venerdì 16 ottobre 2026

Che bella coppia!

 

I plotoni di Bartolozzi e la pendola di Armao 


di Daniela Ranieri 

Forse non è stato abbastanza sottolineato un fatto che a noi sembra allo stesso tempo grave, buffo e paradigmatico: Gaetano Armao, ex vicepresidente della Regione Sicilia e avvocato in Palermo, recentemente salito alla ribalta per i soldi nascosti dentro la pendola che secondo i pm sarebbero i proventi della corruzione avvenuta quando era a capo della Commissione tecnica incaricata di dare pareri sulle autorizzazioni ambientali, è il marito di Giusi Bartolozzi. Cioè di colei che fino a pochi mesi fa era capo di gabinetto e braccio destro del ministro della Giustizia Nordio. Ella, sia chiaro, non è indagata, e lui è innocente fino a prova contraria; ma da ieri, oltre alla Procura di Palermo, anche la Corte dei Conti indaga sui compensi di Armao, e per la cronaca diventa difficile, anche volendo, non accostare il nome della ex potente Bartolozzi a quello del marito (cosa che comunque ha fatto ella, sposandolo).

Lei, la ricorderete: è quella che, con la furia di un’erinni, pochi giorni prima del referendum sulla separazione delle carriere si mise a strillare in un dibattito Tv contro i magistrati chiamandoli “plotoni di esecuzione”; cioè, il Terzo potere dello Stato equiparato alle squadracce militari che sparano ai condannati per conto di un regime o di una dittatura. Giusi è anche colei che gestì l’affare Almasri, ex comandante del carcere libico di Mitiga, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità e violazioni dei diritti umani (torture e stupri anche su minori) e perciò arrestato a Torino nel gennaio 2025. Allora la macchina del ministero (che non emise la richiesta di custodia cautelare necessaria a convalidare il fermo perché, motiverà poi Nordio, l’informativa era scritta in un idioma incomprensibile, l’inglese), ordinò la scarcerazione immediata del generale, che venne imbarcato con tante scuse su un aereo di Stato e scortato dai Servizi segreti fino a Tripoli, senza che la Corte dell’Aia ne fosse informata o potesse richiederne l’estradizione. Per la vicenda, Bertolozzi rischia il processo con l’accusa di false informazioni ai pm, pertanto è plausibile che insultando la magistratura (di cui peraltro fa parte in quanto giudice) si stesse portando avanti (il marito, nelle intercettazioni, è più esplicito: “‘ste merde di magistrati”). Il processo comunque è sospeso, perché la Camera ha sollevato un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che la Procura non avrebbe potuto procedere contro Bartolozzi, alter ego del ministro, senza attivare le tutele previste per i reati ministeriali, anche se lei non era ministro: siamo un Paese stupefacente.

Malgrado la squisita performance, Bartolozzi è stata costretta a dimettersi dopo la sconfitta al referendum su cui Meloni aveva puntato tutto per compiacere la gamba berlusconiana del governo, un repulisti cosmetico in cui finì anche l’allora sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, l’altro calice del prosecco magico di Nordio, fino a quel momento impeccabile servitore dello Stato: infatti era solo entrato in società con la figlia teenager di un suo amico ristoratore, galoppino e prestanome di un clan camorristico, per aprire una bisteccheria a Roma. Nell’infornata finì anche Daniela Santanchè, fino ad allora irreprensibile ministra agli Stabilimenti balneari, specialmente il suo.

Per carità: è possibile che Bartolozzi non sapesse niente delle preferenze del marito sul tema “posti bizzarri in cui nascondere mazzi di banconote cash” (e comunque ai punti vince quella senatrice del Pd, Cirinnà, che rinvenne 24mila euro in contanti nella cuccia del cane nella tenuta di Capalbio), o può anche darsi che trattavasi di “prestiti” come sostiene l’avvocato: del resto, come negare la beneficenza a una povera coppia di indigenti che campava coi soli 243.442 euro lordi annui (più extra) dello stipendio ministeriale di lei, e degli indicativi 346mila euro e rotti di lui, come quelli dichiarati nel 2017, quando era solo assessore all’Economia della giunta Musumeci, oltre che avvocato cassazionista e docente? Possiamo solo immaginare come se la passassero i due coniugi, alla luce fioca delle candele della casa siciliana e dell’ufficietto umido di via Arenula, tanto più perché Armao doveva pagare gli alimenti alla ex moglie, cosa che in un’intercettazione lo si sente fare, attingendo proprio dal gruzzoletto dei poveri risparmi custoditi nel pendolo. Tutta questa spassosa vicenda di destini incrociati rafforza un sospetto che già avevamo: quella “riforma” del potere giudiziario, venduta come riforma di popolo, fu scritta da quelli della casta per la casta e serviva proprio a parare il culo ad amici e parenti. Adesso che il governo legge-e-ordine della Meloni (fan di Borsellino) festeggia il record di longevità, possiamo dirlo: eravamo partiti con aspettative basse, ma evidentemente non abbastanza.

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