Tutti appesi
a un capo
DI MICHELE SERRA
Prima dare una forma politica alla coalizione, poi pensare alla leadership.
Lo ha ripetuto anche D'Alema a Genova, suggello di un vecchio capo a
un'opinione largamente prevalente negli elettori del centrosinistra,
ripetuta e scritta inutilmente centinaia di volte. E l'avverbio
"inutilmente" lascia intendere che i canali di ascolto tra i gruppi dirigenti
e il grosso del loro elettorato sono parecchio occlusi.
Mesi e mesi — dal tonfo del governo al referendum di marzo in poi —
passati a ripetere un mantra evidentemente inutile, "prima il
programma", perché è la questione della leadership, invece, che ha
occupato quasi per intero la scena. E la sola questione politica che ha
avuto grande rilievo sui giornali e nei talk è stata il riarmo dell'Ucraina,
forse l'unico punto rilevante di dissenso. Con l'aggravante che sullo
stesso argomento (il rapporto tra Europa e Russia) nel presente governo
le distanze sono molto maggiori.
Puntare sul programma sarebbe servito, tra le altre cose, anche a rendere
visibili e familiari all'opinione pubblica i punti di accordo, che sono tanti
e strutturali: la questione ucraina passa, prima o poi; fisco, scuola e
sanità pubblica rimangono per generazioni. Si vede che Schlein e Conte
li danno per scontati, i punti del programma. Magari ne hanno già
discusso tra loro (ipotesi fausta) oppure aspettano di discuterne quando,
dopo le primarie, si saprà chi dei due è il più forte (ipotesi infausta).
Infine. Tanta vibrante opposizione al Melonellum, che si fonda sulla
"capocrazia" come scioglimento di tutti i nodi. E poi è proprio attorno alla
figura del capo che l'opposizione spende ogni sua energia?
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