Viaggio in Ucraina
Mariupol devastata dai raid russi, in una fotografia presa da un drone nel 2022 Sotto, una fossa
comune a Bucha dopo il massacro del marzo 2022 A destra, Zaporizhzhia Un militare ucraino a
Bakhmut, durante l'assedio della città del 2023
DI ELENA STANCANELLI
KIEV
In Ucraina si entra solo col treno. Per raggiungere Kiev dall'Italia
conviene affidarsi a un notturno di antica eleganza che parte da
Varsavia. Nel tempo che ho trascorso in Ucraina mi tornava spesso in
testa quel perfetto ossimoro, titolo di alcuni scritti di Simone Weil:
"L'ombra e la grazia". La pesanteur et la grâce. Ovunque si sente il peso
della guerra e ovunque la reazione è non solo fiera ma, mi viene da dire,
non assoggettata al dominio della necessità.
Divido la mia cuccetta con un ragazzo ucraino. Gli domando se è o è stato
un militare e lui, Kyrylo Perevozchykov, inizia a raccontarmi la sua
storia. Che è la storia di questo Paese, perché qui le biografie non sono
più private dal febbraio del 2022, giorno dell'invasione russa. «Sono nato
a Donetsk, nel Donbass, ci ho vissuto fino al 2013, quando mi sono
trasferito a Kiev per lavoro», dice. «L'anno in cui il presidente ucraino
Viktor Janukovyč ha prima cercato un accordo con l'Unione europea e
poi, dopo un viaggio a Mosca, annunciato al contrario un rafforzamento
dei legami con la Russia. La cosiddetta Tamozhenny Soyuz, un'unione
doganale che avrebbe dovuto creare un mercato comune tra le ex
repubbliche sovietiche. Un'assurdità a cui nessuno in Ucraina era
interessato. È iniziato così Euromaidan, con una piccola rivolta di
studenti, era il 30 novembre, alla quale la polizia aveva reagito in
maniera violenta. Qualcuno filma i pestaggi e il giorno dopo si crea una
mobilitazione enorme a Mykhailivska Ploshcha, la piazza di fronte al
monastero di San Michele. Anche io ero lì. Quando a febbraio del 2014
Janukovyč si è dimesso ed è scappato a Mosca, i russi hanno invaso la
Crimea. E nel Donbass c'è stato un tentativo di colpo di Stato organizzato
dalla Russia. Un gruppo separatista ha occupato la stazione di polizia e
l'ufficio del sindaco a Sloviansk, una città che oggi è sotto il controllo
ucraino. "Noi siamo la Repubblica di Donetsk, dicevano. Prendete tutti le
armi. Resistiamo all'Ucraina". Ma non si presentò nessuno. C'erano
letteralmente venti o trenta specialisti dell'Fsb russo (il Servizio federale
di sicurezza della Federazione Russa, Federal'naja Služba Bezopasnosti,
erede diretto di gran parte delle funzioni del KGB sovietico, sciolto nel
1991) ma nessuno della popolazione locale di Donetsk. L'ultima volta che
sono stato lì era aprile 2014 e mi sono trovato davanti una specie di freak
show. Nell'Ucraina orientale ci sono sempre stati personaggi marginali
che gridavano slogan filorussi, ma tutti li consideravano un po' pazzi.
All'improvviso, quelle persone si erano radunate tutte insieme e
ricevevano sostegno dalla Russia. Quello che successe dopo continua a
lasciarmi sbalordito. Credo che per me rimanga ancora oggi un mistero.
L'esercito ucraino circondò Sloviansk. La figura principale dall'altra parte
era Igor Girkin, che oggi è in carcere perché era un guerrafondaio troppo
aggressivo persino per i russi. Criticava Putin perché non era abbastanza
duro con l'Ucraina. Su YouTube c'è un video in cui, in sostanza, dice: "Sì,
abbiamo cominciato noi". Ecco perché rimango senza parole quando
sento dire che "la Nato stava accerchiando la Russia". I russi erano stati
accerchiati ma poi fu loro permesso di andarsene. Venne negoziato un
accordo: rinunciarono a Sloviansk e, in cambio, fu loro garantito un
corridoio per raggiungere Donetsk. Pensai: "Ma che cosa stanno facendo?
Che senso ha? Scambiano Sloviansk con Donetsk? Donetsk è molto più
grande di Sloviansk". Eravamo praticamente arrivati a Donetsk. Ma
quando il nostro esercito raggiunse Debaltseve, i russi ci attaccarono.
Fummo colti completamente di sorpresa, perché non erano i separatisti
né semplici bande di criminali, o minatori e contadini come si diceva: si
trattava dell'esercito regolare russo. Nel 2014 l'esercito ucraino era in
condizioni disastrose, credo fossimo l'esercito più malridotto d'Europa.
