mercoledì 7 ottobre 2026

Intervista

 

“È l’epilogo della sinistra ossessionata dal centro. In Italia i progressisti sono parecchio indietro” 


di Salvatore Cannavò

Mario Ricciardi, editorialista del manifesto e professore di Filosofia del diritto all’Università di Milano, è un osservatore della sinistra internazionale.

Che relazione vede tra le manifestazioni in Francia e quelle in Spagna?

Si tratta di proteste popolari che si collegano alla crisi generale, ormai drammatica, di una classe dirigente centrista che ha cercato di venire a patti con il neoliberalismo. Nel caso della Francia lo ha letteralmente sposato mentre nel caso della Spagna, il leader del Psoe, Pedro Sánchez, pur cercando di dare segnali di discontinuità, si è mosso comunque dentro un orizzonte che non ha rotto con il passato recente della socialdemocrazia.

In questo contesto, è pensabile un rinnovamento?

Stiamo assistendo alla parte finale della crisi delle sinistre che guardano al centro, ma non siamo ancora in presenza di situazioni in grado di rappresentare una nuova sinistra. I vecchi partiti socialisti sono riusciti, anche attraverso l’alleanza con il centro, a mantenere una presenza difficile da aggirare. Si pensi alla Germania dove la Spd, pur in una crisi gravissima, mantiene la sua rilevanza. Queste forze non riescono però a dare risposte convincenti né alle questioni di carattere globale, né sono disponibili ad allearsi con ciò che c’è alla loro sinistra, timorosi di essere schiacciati. D’altro lato c’è un centro che ha ormai accettato l’ascesa della destra e che pensa di cavalcarla puntando sulla tecnica di governo. Si veda Macron che fa la guerra agli studenti francesi.

Esiste diffusamente una sinistra “sociale” e radicale. Può spingere a un rinnovamento di quella socialdemocrazia oppure questa continuerà a galleggiare?

Le situazioni sono diverse, in Italia ad esempio non abbiamo un partito socialdemocratico nel senso storico. L’identità del Pd è fatta di idee opposte, un profilo neoliberale e uno più attento al sociale. Ma dietro i tentativi di darsi un profilo coerente non c’è una cultura e non c’è una tradizione. In altri Paesi europei l’ipotesi di un incontro tra vecchia socialdemocrazia, che magari prende atto della fine di una fase politica, e la nuova sinistra sembra immaginabile. In Italia appare più difficile perché da una parte non esiste una socialdemocrazia mentre la sinistra radicale sembra essere presidiata da un partito, il M5S, che però non ha una chiara identità politica.

Ma in Francia Ps e Lfi non si parlano, in Italia si prepara un’alleanza.

Si sta lavorando piuttosto a un’alleanza per vincere le elezioni, ma sul futuro non abbiamo certezza. Se il campo largo prevede la presenza dei centristi, questioni cruciali come la Palestina o la tassazione dei grandi patrimoni, sembrano inaccessibili.

Mentre Sánchez decide rapidamente di andare alle elezioni, da noi si discute all’infinito di primarie…

È un dibattito che non interessa a nessuno se non alla stampa e al ceto politico. Sulle questioni di lungo termine invece non ci sono posizioni chiare. Si prenda il ddl antisemitismo: quando, sulla base di questa legge, ci saranno tentativi di intimidazione a giornalisti, studenti, etc, cosa farà il Pd? E cosa farebbe un’eventuale maggioranza progressista? Quanto alla rapidità di Sánchez, è figlia di quel che ho detto prima, una capacità di manovra che il Pd non sembra avere.

Pensa che anche in Italia ci possano essere mobilitazioni simili a quelle europee? Lo scorso anno su Gaza il nostro paese è stato quello più attivo.

Devo dire che sono scettico. Le mobilitazioni di oggi in Francia o Spagna sono l’ultimo atto di discussioni e anche mobilitazioni avutesi in passato, da noi vedo una società civile ancora disarticolata e dominata da una visione individualista. Quanto a Gaza, le manifestazioni dello scorso anno rappresentano un caso diverso: si sono mobilitate persone anche non di sinistra in senso stretto, mosse da un’indignazione per la violazione dei diritti umani.

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