sabato 7 novembre 2026

L'Amaca

 


Il campo largo

degli americani


DI MICHELE SERRA


Pare di capire, al netto del profluvio di analisi e commenti post-elettorali,

che negli Stati Uniti ciò che noi chiamiamo "campo largo" non è

un'ipotesi, non un'ardita costruzione politica. È un dato di fatto. Si scrive

"Partito democratico" e si legge una galassia di persone anche molto

differenti, il musulmano e l'evangelico, la nativa americana e l'ispanico, il

socialista, la femminista, il moderato, la radicale. L'attore di Hollywood e

l'operaio che paga il prezzo della guerra (ennesima).

Se si cerca di individuare il solo tratto comune, però decisivo, e alla fine

vincente: la fiducia nel potere di rappresentanza e di cambiamento della

democrazia. L'idea che la politica appartenga a tutti, e il concetto stesso

di oligarchia, fondata sui quattrini e sul disprezzo delle regole, vada

appassionatamente contrastato. Per questo — non per altro — ha perso

Trump. Perché l'idea del capo che decide lui non è democratica. E per

contrastarla, si vota democratico.


Alla luce di questa macro-ragione, diventano un poco meno rilevanti le

ragioni, tutte rispettabili ma da sole insufficienti, dei singoli interpreti.

Comprese le ragioni economiche (l'economia è molto, ma non è tutto). La

scelta non è tra liberismo e socialismo, tra moderazione e radicalità, tra

campo dei diritti e campo della giustizia sociale. La scelta è tra

democrazia e oligarchia, tra partecipazione e autoritarismo. Convivono,

dentro questa scelta, molte anime. Ciò che le unisce è più importante di

ciò che le divide.

E in Italia?


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