Quasi tutto quello che avevamo proveniva dall'Unione Sovietica. I soldati
parlavano tutti russo. Nessuno, nell'esercito, considerava davvero la
Russia un potenziale nemico. Se Putin avesse lanciato quella che lui
chiama "operazione militare speciale" allora, nel 2014, il nostro esercito
sarebbe crollato come un castello di carte. Dopo il 2015, e fino
all'invasione su vasta scala, il conflitto è rimasto sostanzialmente
congelato. La linea del fronte si era stabilizzata. Credo che tutti avessero
paura. In Ucraina avevamo capito che cosa stava succedendo, ma
continuavamo a sperare che, in qualche modo, si sarebbe riusciti a
negoziare. Quando Zelensky vinse le elezioni la sua promessa elettorale
era "Risolverò questa guerra", e lasciava intendere che avrebbe potuto
farlo quasi immediatamente. Mentre Poroshenko, il cui slogan era
"Esercito, lingua, fede", era un conservatore, che sosteneva con forza lo
Stato e il patriottismo ucraino, Zelensky era un volto nuovo. Diceva che
dovevamo semplicemente fare la pace, smettere di spararci. Credeva che
fosse possibile parlare con i russi... Ma, gradualmente, inizia a capire che
i russi semplicemente non volevano la pace. Gli accordi di Minsk
facevano parte di un tentativo di imporre al nostro Paese condizioni che
avrebbero compromesso la sovranità e l'indipendenza dell'Ucraina. Ci
veniva chiesto di modificare la Costituzione, concedere al Donbass uno
status speciale e una posizione particolare in Parlamento, garantirgli
l'autonomia e, di fatto, dimenticarci della Crimea. Per noi tutto questo
rappresentò un punto di rottura».
Ormai è notte nel nostro treno che procede lentissimo verso Kiev. Siamo
già scesi un paio di volte per gli allarmi, abbiamo preso un the che la
signora, addetta anche alla pulizie, prepara nell'ultimo scompartimento
del vagone. Viaggiano insieme a noi ucraini che tornano a Kiev per
lavoro, altri che hanno deciso di tornare a viverci (a Kiev conoscerò una
coppia di giovani scrittori francesi che da due anni si è trasferita nella
capitale ucraina. Per amore, per solidarietà, perché Kiev, come dicevo, è
un posto dove l'ombra e la grazia convivono, nonostante le continue
minacce), una giovane attrice ucraina in tournée, un'altra ragazza che
studia in California e incredibilmente un californiano in viaggio di
lavoro. A ogni fermata scendiamo infagottati nel piumone dentro il quale
stavamo dormendo, ci guardiamo solidali, qualcuno fuma. Non c'è niente
da comprare, da mangiare, da bere. Siamo in mezzo al niente, circondati
da vecchi treni arrugginiti e infinite foreste di betulle. «Quando successe
tutto», continua Kyrylo, «nel febbraio del 2022, ero in vacanza sui
Carpazi con i miei due figli. Corsi verso il confine. C'erano code enormi
dappertutto. Dopo due giorni riuscii ad affidare i bambini alla madre, la
mia ex moglie che si trovava in Polonia. C'è un valico di frontiera tra
l'Ucraina e la Slovacchia, le dissi, puoi arrivare a piedi. Non venire in
macchina, perché c'è una coda di automobili lunga tre giorni. Lei
attraversò il confine, io non potevo attraversarlo con i bambini. Entrò a
piedi in Ucraina, prese i nostri due figli e poi tornò a piedi oltre il confine,
in Slovacchia».
Sul telefono Kyrylo ha un video di quel momento. Mi mostra le file delle
macchine, i suoi due figli piccoli (adesso, ha quarant'anni e ne ha un
terzo con la seconda moglie), la gente ammassata al confine che cerca di
uscire. Mi mostra i video girati in quei giorni, la gente, le macchine in fila,
i figli che se ne vanno con la madre. Mi racconta della sua amica Nastya,
Anastasiia Yalanskaya. «Ne avrai sicuramente sentito parlare», dice, «era
una giovane volontaria ucraina di 26 anni, lavorava con me, è stata
uccisa il 4 marzo 2022 mentre portava il cibo in un rifugio per animali
nella zona di Bucha. A volte mi sento ancora in colpa perché non sono
nell'esercito, perché non sto combattendo. Quando è iniziata la guerra ho
cambiato lavoro. Lavoravo nel settore dei software bancari americani,
ma non volevo passare il mio tempo a fare cose che, in quelle
circostanze, mi sembravano prive di significato. Ho cominciato a cercare
nell'industria della difesa. Alla fine sono entrato in un'azienda ucraina
che lavorava su sistemi robotici e protesi ortopediche, spesso utilizzate
dai militari feriti e mutilati. È un prodotto ucraino, progettato, prodotto e
assemblato qui. Sogno di tornare in Crimea e nel Donbass quando la
guerra sarà finita. Voglio portare lì i miei figli e mostrare loro da dove
vengo. È una terra bellissima. Il Donbass fa parte anche della mia identità
e voglio che i miei figli lo capiscano».
