venerdì 30 ottobre 2026

Testimonianza

 


Viaggio in Ucraina


Mariupol devastata dai raid russi, in una fotografia presa da un drone nel 2022 Sotto, una fossa

comune a Bucha dopo il massacro del marzo 2022 A destra, Zaporizhzhia Un militare ucraino a

Bakhmut, durante l'assedio della città del 2023


DI ELENA STANCANELLI


KIEV


In Ucraina si entra solo col treno. Per raggiungere Kiev dall'Italia

conviene affidarsi a un notturno di antica eleganza che parte da

Varsavia. Nel tempo che ho trascorso in Ucraina mi tornava spesso in

testa quel perfetto ossimoro, titolo di alcuni scritti di Simone Weil:

"L'ombra e la grazia". La pesanteur et la grâce. Ovunque si sente il peso

della guerra e ovunque la reazione è non solo fiera ma, mi viene da dire,

non assoggettata al dominio della necessità.

Divido la mia cuccetta con un ragazzo ucraino. Gli domando se è o è stato

un militare e lui, Kyrylo Perevozchykov, inizia a raccontarmi la sua

storia. Che è la storia di questo Paese, perché qui le biografie non sono

più private dal febbraio del 2022, giorno dell'invasione russa. «Sono nato

a Donetsk, nel Donbass, ci ho vissuto fino al 2013, quando mi sono

trasferito a Kiev per lavoro», dice. «L'anno in cui il presidente ucraino

Viktor Janukovyč ha prima cercato un accordo con l'Unione europea e

poi, dopo un viaggio a Mosca, annunciato al contrario un rafforzamento

dei legami con la Russia. La cosiddetta Tamozhenny Soyuz, un'unione

doganale che avrebbe dovuto creare un mercato comune tra le ex

repubbliche sovietiche. Un'assurdità a cui nessuno in Ucraina era

interessato. È iniziato così Euromaidan, con una piccola rivolta di

studenti, era il 30 novembre, alla quale la polizia aveva reagito in

maniera violenta. Qualcuno filma i pestaggi e il giorno dopo si crea una

mobilitazione enorme a Mykhailivska Ploshcha, la piazza di fronte al

monastero di San Michele. Anche io ero lì. Quando a febbraio del 2014

Janukovyč si è dimesso ed è scappato a Mosca, i russi hanno invaso la

Crimea. E nel Donbass c'è stato un tentativo di colpo di Stato organizzato

dalla Russia. Un gruppo separatista ha occupato la stazione di polizia e

l'ufficio del sindaco a Sloviansk, una città che oggi è sotto il controllo

ucraino. "Noi siamo la Repubblica di Donetsk, dicevano. Prendete tutti le

armi. Resistiamo all'Ucraina". Ma non si presentò nessuno. C'erano

letteralmente venti o trenta specialisti dell'Fsb russo (il Servizio federale

di sicurezza della Federazione Russa, Federal'naja Služba Bezopasnosti,

erede diretto di gran parte delle funzioni del KGB sovietico, sciolto nel

1991) ma nessuno della popolazione locale di Donetsk. L'ultima volta che

sono stato lì era aprile 2014 e mi sono trovato davanti una specie di freak

show. Nell'Ucraina orientale ci sono sempre stati personaggi marginali

che gridavano slogan filorussi, ma tutti li consideravano un po' pazzi.


All'improvviso, quelle persone si erano radunate tutte insieme e

ricevevano sostegno dalla Russia. Quello che successe dopo continua a

lasciarmi sbalordito. Credo che per me rimanga ancora oggi un mistero.

L'esercito ucraino circondò Sloviansk. La figura principale dall'altra parte

era Igor Girkin, che oggi è in carcere perché era un guerrafondaio troppo

aggressivo persino per i russi. Criticava Putin perché non era abbastanza

duro con l'Ucraina. Su YouTube c'è un video in cui, in sostanza, dice: "Sì,

abbiamo cominciato noi". Ecco perché rimango senza parole quando

sento dire che "la Nato stava accerchiando la Russia". I russi erano stati

accerchiati ma poi fu loro permesso di andarsene. Venne negoziato un

accordo: rinunciarono a Sloviansk e, in cambio, fu loro garantito un

corridoio per raggiungere Donetsk. Pensai: "Ma che cosa stanno facendo?

Che senso ha? Scambiano Sloviansk con Donetsk? Donetsk è molto più

grande di Sloviansk". Eravamo praticamente arrivati a Donetsk. Ma

quando il nostro esercito raggiunse Debaltseve, i russi ci attaccarono.

Fummo colti completamente di sorpresa, perché non erano i separatisti

né semplici bande di criminali, o minatori e contadini come si diceva: si

trattava dell'esercito regolare russo. Nel 2014 l'esercito ucraino era in

condizioni disastrose, credo fossimo l'esercito più malridotto d'Europa.


