solo ancora fortemente collegato alla dimensione nazionale, ma soprattutto interessato a politiche redistributive e all'aumento del potere di acquisto di larghe masse di cittadini. La globalizzazione guidata dai grandi gruppi multinazionali dei settori strategici sfugge quasi interamente alla "presa" dei poteri politici tradizionali. O questi ultimi si adeguano alle loro finalità, che in nessun modo coincidono con quelle del vecchio Stato sociale, o finiscono col balbettare slogan per mascherare palese impotenza. La ricchezza prodotta cessa di rispondere a una domanda collettiva. È saltata ogni mediazione tra i due livelli. Il "terribile diritto"di proprietà rivela, per così dire, la propria essenza: risponde soltanto a sé stesso, non ha doveri nei confronti di altri.
Lo stato di emergenza (Stato, appunto, e non più emergenza) tende a compiere la "operazione". L'accentramento del processo decisionale negli esecutivi è anche l'accentramento delle decisioni di spesa in alcuni settori, al di là di ogni effettivo confronto e di ogni discussione reale all'interno delle vecchie aule parlamentari. Anche le modalità in cui verranno usati i fondi del Pnrr esalterà comunque questa universale tendenza. Si tratta sempre di emergenze globali, e dunque la risposta dovrà essere a tutti comune. Dove viene decisa? Esiste forse una Repubblica della Terra, col suo Parlamento e il suo Governo? E tuttavia la decisione va presa. Come? La prenderanno i tecnici, gli "scienziati". E dove stanno costoro? All'interno dei grandi apparati economici, dei sistemi tecnico-scientifici. Lì soltanto si elaborano veramente i big data, da lì si prospettano, non è vero?, le soluzioni più razionali da comunicare ai vari governi locali, dai quali, se non desiderano la venuta di Commissari ad acta, verranno adottate.
Questo "grande schema" si è visto all'opera con l'epidemia. Ma quella fase minaccia di rappresentare un prologo da nulla rispetto a ciò che già stiamo vivendo. Lo stato di guerra è lo Stato di eccezione per eccellenza. E proprio lo stato di guerra si sta profilando, ben oltre la stessa tragedia dell'Ucraina. La globalizzazione rivela oggi il suo volto intrinsecamente conflittuale: essa rende inevitabile il confronto tra grandi potenze. Questo confronto esige sforzi massicci di potenziamento del blocco economico-militare, da cui dipende anche in grande misura il ritmo dell'innovazione tecnologica. A oltre duemila miliardi ammontano quest'anno le spese per armamenti nel mondo. A 800 quelle americane, dodici volte più di quelle russe. Noi spendiamo per armi 32 miliardi, oltre l'1,5% del Pil e il conto è destinato a crescere. Nel biennio 2022-23 l'Organizzazione mondiale della sanità ha un budget di poco superiore ai 6 miliardi. La distribuzione delle risorse è sempre più esclusivamente in funzione di "emergenze" geo-politiche, il cui andamento e il cui esito si decideranno in base al confronto tra i sistemi politico-economici imperiali. Agli altri è dato solo assistere? Ci è dato soltanto averne coscienza? Di "resilienza" parla anche il nostro famoso Piano. Sapranno tentare almeno questa i nostri sedicenti eredi dell'età del Welfare? —