giovedì 13 ottobre 2022

Lo credete?



Sarà stato lui a soccorrere la destrorsa maggioranza già in difficoltà per le richieste di un Pregiudicato e di uno zerbino Cazzaro? Sarà stato lui in procinto quindi di svelare la sua vera indole, dopo che milioni di allocchi lo vollero segretario del partito una volta di sinistra? Sarà stato lui già pregustante potere autoalimentante lo smargiasso che lo possiede totalmente? 
Ha testé dichiarato di non centrarci per niente, che i suoi voti non son serviti per eleggere il Nostalgico alla seconda carica dello stato. 
Appunto.

Nemesi


 Mentre Liliana Segre apre la prima seduta del Senato con queste parole travolgenti: 

 "In questo mese di ottobre- prosegue -  nel quale cade il centenario della Marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio ad una come me assumere momentaneamente la presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica".

"Ed il valore simbolico - aggiunge -  di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente perché, vedete, ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre; ed è impossibile per me non provare una sorta di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco delle scuole elementari, oggi si trova per uno strano destino addirittura sul banco più prestigioso del Senato!".


Il Senato si prepara ad eleggere a Presidente, seconda carica dello Stato, lui:



Qui naturalmente è ritratto in una foto d'epoca. Sarà cambiato o avremo un Presidente del Senato fascista che si appresterà a vivere il centenario della Marcia su Roma che Liliana presidente pro tempore dell'assemblea sottolinea essere stata la scintilla scatenante la dittatura fascista? 

E se non è cambiato, che razza di paese è il nostro? 

Come…


…non dare ragione al grande Frank? (Se non lo avete riconosciuto vi meritate Ultimo!)



Senza fine

 


Su con la vita!

 


Toh chi si rivede!

 


Chiedendomi che male abbiamo fatto in un'ipotetica altra vita, ho assistito basito ieri pomeriggio al Ritorno, dopo nove anni, del seriale pagatore di tangenti alla mafia (come la sentenza definitiva del suo fratellino di latte Dell'Utri asserisce) dentro alle istituzioni, precisamente il Senato della Repubblica.
Non sono quindi bastate le sentenze, le leggi ad personam, le cene eleganti, i fondi off shore, la parentela di Ruby, e soprattutto l'enorme conflitto d'interessi mediatico mai riportato dentro i recinti della decenza democratica per, scusate il francesismo, levarcelo definitivamente dai coglioni.

Il Male è tornato, fiero, ripieno di sé, sempre letale, infangante le regole da lui costantemente sminuzzate per i propri, abnormi, interessi di famiglia.
Non contento della riabilitazione politica, sta combattendo in queste ore la classica personale battaglia aberrante ed infangante il comune senso del pudore costituzionale, pretendendo per il suo partito azienda i ministeri della Giustizia e quello da cui dipende il controllo dei media, in gran parte, grazie ai vari Mortadella, Uolter, Stecchino, Baffino, Ronf Enrico, ancora suoi, sfornanti programmi subdoli ed infingardi, come Perpetua, Cagnaccio, e Minzo Strisciasemprecartenontue, stanno testimoniando.

Che abbiamo fatto di male per meritarci una simile condanna estenuante, che si perde nei lustri passati, dal sapore inconfondibile di Era del Puttanesimo?
Molti fan finta di niente, altri sbuffando recitano il mefitico mantra "si è fatto da solo, lasciate che governi, è già ricco di suo quindi non ruberà!", altri ancora gustano della sua simpatia, con barze al sapore di culo, pronte ad essere riproposte.
Non credevo di arrivare al punto di solidarizzare con Giorgia neofita presidente del Consiglio, ma avere tra i piedi un simile assatanato di potere e privilegi, costituirà sicuramente un enorme problema per traguardare la fine naturale della nascente fase politica.

Il terzo incomodo, l'Imbelle Cazzaro, al momento suscita soltanto tenerezza, tanto imbolsite e ridicole sono le sue pretese, la sua smania di ritornare in un qualsivoglia ministero per manifestare al mondo, se ancora ve ne fosse bisogno, la sua incapacità ancestrale di presentarsi politicamente normodotato.

E intanto, in questo panorama, uno scaltrissimo Giullare, coadiuvato anch'egli da una tenera macchietta, sta aspettando di piazzare la zampata decisiva per riaccaparrarsi quel potere essenziale per alimentare il suo smisurato ego, già capace di dissolvere una vaga idea di socialismo, di riportare nel mondo del lavoro uno schiavismo 2.0, il tutto condito e servito con farse, ripensamenti, inciuci, inchiappettamenti, tesi ribaltate a distanza di poche ore, come la storia già c'insegna con la passata Era del Ballismo.

Un tocco di Fini

 