Quando finalmente arriviamo a Kiev è notte fonda. Ci sono volute trenta
ore, anziché le quindici previste. La app che che ho installato sul telefono
per segnalare l'alert dei droni non smette di suonare. In albergo c'è un
rifugio, dove scendiamo quando stabiliamo che la faccenda è più seria.
La tecnologia trasforma tutto in un videogioco e sullo schermo del mio
telefono appaiono i droni stilizzati che scorrazzano sul cielo di Kiev.
A volte i droni si addensano, la carta si fa rosso fuoco e quello sarebbe il
momento di mettersi al riparo. Scoprirò presto che gli abitanti della città
si dividono tra quelli che al suono delle sirene corrono nei rifugi o
trascorrono nottate intere dentro le fermate della metropolitana e quelli
che, con fatalismo, scelgono di rimanere a dormire.
Di giorno invece la città è vispa, il traffico delle macchine regolare, i
ristoranti frequentati. La gente si sposta, lavora, fa progetti per il futuro.
Anche quest'anno, in maggio, si svolgerà la grande fiera del libro, il Book
Arsenal festival. Ce lo racconta Yulia Kozlovets, la direttrice, che ci riceve
in quell'arsenale, dove le opere sono state messe in salvo ma è ospitata
una mostra con lavori di adolescenti, intitolata "Sorry for temporary
inconvenience". L'anno scorso, ospite tra gli altri la scrittrice premio
Nobel Olga Tokarczuk, ci sono stati quattrocento visitatori. Quando
arrivano gli allarmi ci spostiamo tutti nei rifugi, dice.
Nell'agosto di quest'anno, quando i bombardamenti su Kiev si sono
intensificati, alcuni magazzini di libri sono andati a fuoco. Tredici milioni
di libri sono scomparsi in due mesi. Continuare a pubblicare e diffondere
gli scrittori e le scrittrici, preservandone la libertà, è il compito del Pen
Ukrain, che ci ospita e ci organizza gli incontri. Che, tra gli altri, cura un
progetto intitolato People of culture taken away by the war. Lo trovate sul
loro sito: raccoglie foto e biografie di uomini e donne uccisi durante
questa guerra. Tra loro Victoria Amelina, la scrittrice morta dopo essere
stata colpita da un missile russo mentre si trovava in un ristorante di
Kramatorsk, nell'Ucraina orientale. Era stata lei a ritrovare il diario che lo
scrittore Volodymyr Vakulenko aveva sepolto nel giardino di casa sua,
prima di essere arrestato e poi ucciso dai russi. Ma tra le biografie ci sono
anche persone meno conosciute, attivisti culturali che hanno tenuto
insieme le comunità nei piccoli paesi, musicisti, operatori. Preservare la
memoria è un'operazione necessaria e complicata durante la guerra,
racconta Anhelina Hrytsei, che fa parte dell'organizzazione non
governativa Truth Hounds (https://truth-hounds.org) che documenta e
indaga sui crimini di guerra. Sono loro che hanno contributo all'arresto
in Francia, il 7 aprile 2026, di Yevhen Brazhnikov, l'ex ufficiale di polizia
ucraino e collaborazionista accusato di torture e crimini di guerra nel
carcere segreto di Izolyatia a Donetsk. Liberato nel dicembre 2019 in uno
scambio di prigionieri, è poi fuggito dall'Ucraina prima della fine del
processo, in Francia, dove ha chiesto asilo. Di Truth Hounds faceva parte
anche Victoria Amelina. Cultural forces (https://culturalforces.org/en)
invece si presenta così: è qui che soldati e artisti uniscono le forze. La
cultura è il modo in cui combattiamo, guariamo e parliamo al mondo.
Distribuiscono libri ai soldati che sono al fronte, ne hanno mandati già
più di sessantamila, hanno istituito un concorso letterario per i diari e le
storie dei combattenti. Sviluppano storie per bambini che i padri
possono leggere ai figli la notte, al telefono, mentre sono al fronte. Storie
pensate per spiegare, per accorciare la distanza, per tenere a bada la
paura. In guerra bisogna fare in modo che la catena di informazioni non
si spezzi, che ci siano sempre testimoni, persone che rischiano la vita pur
di non smettere di raccontare.
