Usa e pena di morte: un macabro show
Dai tempi dei linciaggi e del patibolo eretto davanti al saloon, l’America ordinaria e selvaggia ha sempre esibito in pubblico il misfatto della pena di morte. Nell’Ottocento, davanti alle urla della folla e al soddisfatto segno della croce dei puritani.
Oggi nel neon ovattato delle Camera della morte, dove il detenuto viene crocefisso con le cinghie strette alle braccia oscenamente spalancate, davanti al vetro dei testimoni, dove sono seduti i funzionari del penitenziario, il cappellano, lo sceriffo, due o più giornalisti incaricati della cronaca, e in prima fila i familiari della vittima, a cui il rito dell’iniezione letale offre lo spettacolo di un assassinio lentamente eseguito, a risarcimento del loro parente assassinato.
L’idea di trasmettere il prossimo 3 dicembre, in diretta streaming, la fucilazione dell’ex maggiore dell’esercito Nidal Malik Hasan, che nel 2009 ha ucciso 13 commilitoni, annunciata dall’ex alcolista Pete Hegseth, oggi segretario alla Guerra, era troppo persino per il suo Comandante in capo Donald Trump che ha fatto retromarcia, dopo le proteste di metà del mondo, soprattutto dopo il responso negativo dei sondaggi, revocando la diretta digitale, non la fucilazione.
Il rito resta nella tradizione, a conferma che l’America non si è mai affrancata dai due secoli e mezzo del suo passato. E che le icone colorate del suo Novecento, da Elvis Presley a Marylin Monroe, dalle Cadillac lucenti fino allo scontroso Bob Dylan, hanno solo ripulito la sua superficie, il suo permanente spettacolo, senza mai intaccare la sua anima nera e profonda, nata con lo sterminio di 14 milioni di nativi, lo sfruttamento degli schiavi nelle piantagioni, l’uso sistematico della violenza nella vita quotidiana. Moltiplicata mille volte in tutte le guerre nel mondo. Sempre issando sulla piramide di Hollywood e di Wall Street le bandiere della democrazia e della libertà, ma con il monito, mai uguagliato nella storia, di Hiroshima e Nagasaki, 200mila arsi vivi in una manciata di secondi, supremo sigillo del proprio comando sul secolo.
La telecamera digitale con cui eternizzare la fucilazione del maggiore Hasan sarebbe stata solo un aggiornamento tecnologico della sua cultura fondata sulla vendetta, la santa e sacra vendetta d’Antico Testamento, che insieme al dollaro, alle armi, all’hamburger, è il motore della sua politica in pace e in guerra, della sua morale e di tutte le storie che ci racconta, di tutti i suoi film, di tutte le sue vecchie e nuove religioni che intossicano di adrenalina la sua missione messianica.
Un bel po’ di anni fa, era il 1996, ho viaggiato dentro al sole verticale del Texas, dove a ogni semaforo rosso ti affianca un pick-up che ti ronfa accanto, e quando parte ti offre l’inquadratura del fucile a pompa Remington che sta appeso al finestrino di dietro.
Stavo laggiù per raccontare la storia di Joseph Paul Jernigan, detenuto numero 699, reo confesso di assassinio, giustiziato dalla giustizia americana, nel mattatoio statale di Huntsville, il carcere dove l’iniezione letale lavora più che altrove e ha fatto fuori oltre 600 detenuti, dopo che la direzione del braccio della morte aveva mandato in pensione la vecchia sedia elettrica, detta affettuosamente Old Sparky, “vecchia scintilla”, che l’amministrazione del penitenziario ha messo al centro del museo cittadino, invece di nasconderla.
J.P. Jernigan, 39 anni, una ventina passati nelle galere, gli ultimi 12 nel Death Row, il Braccio della morte, aveva donato il corpo alla scienza e l’Università del Colorado lo aveva congelato, tagliato a fette un millimetro alla volta, fotografato, digitalizzato, in modo che, man mano che il corpo spariva nel mondo reale, ricompariva in quello virtuale, fino a diventare il più completo atlante del corpo umano maschile, adottato dalle università di Medicina americane. Sapevamo tutto sul suo corpo congelato per sempre nel web, nulla della sua biografia. Ero partito per restituirgliela, e raccontarla nel libro Ghiaccio blu.
A Huntsville – come in tutti i bracci della morte – le esecuzioni sono sempre state pubbliche. Allestite per una platea selezionata che assiste alla liturgia dell’esecuzione, travestita da trattamento sanitario, la vena preparata dal medico, i tubi che portano il veleno, l’attesa, con l’unica interferenza, qualche volta, di piccoli gruppi abolizionisti che protestano, con le candele accese, di fronte al carcere, nell’indifferenza generale.
La novità pretesa da Hegseth era insieme rumorosa e marginale. Intendeva eliminare il limite fisico della platea. Trasformare il vetro di Huntsville in uno schermo planetario con milioni di potenziali spettatori convocati dal fragore della fucilazione militare. Hegseth pretendeva che fosse una lezione per il mondo intero. Una dimostrazione pubblica delle conseguenze del delitto. Trump si è vantato dell’effetto annuncio per poi revocarlo a malincuore, ma confermando l’esecuzione di Hasan, nello stesso luogo del massacro, Fort Hood, alla stessa ora, secondo una geometria della vendetta che vuole far coincidere la punizione con il crimine. Come se le 13 vittime possano essere risarcite dal quattordicesimo cadavere. Sangue che reclama altro sangue da offrire al pubblico, affinché impari. Ma impari cosa? Che la vita umana è sacra, assistendo alla sua fucilazione? Che uccidere è il peggiore dei delitti, guardando lo Stato che uccide? Che la violenza è inammissibile, quando è la legge stessa a organizzarla?
Insieme con quella di Papa Leone, molte voci nel mondo hanno protestato. Compresa l’America, dove esiste una tradizione di lotta per i diritti. Trump, le ha ignorate per una settimana intera. Poi ha letto il resoconto dei sondaggi. Il contraccolpo negativo che avrebbe avuto sulle imminenti elezioni di Midterm. Per una volta ha desistito, rinunciando alla sua missione quotidiana di smantellare gli ultimi pudori della sua Casa Bianca, usata per arricchirsi in pubblico, rapire il presidente venezuelano, affamare Cuba, bombardare Teheran, fare affari con Putin, annettersi un pezzo di Groenlandia. Trump rinuncia alla telecamera, non al patibolo. Accetta che anche la crudeltà deve essere misurata dai sondaggi. Ma si tiene stretto il potere di immobilizzare un uomo e chiamare giustizia la procedura scelta per ucciderlo.
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