Il passaporto
a chi ne è degno
DI MICHELE SERRA
Lo scandalo non è solo che i Bolsonaro (sembra il titolo di una serie tivù,
tipo le Kardashian o i Flintstone), per via di un trisavolo veneto, abbiano
avuto in dono il passaporto italiano come un'onorificenza che il nostro
governo ha concesso esclusivamente per ragioni di complicità politica; e
avendo zero attinenza, l'Italia, con il Paese dove vivono (vivevano) e con
la lingua che parlano.
Lo scandalo è soprattutto che centinaia di migliaia di ragazzi italiani nati
qui da genitori immigrati non abbiano quella cittadinanza che sarebbe il
più ovvio, il più naturale dei diritti. Per la precisione: più ancora di un
diritto, essere italiani è una loro condizione. Uno stato di fatto non
riconosciuto.
Sono cento, mille volte più italiani dei Bolsonaro i bambini e i ragazzi figli
di stranieri che frequentano le nostre scuole pubbliche; i lavoratori
regolari che con le loro tasse pagano le loro e le nostre pensioni; la tanta
«gente perbene», direbbe Meloni, che è arrivata da lontano per stare
meglio, e ci è riuscita. E anche per farci stare meglio: le badanti, il
personale paramedico e medico, gli operai, i contadini, gli artigiani, i
professionisti. E in cambio ha ricevuto la negligenza di autorità distratte
o diffidenti.
La cittadinanza è un concetto che non ha niente a che fare con l'etnia, i
cromosomi, la genealogia. Certifica che si è parte di una comunità. Che si
è tenuti a rispettarne le leggi. Che si condividono con altri cittadini gli
stessi diritti e doveri. Che diavolo c'entrano i Bolsonaro? Niente, per loro
il passaporto che anche voi e io abbiamo in tasca è solo un salvacondotto.
Un alibi per farla franca.
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