Quasi tutto quello che avevamo proveniva dall'Unione Sovietica. I soldati

parlavano tutti russo. Nessuno, nell'esercito, considerava davvero la

Russia un potenziale nemico. Se Putin avesse lanciato quella che lui

chiama "operazione militare speciale" allora, nel 2014, il nostro esercito

sarebbe crollato come un castello di carte. Dopo il 2015, e fino

all'invasione su vasta scala, il conflitto è rimasto sostanzialmente

congelato. La linea del fronte si era stabilizzata. Credo che tutti avessero

paura. In Ucraina avevamo capito che cosa stava succedendo, ma

continuavamo a sperare che, in qualche modo, si sarebbe riusciti a

negoziare. Quando Zelensky vinse le elezioni la sua promessa elettorale

era "Risolverò questa guerra", e lasciava intendere che avrebbe potuto

farlo quasi immediatamente. Mentre Poroshenko, il cui slogan era

"Esercito, lingua, fede", era un conservatore, che sosteneva con forza lo

Stato e il patriottismo ucraino, Zelensky era un volto nuovo. Diceva che

dovevamo semplicemente fare la pace, smettere di spararci. Credeva che

fosse possibile parlare con i russi... Ma, gradualmente, inizia a capire che

i russi semplicemente non volevano la pace. Gli accordi di Minsk

facevano parte di un tentativo di imporre al nostro Paese condizioni che

avrebbero compromesso la sovranità e l'indipendenza dell'Ucraina. Ci

veniva chiesto di modificare la Costituzione, concedere al Donbass uno

status speciale e una posizione particolare in Parlamento, garantirgli

l'autonomia e, di fatto, dimenticarci della Crimea. Per noi tutto questo

rappresentò un punto di rottura».


Ormai è notte nel nostro treno che procede lentissimo verso Kiev. Siamo

già scesi un paio di volte per gli allarmi, abbiamo preso un the che la

signora, addetta anche alla pulizie, prepara nell'ultimo scompartimento

del vagone. Viaggiano insieme a noi ucraini che tornano a Kiev per

lavoro, altri che hanno deciso di tornare a viverci (a Kiev conoscerò una

coppia di giovani scrittori francesi che da due anni si è trasferita nella

capitale ucraina. Per amore, per solidarietà, perché Kiev, come dicevo, è

un posto dove l'ombra e la grazia convivono, nonostante le continue

minacce), una giovane attrice ucraina in tournée, un'altra ragazza che

studia in California e incredibilmente un californiano in viaggio di

lavoro. A ogni fermata scendiamo infagottati nel piumone dentro il quale

stavamo dormendo, ci guardiamo solidali, qualcuno fuma. Non c'è niente

da comprare, da mangiare, da bere. Siamo in mezzo al niente, circondati

da vecchi treni arrugginiti e infinite foreste di betulle. «Quando successe

tutto», continua Kyrylo, «nel febbraio del 2022, ero in vacanza sui

Carpazi con i miei due figli. Corsi verso il confine. C'erano code enormi

dappertutto. Dopo due giorni riuscii ad affidare i bambini alla madre, la

mia ex moglie che si trovava in Polonia. C'è un valico di frontiera tra

l'Ucraina e la Slovacchia, le dissi, puoi arrivare a piedi. Non venire in

macchina, perché c'è una coda di automobili lunga tre giorni. Lei

attraversò il confine, io non potevo attraversarlo con i bambini. Entrò a

piedi in Ucraina, prese i nostri due figli e poi tornò a piedi oltre il confine,

in Slovacchia».


Sul telefono Kyrylo ha un video di quel momento. Mi mostra le file delle

macchine, i suoi due figli piccoli (adesso, ha quarant'anni e ne ha un

terzo con la seconda moglie), la gente ammassata al confine che cerca di

uscire. Mi mostra i video girati in quei giorni, la gente, le macchine in fila,

i figli che se ne vanno con la madre. Mi racconta della sua amica Nastya,

Anastasiia Yalanskaya. «Ne avrai sicuramente sentito parlare», dice, «era

una giovane volontaria ucraina di 26 anni, lavorava con me, è stata

uccisa il 4 marzo 2022 mentre portava il cibo in un rifugio per animali

nella zona di Bucha. A volte mi sento ancora in colpa perché non sono

nell'esercito, perché non sto combattendo. Quando è iniziata la guerra ho

cambiato lavoro. Lavoravo nel settore dei software bancari americani,

ma non volevo passare il mio tempo a fare cose che, in quelle

circostanze, mi sembravano prive di significato. Ho cominciato a cercare

nell'industria della difesa. Alla fine sono entrato in un'azienda ucraina

che lavorava su sistemi robotici e protesi ortopediche, spesso utilizzate

dai militari feriti e mutilati. È un prodotto ucraino, progettato, prodotto e

assemblato qui. Sogno di tornare in Crimea e nel Donbass quando la

guerra sarà finita. Voglio portare lì i miei figli e mostrare loro da dove

vengo. È una terra bellissima. Il Donbass fa parte anche della mia identità

e voglio che i miei figli lo capiscano».


