Il dépliant di Silvia Salis che si vede solo leader
Abbiamo la sensazione, ma potremmo sbagliare, che l’establishment stia tentando in tutti i modi di lanciare Silvia Salis dall’amministrazione di Genova, città di cui è sindaca, alla ribalta nazionale. In una settimana abbiamo contato: una copertina su 7, settimanale del Corriere, con speciale di 5 pagine (“Il centrosinistra non ama la vittoria, io sì”); un’ospitata da Fazio (“È una rockstar!”); endorsement velati sui giornali padronali (“Capito Silvia Salis quanto piace, quanto funziona?”, Corriere); dichiarazioni ultimative di Salis su Campo largo e leadership; anticipazioni del libro di Salis sui quotidiani.
Ecco, il libro: il titolo È già domani (Feltrinelli) richiama il film campione d’incassi C’è ancora domanidi Paola Cortellesi, e il contenuto ricorda Open, il best-seller di Andrè Agassi e del premio Pulitzer J.R. Moehringer: qui mentori inflessibili sono il papà (“Non ti puoi permettere di essere una cretina”) e l’allenatore. Così funziona il marketing: prendi quello che ha funzionato negli anni scorsi e riempi la scocca con stoffa tua.
Chi si aspetta un manifesto politico resta deluso: c’è la sicurezza, che ovviamente “non è né di destra né di sinistra: è di tutti” (dove l’abbiamo già sentita? Ah, sì: da Alessandro Onorato; forse perché condividono lo stesso spin doctor, Marco Agnoletto, già spin doctor di Renzi?); ci sono buone idee per città funzionanti (biblioteche, centri sportivi e per anziani, etc.); ma il libro, in buon italiano, è in definitiva un dépliant autopromozionale.
Lo storytelling, arma impropria del renzismo dannunziano, vi è applicato con mirabile diligenza: il papà comunista, la fecondazione assistita (“Per me è importante parlarne, così come ha fatto la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez”), il figlio col cognome della madre. Come ormai anche i muri sanno, Salis è stata martellista olimpica, da cui: disciplina, fatica, sacrificio. Non siamo alle vette insuperate di Quella tosta. Chi è, dove arriverà Maria Elena Boschi (2015), dedicato alla “giaguara” del turbo-renzismo, ma l’operazione è simile. Certo i renzismi non mancano, tipo il “ministero del Futuro” (noi, si sa, preferiremmo piani quinquennali) e l’iperliberista “capitale umano” (Salis è contro i lavori precari: dev’esser per questo che ha votato per Renzi, quello del Jobs Act).
La metafora sportiva giustifica, e ammorba, tutto il libro: “Quando penso al destino di una società mi torna in mente un campo di atletica all’alba”. Chi meglio di lei può incarnare la “resilienza”, che nella politica pop ha sostituito la più impegnativa e umana resistenza? “La politica è entrata nella mia vita, senza bussare, sotto forma di domanda. ‘Cosa succede fuori dal campo sportivo, oltre quel perimetro in cui le regole sono chiare, in cui il merito è riconosciuto da inappellabili centimetri e secondi?’”. Un po’ inverosimile: piuttosto, la pubalgia le blocca la carriera. Qui inizia la sua seconda vita: Malagò la nomina a 35 anni vicepresidente del Coni.
A un certo punto Salis capisce che non è aria di diventare presidente al posto di Malagò, e lì la politica bussa eccome, nella persona di Roberta Pinotti, ex ministra della Difesa del Pd: “Mi disse: ‘Qui a Genova abbiamo grandi problemi per trovare il candidato sindaco. Lo so che tu in questo momento vorresti diventare presidentessa del Coni, però ci sarebbe veramente bisogno di una persona come te per mettere tutti d’accordo’”, chissà perché. Al che Silvia si ricorda che da piccola non voleva fare l’atleta, bensì, indovinate un po’? “Alle elementari… quando mi chiedevano che cosa volessi fare da grande, rispondevo: ‘La sindaca di Genova’”. La competizione morde: “Vi faccio vedere che quella responsabilità che non ritenete opportuno affidare a una giovane donna per un ente come il Coni… io la vado a prendere altrove. E vi dimostro che posso irrompere in una città governata da anni dalla destra, senza aver mai fatto una campagna elettorale in vita mia, e vincere” (Dio benedica tanto agonismo; noi andremmo subito a farci controllare i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress). Pone un’unica condizione: essere appoggiata da tutti quelli non palesemente di destra (persino da Renzi). E vince. L’unica competizione a cui Salis non vuole partecipare sono le primarie: vuol essere acclamata. “Manca un leader riconosciuto del centrosinistra… Quello per il quale di solito non serve la certificazione di un voto, ma di un carisma insindacabile, che per definizione è ‘la capacità personale di esercitare un forte ascendente, fascino e influenza sugli altri… Voi riconoscete queste caratteristiche in qualcuno dei volti della politica di oggi?”.
Ergo, M5S e Pd dovrebbero saltare le primarie per incoronarla candidata premier (non ministra dello Sport: se l’ha fatto Luca Lotti, può ben farlo lei), invece di far scegliere i cittadini tra una segretaria di partito e un due volte presidente del Consiglio.
La differenza tra neoliberismo e progressismo popolare riguarda la percezione di sé come centro del mondo o del bene collettivo come orizzonte: nel Pd non riescono a trovare nessuno per fare il sindaco e il candidato premier, così lo propongono a Salis, e ciò per Salis è il segno di quanto valga lei, non di come stia messo male il Pd. Ma davvero il centrosinistra ha bisogno di sedurre (“condurre a sé”) il popolo, invece di andare verso di esso e migliorare la sua condizione?
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