Il campo largo
degli americani
DI MICHELE SERRA
Pare di capire, al netto del profluvio di analisi e commenti post-elettorali,
che negli Stati Uniti ciò che noi chiamiamo "campo largo" non è
un'ipotesi, non un'ardita costruzione politica. È un dato di fatto. Si scrive
"Partito democratico" e si legge una galassia di persone anche molto
differenti, il musulmano e l'evangelico, la nativa americana e l'ispanico, il
socialista, la femminista, il moderato, la radicale. L'attore di Hollywood e
l'operaio che paga il prezzo della guerra (ennesima).
Se si cerca di individuare il solo tratto comune, però decisivo, e alla fine
vincente: la fiducia nel potere di rappresentanza e di cambiamento della
democrazia. L'idea che la politica appartenga a tutti, e il concetto stesso
di oligarchia, fondata sui quattrini e sul disprezzo delle regole, vada
appassionatamente contrastato. Per questo — non per altro — ha perso
Trump. Perché l'idea del capo che decide lui non è democratica. E per
contrastarla, si vota democratico.
Alla luce di questa macro-ragione, diventano un poco meno rilevanti le
ragioni, tutte rispettabili ma da sole insufficienti, dei singoli interpreti.
Comprese le ragioni economiche (l'economia è molto, ma non è tutto). La
scelta non è tra liberismo e socialismo, tra moderazione e radicalità, tra
campo dei diritti e campo della giustizia sociale. La scelta è tra
democrazia e oligarchia, tra partecipazione e autoritarismo. Convivono,
dentro questa scelta, molte anime. Ciò che le unisce è più importante di
ciò che le divide.
E in Italia?
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