Quando finalmente arriviamo a Kiev è notte fonda. Ci sono volute trenta

ore, anziché le quindici previste. La app che che ho installato sul telefono

per segnalare l'alert dei droni non smette di suonare. In albergo c'è un

rifugio, dove scendiamo quando stabiliamo che la faccenda è più seria.

La tecnologia trasforma tutto in un videogioco e sullo schermo del mio

telefono appaiono i droni stilizzati che scorrazzano sul cielo di Kiev.

A volte i droni si addensano, la carta si fa rosso fuoco e quello sarebbe il

momento di mettersi al riparo. Scoprirò presto che gli abitanti della città

si dividono tra quelli che al suono delle sirene corrono nei rifugi o

trascorrono nottate intere dentro le fermate della metropolitana e quelli

che, con fatalismo, scelgono di rimanere a dormire.

Di giorno invece la città è vispa, il traffico delle macchine regolare, i

ristoranti frequentati. La gente si sposta, lavora, fa progetti per il futuro.

Anche quest'anno, in maggio, si svolgerà la grande fiera del libro, il Book

Arsenal festival. Ce lo racconta Yulia Kozlovets, la direttrice, che ci riceve

in quell'arsenale, dove le opere sono state messe in salvo ma è ospitata

una mostra con lavori di adolescenti, intitolata "Sorry for temporary

inconvenience". L'anno scorso, ospite tra gli altri la scrittrice premio

Nobel Olga Tokarczuk, ci sono stati quattrocento visitatori. Quando

arrivano gli allarmi ci spostiamo tutti nei rifugi, dice.


Nell'agosto di quest'anno, quando i bombardamenti su Kiev si sono

intensificati, alcuni magazzini di libri sono andati a fuoco. Tredici milioni

di libri sono scomparsi in due mesi. Continuare a pubblicare e diffondere

gli scrittori e le scrittrici, preservandone la libertà, è il compito del Pen

Ukrain, che ci ospita e ci organizza gli incontri. Che, tra gli altri, cura un

progetto intitolato People of culture taken away by the war. Lo trovate sul

loro sito: raccoglie foto e biografie di uomini e donne uccisi durante

questa guerra. Tra loro Victoria Amelina, la scrittrice morta dopo essere

stata colpita da un missile russo mentre si trovava in un ristorante di

Kramatorsk, nell'Ucraina orientale. Era stata lei a ritrovare il diario che lo

scrittore Volodymyr Vakulenko aveva sepolto nel giardino di casa sua,

prima di essere arrestato e poi ucciso dai russi. Ma tra le biografie ci sono

anche persone meno conosciute, attivisti culturali che hanno tenuto

insieme le comunità nei piccoli paesi, musicisti, operatori. Preservare la

memoria è un'operazione necessaria e complicata durante la guerra,

racconta Anhelina Hrytsei, che fa parte dell'organizzazione non

governativa Truth Hounds (https://truth-hounds.org) che documenta e

indaga sui crimini di guerra. Sono loro che hanno contributo all'arresto

in Francia, il 7 aprile 2026, di Yevhen Brazhnikov, l'ex ufficiale di polizia

ucraino e collaborazionista accusato di torture e crimini di guerra nel

carcere segreto di Izolyatia a Donetsk. Liberato nel dicembre 2019 in uno

scambio di prigionieri, è poi fuggito dall'Ucraina prima della fine del

processo, in Francia, dove ha chiesto asilo. Di Truth Hounds faceva parte

anche Victoria Amelina. Cultural forces (https://culturalforces.org/en)

invece si presenta così: è qui che soldati e artisti uniscono le forze. La

cultura è il modo in cui combattiamo, guariamo e parliamo al mondo.

Distribuiscono libri ai soldati che sono al fronte, ne hanno mandati già

più di sessantamila, hanno istituito un concorso letterario per i diari e le

storie dei combattenti. Sviluppano storie per bambini che i padri

possono leggere ai figli la notte, al telefono, mentre sono al fronte. Storie

pensate per spiegare, per accorciare la distanza, per tenere a bada la

paura. In guerra bisogna fare in modo che la catena di informazioni non

si spezzi, che ci siano sempre testimoni, persone che rischiano la vita pur

di non smettere di raccontare.


