domenica 1 novembre 2026

Già!

 


Sfottò

 




L'Amaca

 

Quando il Tg1

fa fuoco e fiamme 


DI MICHELE SERRA


Mettiamo che una persona interessata alle manifestazioni di venerdì 30

ottobre avesse acceso, per saperne di più, il Tg1 delle 20, che è pur

sempre il telegiornale generalista più seguito da almeno tre generazioni

di italiani. La prima immagine, fino dalle anticipazioni che precedono di

qualche minuto il notiziario: fiamme.

La seconda, la terza, la quarta: cassonetti rovesciati, tafferugli con la

polizia, fumogeni, manciate di ragazzi vestiti di nero con il

passamontagna calato sul volto. Devono passare tre o quattro minuti

(che in televisione sono un'eternità) prima che si odano, da uno degli

inviati, le due parole «corteo pacifico». Fiuuu… sospiro di sollievo.

Sembrava la guerra civile, erano solo manifestazioni.

In termini di scelta giornalistica, significa: privilegiare gli aspetti di

disordine pubblico, mettere in ombra gli aspetti politici. Il titolo di

Rainews (stessa azienda) era, correttamente: «Sciopero generale,

centinaia di migliaia nei cortei. Tensioni al Colosseo e a Torino».


Rovesciando esattamente la logica del Tg1: la prima notizia è l'evento

politico nazionale, rilevante e partecipato. E dopo, solo dopo, le tensioni

ai margini. Le quali, almeno secondo i bilanci ufficiali, si sono risolte con

danni modesti e zero feriti.

Poiché non risulta che il direttore del Tg1 Chiocci sia un attivista di

Askatasuna, è lecito domandarsi perché mai il racconto della giornata

desse maggiore rilievo al punto di vista di Askatasuna piuttosto che a

quello dei manifestanti pacifici. Il problema, si sa, è anche strutturale:

per l'informazione così come è congegnata, vale di più uno che sbraita di

cento che parlano. Le telecamere sono tutte per lui. Se poi (è il caso del

Tg1) quello che sbraita toglie attenzione a quelli che scendono in piazza

contro il governo, lo sbraito merita l'apertura del giornale.

Il Sindaco capitale

 

Gualtieri: re dell’aiuola, del cemento e dei rifiuti 


di Daniela Ranieri 

Ora che i termini della coalizione tra Pd e M5S sembrano stabiliti, e alle primarie correranno solo Conte e Schlein, un po’ dispiace non veder gareggiare gli idoli centristi e/o moderati dell’establishment, i vari Ruffini, Gabrielli, Manfredi, Salis, Gualtieri. Soprattutto Gualtieri: abbiamo un debole per il sindaco di Roma. L’entusiasmo con cui inaugura una biglietteria, un’area cani sul Tevere o un parco giochi (pardon: “area ludica”) è a dir poco commovente. Gualtieri fa cose graziosissime adatte a una cittadina di un cantone svizzero. A scorrere il suo Instagram viene il dubbio che amministri una Roma parallela, sita in un altro universo quantistico: pulita, funzionante, popolata di cittadini attivamente oziosi e grati al loro sindaco (“Hai fatto un miracolo!”). Il nostro video preferito è quello in cui Gualtieri inaugura “Tiberis, la prima spiaggia urbana estiva per i romani”, che non vedevano l’ora di far giocare i pupi con le pantegane di Ponte Marconi, sulle rive di uno dei fiumi più inquinati d’Italia (che Gualtieri vuole render balneabile entro il 2030), tra i miasmi degli scarichi abusivi (da cui: stormi di gabbiani feroci che inseguono i convenuti). Gualtieri decanta la piantumazione di poetiche tamerici: questa delle “nuove alberature” è una sua fissa da quando i comitati hanno denunciato la deforestazione della città (sotto la sua amministrazione sono stati abbattuti 29.136 alberi). Ora non c’è giorno che Gualtieri non pianti un arbusto, come se un alberello in uno slargo compensasse un platano di viale Mazzini o un pino di piazza Risorgimento, rasa al suolo per accogliere i pellegrini giubilari e ricostruita sul modello di una rotatoria della Brianza.

