mercoledì 7 ottobre 2026

Compagno Robecchi

 

Risvegli. Ehi, Campo largo! Guarda i dati sui salari: il programma è già lì 


di Alessandro Robecchi 

Ogni volta che balza all’onore delle cronache una nuova emergenza, scoperta come se si aprissero gli occhi di colpo e si trasecolasse dalla sorpresa, penso a tutti quelli – brutti, sporchi e cattivi – che di quell’emergenza parlano da anni. Inascoltati, irrisi, certe volte manganellati, isolati, bollati come estremisti, espulsi dal giochi della politica ufficiale.

Ora, soprattutto grazie ai cittadini spagnoli, si scopre che la questione della casa è piuttosto spinosa ovunque, che avere un tetto sopra la testa non è un diritto ma un privilegio, che i fondi di investimento non sono buoni urbanisti, che lo stipendio non basta nemmeno lontanamente per avere un alloggio decente. Un po’ è la solita solfa: apprezziamo le mobilitazioni e le lotte a oltranza, purché non avvengano qui. Persino certi giornali padronali guardano con attenzione e addirittura simpatia a Parigi, dove gli studenti vogliono più soldi alla scuola pubblica, e a Madrid, dove i cittadini vogliono affitti più abbordabili. Spettacolo impagabile, perché se succedesse qui – ogni tanto è successo – si sprecherebbero le accuse di eversione, estremismo, populismo (quello vale sempre), eccetera, eccetera, comprese certe sfumature dei decreti Sicurezza che consentirebbero un manganellamento a tappeto, daspo, arresti, diffide e processi.

Allora fa un po’ ridere – per non piangere – vedere i toni allarmati di chi scopre di colpo l’emergenza abitativa, dopo almeno vent’anni che comitati, organizzazioni di base, gruppi politici, associazioni di inquilini, ne parlano e lanciano l’allarme. Probabilmente questo accade per un motivo semplice: quando la pressione insostenibile (il “non farcela”) era a carico dei proletari, vabbè, chissenefrega, anzi, erano “i fannulloni sul divano” da irridere e criminalizzare. Quando invece la pressione insostenibile raggiunge il famoso “ceto medio” (qualunque cosa voglia dire, ormai), ecco le sirene antincendio. Un po’ ridicolo anche questo, a pensarci, perché “ceto medio”, ormai, è solo un sogno dell’ex ceto medio proletarizzato, che non vuole sentirsi chiamare “povero” (si offende, mi sa), anche se di fatto lo è.

I dati recenti su redditi e potere d’acquisto fanno drizzare i capelli in testa: negli ultimi 35 anni, mentre i salari italiani reali perdevano il 2 per cento, la media Ocse saliva del 36 (più 35 in Germania, più 16 in Spagna e Francia), il tutto in presenza di una sempre maggior precarizzazione del lavoro, minori certezze, affitti e mutui più cari, inflazione. In 35 anni, l’elefante ha avuto agio di sistemarsi nella stanza, mentre tutti (destra, sinistra di mercato, liberali, tecnici) facevano finta di non vederlo. Ora che lo vedono (e che si vedono anche politiche possibili, a New York, a Berlino, in altre grandi città), è tutto uno sventolare statistiche e lanciare allarmi. Ben svegliati.

Viene in mente che il famoso Campo largo sta cercando faticosamente di mettere in piedi un programma, e volendo peccare di ottimismo (sì, lo so, “Essere ottimisti è da criminali”, Theodor W. Adorno), il programma è già lì, bello e fatto. Aumentare i salari, diminuire rendite e profitti, intaccare finalmente privilegi, colpire la speculazione, redistribuire la ricchezza che negli ultimi quarant’anni si è mossa in un verso solo, nella direzione dei già ricchi. Per smascherare insomma, la vulgata paracula di certa “sinistra” convinta che aiutando i ricchi si aiutano un po’ anche i poveri, che è – dopo anni di pratica possiamo dirlo – un altro trucco dei ricchi per fregare i poveri.

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