Produci, consuma, crepa con l’atomica
A TUTTA BIRRA - Incentiviamo un modello “paranoico”. Siamo come una lucente macchina che con la Rivoluzione industriale è andata aumentando la sua velocità e ora vuole superare un muro accelerando
DI MASSIMO FINI
Bisognerebbe che prima o poi noi facessimo una riflessione, per usare il linguaggio da beccamorti dei politici, sul modello di sviluppo che chiamiamo “occidentale” ma che, dimostrando di essere molto attraente, ha sfondato anche in culture diversissime come quelle indiana e cinese (nel suo Il libro della norma Lao-Tse, cinese, sostiene la in-azione e nel Buddhismo l’obbiettivo è raggiungere il nirvana, cioè uno stato di atarassia). Cioè sono culture in totale contrapposizione col dinamismo delle nostre società.
L’attuale modello di sviluppo si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica (tu puoi sempre aggiungere un numero), non in natura. Verrà un giorno, non poi così lontano, in cui non potremo più crescere. Siamo come una lucente macchina che con la Rivoluzione industriale è andata aumentando continuamente la sua velocità ma poi si trova davanti un muro e pretende di dare ancora di gas e fonde il motore. Ne La Ragione aveva Torto? affronto il problema così: “Io vedo l’uomo moderno scendere una ripidissima strada in sella ad una splendente bicicletta senza freni: all’inizio era stato piacevole, per chi aveva pedalato sempre in salita e con immane, penosa fatica, lasciarsi andare all’ebbrezza e alla facilità della discesa, ma ora la velocità continua ad aumentare e si è fatta insostenibile, finché ad una curva finiremo fuori” (oltre La Ragione vedi Cassandra, pièce teatrale con Elisabetta Pozzi).
Noi pensiamo di salvarci con la Tecnologia (non la Scienza che, in quanto pura conoscenza, è consustanziale all’uomo), ma la tecnologia “come risolve un problema ne apre dieci altri ancora più complessi” (Paolo Rossi, che non è l’ex centravanti della Nazionale e nemmeno il comico, ma un grande filosofo della scienza).
Una volta avviato, il processo diventa irreversibile, anzi per sua coerenza interna deve sempre accelerare. Ma oltre a questa ineluttabilità c’è la stupidità dell’uomo, in particolare dell’uomo moderno. Può darsi però che sia proprio questa stupidità ad abbreviare la nostra agonia: con la Bomba Atomica. Mi ha detto una volta Edoardo Amaldi, uno che se ne intendeva perché partecipò al progetto dell’Atomica: “Se l’uomo può fare una cosa, prima o poi la fa”. I nostri Capi sono così idioti che posso arrivare anche a questo. Joe Biden per ammonire i russi ha citato l’Armageddon e si è dato la zappa sui piedi perché l’Armageddon è un luogo fetido, almeno secondo l’Apocalisse di Giovanni, dove alla fine dei tempi tre spiriti immondi raduneranno tutti i Re. Loro ci saranno, noi sudditi no.
La Bomba, come capiscono tutti, tranne i Capi, significa la fine del mondo. È come darsela sui piedi, perché le radiazioni non rispettano i confini e in questa ipotesi non si salveranno nemmeno gli innocenti indigeni delle isole Andamane.
Non siamo stati sempre così stupidi. Alle nostre spalle, di noi europei intendo (gli americani hanno una cultura da cowboy, o piuttosto nessuna cultura, ed è per questo che il termine “Occidente” è equivoco, perché accomuna storie molto diverse) ci sono i Greci, che hanno avuto la cultura più profonda che sia comparsa in Europa (sul piano esistenziale nelle loro tragedie, Eschilo, Euripide, Sofocle, c’è già tutto). Avevano matematici/filosofi, Pitagora e Filolao per dirne solo due, per cui sarebbero stati in grado di costruire macchine molto simili alle nostre (non fino al digitale, a questo non potevano arrivarci) ma pensavano che fosse pericoloso andare a modificare e replicare la Natura. Per dirla nel loro linguaggio la hybris, il delirio di onnipotenza dell’uomo, provoca la fthóhnos ton theon, l’invidia degli dei e quindi l’inevitabile punizione. Molti miti greci, da Prometeo in su e in giù, sono orientati in questo senso.
Ma veniamo alla Tecnologia in corso d’opera. È vero che della tecnologia si può fare, singolarmente, un uso “euristico e intelligente” come diceva Giulio Giorello, ma a livello di massa la tecnologia è, ed è sempre stata, impoverente e alienante. È ben vero che noi oggi possiamo interloquire con un tipo che sta in Giappone, e anche vederlo e farci vedere, ma cosa ben diversa è parlare faccia a faccia con un uomo in carne ed ossa.
I dinosauri furono buttati fuori dalla Natura perché erano troppo grossi, troppo ingombranti. Noi oggi, con l’enorme protesi tecnologica che ci portiamo appresso, siamo diventanti troppo grossi e troppo ingombranti. Prima o poi, più prima che poi, la Natura sbatterà fuori anche noi.
Utilizzando la metafora della bicicletta: non cerchiamo nemmeno di frenare, anzi incentiviamo sempre più un modello che ho chiamato “paranoico” (il “produci, consuma, crepa” dei CCCP). Del resto anche Bacone, che pur è uno dei padri della rivoluzione scientifica, ha così presente la delicatezza e la pericolosità dei rapporti con la Natura che afferma: “L’uomo è il ministro della Natura, alla natura si può comandare solo obbedendo ad essa”. E ancora negli anni Trenta Martin Heidegger poneva la questione fondamentale dell’ambiguità e dell’ambivalenza della Tecnica.
In questa società forsennatamente dinamica, dove salito un gradino bisogna farne un altro e poi un altro ancora per non essere buttati fuori, come singoli, dal sistema, non abbiamo mai il tempo per noi stessi (anche il famigerato “tempo libero” è un tempo del consumo e in questo ci aveva azzeccato, sia pur nel suo modo nebuloso, Beppe Grillo con la concezione del “tempo liberato”). Qualche sintomo di un’inversione di tendenza però c’è. In un interessante articolo per il Corriere (7/10) Mauro Magatti, sociologo ed economista, segnala che i giovani più che al lavoro, quel lavoro da “schiavi salariati” che riguarda la maggioranza, sono interessati a una vita più piena, maggiormente equilibrata “tra le diverse componenti dell’esistenza”. In fondo basterebbe tornare al vecchio e caro “lavorare tutti, lavorare meno”.