Gualtieri è un Candido di Voltaire planato in una delle città più trafficate del mondo dopo Città del Messico (Roma è al 17° posto, con circa 71 ore perse nel traffico all’anno per conducente), che si commuove quando pubblicizza i “rifugi climatici” che ha fatto costruire nella città disboscata (da lui) per il motivo che bisognava espiantare gli alberi malati, fermo restando il mistero insolubile di piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini, che adesso pare uscita da Ai confini della realtà. La congiuntura micidiale di fondi del Pnrr e sindaci progressisti-pidini genera mostri: l’eliminazione degli ulivi e la colata di cemento grigio chiaro, tipo set di Antonioni, hanno dapprima creato un panorama post-nucleare, poi (e chi poteva prevederlo?) il passaggio dei bus ha sgretolato il pavé, inconveniente risolto con una sversata di bitume nero, per meglio assorbire i raggi solari. Lo spiazzo catramato ustiona l’incauto passante che dovesse mettervi piede tra maggio e ottobre, con rischio di vaporizzazione immediata, tipo Pompei nel 79 d.C.. Apposta, poi, servono i rifugi climatici: per costruire o meglio decostruire quelle geometrie metafisiche (prive di bivacchi di mendicanti), bisogna abbattere ogni residuo di flora, alla faccia dei rendering degli architetti con eleganti alberelli-Ikea (lo studio It’s Architettura, parte del team internazionale che ha vinto la gara, ha disconosciuto il progetto). Tutte oasi infernali create togliendo spazio a parcheggi e strade, con ulteriore aumento di traffico, ingorghi, emissioni su strade, consolari, tangenziali di Roma, piene di automobilisti che tentano di raggiungere il luogo di lavoro o magari, ironia della sorte, un’isola climatica, per rinfrescarsi sotto i lecci trasportati dal Comune coi tir, con ulteriori emissioni di Co2, in un circolo vizioso senza redenzione né fine. E che dire della nuova piazza Pia a San Pietro, inaugurata per il Giubileo 25 alla presenza di Meloni e del ministro dei Non Trasporti Salvini: Gualtieri si vanta di questo “polo urbano”, “una vera e propria piazza dell’abbraccio”, come se bastasse delimitare un’area pedonalizzata per fare una piazza, che è invece un luogo d’incontro per la comunità. Si aggira nella landa vuota stile Outlet di Valmontone come un agente Tecnocasa che illustra le pregevoli rifiniture: “Guardate queste bellissime sedute”, dei parallelepipedi brutalisti inospitali, perché i sindaci progressisti sono inclusivi, ma come quelli di destra rimuovono le panchine su cui dormono i senzatetto (“decoro urbano”); “Queste nuove fontane sono davvero stupende!”, e sono le solite vasche a sfioro stile Milano city, puro ornamento per turisti senza utilità civile.

Poiché Roma fuori da Instagram trabocca di immondizia, Gualtieri farà l’inceneritore, che chiama “termovalorizzatore” per farlo sembrare moderno, a Santa Palomba, estrema periferia sud: fa niente se l’Ue lo ha escluso dalla Tassonomia verde, il sistema di classificazione che distingue le opere davvero sostenibili da quelle di puro greenwashing, e tasserà le città che ne hanno. Insomma, peccato: avremmo voluto un presidente del Consiglio che spianasse l’Italia per farne un’area ludica piena di aiuole.

L'Editoriale di ieri

 

Trovato il mandante

di Marco Travaglio 

31 ottobre 2026

Dopo l’ennesima giornata di manifestazioni in tutta Italia contro il riarmo, il caro-vita e il dolce far nulla del governo più inetto del Terzo millennio, attendiamo con ansia di sapere chi è stavolta il Grande Vecchio che ha mobilitato quelle centinaia di migliaia di persone scese in piazza pacificamente. A parte Putin, s’intende, che ormai si porta su tutto. Tenderemmo a escludere il putribondo Youssef Siher, visto che fino a due giorni fa stava in galera, ma non potremmo giurarci perché questi maranza putiniani una ne fanno e cento ne pensano. Fra l’altro, mentre tutti erano distratti dalla sua scarcerazione, le correnti di sinistra della magistratura prendevano il potere nel Csm, dov’erano sempre state minoritarie, passando da 7 a 11 seggi (su 20), inclusi i 2 della Cassazione, lasciando i centristi di Unicost a quota 4 e facendo precipitare la destra di MI da 7 a 4 (il ventesimo è il mitico Cosimo Ferri che, avendo fatto politica dal Pd alla destra, si candidava come “indipendente” perché è molto spiritoso). E un sondaggio di Youtrendrivelava che le ragioni delle proteste sono condivise da quasi due elettori di destra su tre.

Un governo intelligente – quindi non il nostro – inizierebbe a domandarsi come mai gli italiani giovani, di mezza età e anziani, del Nord, del Centro e del Sud, studenti, lavoratori, disoccupati, pensionati, operai, autotrasportatori, agricoltori, pescatori, del ceto medio e del sottoproletariato, scendano tutti insieme in piazza a protestare. E se sia mai possibile che abbiano dietro qualcuno, un mandante occulto o una Spectre, indigena o forestiera, ibrida o purissima, pilotata dal Campo Largo o dal Campo Lavrov, che riesce miracolosamente a saldare questa rivolta a pezzi, a farne un tutt’uno e a trascinarla fuori di casa anche in un Paese pantofolaio come il nostro. Magari è lo stesso che è appena riuscito a truccare le elezioni del Csm per far vincere le toghe rosse e far perdere quelle governative, a furia di schiforme della giustizia e di insulti e minacce ai magistrati che non prendono ordini dal governo. Cerca oggi, cerca domani, si potrebbe persino scoprire che tutte queste proteste contro l’austerità selettiva che non trova mai un euro per le esigenze dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati, dei consumatori, dei poveri, della sanità e della scuola, ma trova sempre i soldi per le armi, per l’Ucraina e per le grandi opere inutili, non sfiora mai gli evasori, le banche, i colossi della finanza e del web e per giunta fa pagare a chi guadagna fino a 100 mila euro il 15% di tasse se è una partita Iva e il 43% se è un dipendente, un mandante unico ce l’hanno: ad aizzare tanta gente contro il governo Meloni è il governo Meloni. Non resta che applicare implacabilmente l’ottavo decreto Sicurezza a questi facinorosi: in galera!