Un uomo anziano, dall'aria mite, ci ha accompagnato a visitare un luogo

la cui ferocia rimbalza nella nostra immaginazione, attraverso il ricordo

di altre, mostruose, detenzioni. Siamo ad Yahidne, un piccolo villaggio a

circa 15 chilometri a sud della città di Černihiv, nell'Ucraina

settentrionale. Dal 3 al 30 marzo 2022, le forze russe occupanti

costrinsero 368 abitanti, tra cui decine di bambini, anziani e neonati, a

vivere nel seminterrato della scuola del villaggio. I soldati avevano

trasformato i piani superiori dell'edificio in una postazione militare e

trattenevano i civili nella cantina per usarli come scudi umani. Erano

così tanti e in cosi poco spazio che non potevano neanche sdraiarsi per

dormire. Sulle pareti sono segnati i loro nomi, e i bambini hanno

disegnato animali colorati, giochi, cuori, alberi: vita. Somiglia, questo

spazio terribile, alla scenografia di uno spettacolo di Tadeusz Kantor, la

classe morta. Coi banchi di ferro e legno, le sedie sgangherate, le bottiglie

di plastica e i bicchierini nei quali ognuno versava quel poco di acqua

calda con quasi niente dentro che serviva da cibo. Dieci persone

morirono durante la prigionia, prima che l'esercito ucraino li liberasse.

Costruiranno un museo accanto a questo edificio.

Di fronte a quel che resta del ponte Romaniv, a Irpin, incontriamo

Mykhailyna Skoryk-Shkarivska, giornalista e attivista. Il ponte fu fatto

saltare in aria dagli ucraini per impedire alle truppe russe di raggiungere

Kiev. Gli abitanti, che scappavano dai bombardamenti, furono sfollati

con passerelle di legno incastrate l'una con l'altra per guadare il fiume

Irpin. Oggi ci sono pietre che commemorano quel momento cruciale

della difesa ucraina. Con questa donna visitiamo Bucha, che a pochi anni

dalla sua distruzione è stata già ricostruita, Irpin, e un memoriale delle

vittime dell'occupazione. Il più grande di questi memoriali è però a Kiev

nella Maidan Nezalezhnosti, la piazza celebre per le manifestazioni di

Euromaidan. È un'aiuola, della quale quasi non si vedono i confini, sulla

quale sono infisse le immagini dei soldati ucraini morti al fronte,

punteggiate da bandiere giallo/azzurre e fiori. E' un immagine difficile da

dimenticare, uno strappo, un'intermittenza così violenta in una piazza

che somiglia a una qualsiasi delle piazze in una qualsiasi delle grandi

capitali d'Europa. È difficile pensare che in questa città, identica a una

delle città che conosciamo bene, stanotte ci saranno di nuovo

bombardamenti, e le persone moriranno. Così come è molto difficile

capire che cosa accadrà nei prossimi mesi. «Si parla di cessate il fuoco,

ma credo che potrebbe essere estremamente difficile raggiungerne uno

che protegga davvero l'Ucraina. Vladimir Putin è un leader imperialista

moderno», mi aveva detto Kyrylo, «le sue ambizioni non possono essere

affrontate semplicemente concedendogli qualcosa e sperando che si

accontenti. Se alla Russia sarà permesso di ricostruire le proprie forze

senza vincoli significativi, accumulerà una potenza militare ancora

maggiore. Ma l'Ucraina ha già dimostrato di essere in grado di resistere e

la Russia ha imparato che non può semplicemente dare per scontato che

l'Ucraina crollerà».


In una raccolta di saggi dedicati a Victoria Amelina, intitolata "Nothing

bad has ever happened" Joanna Kakissis racconta la storia dell'albero di

ciliege sotto il quale la scrittrice aveva dissepolto il diario di Vakulenko,

insieme al padre di lui. Del giorno in cui a quel ciliegio accompagna lo

scrittore colombiano Hector Abad Faciolince. Lui che è autore di "L'oblio

che saremo", in cui racconta la vita di suo padre, medico e attivista per i

diritti umani, assassinato a Medellín nel 1987 da sicari paramilitari. Quel

giorno, insieme alla giornalista Catalina Gomez, si spostano a

Kramatorsk. In quel ristorante, nel momento in cui il missile russo

sfonda le vetrine, tutti quanti vengono buttati a terra. Tutti tranne

Victoria Amelina, che rimane sulla sedia, immobile, muta, racconta

Faciolince nel libro che scriverà, che si intitola "Ahora y en la hora". Non

si sarebbe mai più risvegliata. Stavamo per brindare, racconta, e Victoria

Amelina, proprio un attimo prima, rideva.

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