Un uomo anziano, dall'aria mite, ci ha accompagnato a visitare un luogo
la cui ferocia rimbalza nella nostra immaginazione, attraverso il ricordo
di altre, mostruose, detenzioni. Siamo ad Yahidne, un piccolo villaggio a
circa 15 chilometri a sud della città di Černihiv, nell'Ucraina
settentrionale. Dal 3 al 30 marzo 2022, le forze russe occupanti
costrinsero 368 abitanti, tra cui decine di bambini, anziani e neonati, a
vivere nel seminterrato della scuola del villaggio. I soldati avevano
trasformato i piani superiori dell'edificio in una postazione militare e
trattenevano i civili nella cantina per usarli come scudi umani. Erano
così tanti e in cosi poco spazio che non potevano neanche sdraiarsi per
dormire. Sulle pareti sono segnati i loro nomi, e i bambini hanno
disegnato animali colorati, giochi, cuori, alberi: vita. Somiglia, questo
spazio terribile, alla scenografia di uno spettacolo di Tadeusz Kantor, la
classe morta. Coi banchi di ferro e legno, le sedie sgangherate, le bottiglie
di plastica e i bicchierini nei quali ognuno versava quel poco di acqua
calda con quasi niente dentro che serviva da cibo. Dieci persone
morirono durante la prigionia, prima che l'esercito ucraino li liberasse.
Costruiranno un museo accanto a questo edificio.
Di fronte a quel che resta del ponte Romaniv, a Irpin, incontriamo
Mykhailyna Skoryk-Shkarivska, giornalista e attivista. Il ponte fu fatto
saltare in aria dagli ucraini per impedire alle truppe russe di raggiungere
Kiev. Gli abitanti, che scappavano dai bombardamenti, furono sfollati
con passerelle di legno incastrate l'una con l'altra per guadare il fiume
Irpin. Oggi ci sono pietre che commemorano quel momento cruciale
della difesa ucraina. Con questa donna visitiamo Bucha, che a pochi anni
dalla sua distruzione è stata già ricostruita, Irpin, e un memoriale delle
vittime dell'occupazione. Il più grande di questi memoriali è però a Kiev
nella Maidan Nezalezhnosti, la piazza celebre per le manifestazioni di
Euromaidan. È un'aiuola, della quale quasi non si vedono i confini, sulla
quale sono infisse le immagini dei soldati ucraini morti al fronte,
punteggiate da bandiere giallo/azzurre e fiori. E' un immagine difficile da
dimenticare, uno strappo, un'intermittenza così violenta in una piazza
che somiglia a una qualsiasi delle piazze in una qualsiasi delle grandi
capitali d'Europa. È difficile pensare che in questa città, identica a una
delle città che conosciamo bene, stanotte ci saranno di nuovo
bombardamenti, e le persone moriranno. Così come è molto difficile
capire che cosa accadrà nei prossimi mesi. «Si parla di cessate il fuoco,
ma credo che potrebbe essere estremamente difficile raggiungerne uno
che protegga davvero l'Ucraina. Vladimir Putin è un leader imperialista
moderno», mi aveva detto Kyrylo, «le sue ambizioni non possono essere
affrontate semplicemente concedendogli qualcosa e sperando che si
accontenti. Se alla Russia sarà permesso di ricostruire le proprie forze
senza vincoli significativi, accumulerà una potenza militare ancora
maggiore. Ma l'Ucraina ha già dimostrato di essere in grado di resistere e
la Russia ha imparato che non può semplicemente dare per scontato che
l'Ucraina crollerà».
In una raccolta di saggi dedicati a Victoria Amelina, intitolata "Nothing
bad has ever happened" Joanna Kakissis racconta la storia dell'albero di
ciliege sotto il quale la scrittrice aveva dissepolto il diario di Vakulenko,
insieme al padre di lui. Del giorno in cui a quel ciliegio accompagna lo
scrittore colombiano Hector Abad Faciolince. Lui che è autore di "L'oblio
che saremo", in cui racconta la vita di suo padre, medico e attivista per i
diritti umani, assassinato a Medellín nel 1987 da sicari paramilitari. Quel
giorno, insieme alla giornalista Catalina Gomez, si spostano a
Kramatorsk. In quel ristorante, nel momento in cui il missile russo
sfonda le vetrine, tutti quanti vengono buttati a terra. Tutti tranne
Victoria Amelina, che rimane sulla sedia, immobile, muta, racconta
Faciolince nel libro che scriverà, che si intitola "Ahora y en la hora". Non
si sarebbe mai più risvegliata. Stavamo per brindare, racconta, e Victoria
Amelina, proprio un attimo prima, rideva.
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