venerdì 23 ottobre 2026

L'Amaca

 


Le cose

come stanno 


DI MICHELE SERRA


Non smette di sbalordire la tenacia con la quale i governanti in carica

negano questo o quell'aspetto della crisi italiana. Crisi economica, crisi

anagrafica, crisi sociale, forse crisi di sistema. A che vale negarla? Che

utilità ha, se non la puerile comodità di chiamarsi fuori? Perché non si

riesce a udire, dal governo, una sola parola che sia analitica, non

assolutoria, non dilatoria?

Non credo che l'opinione pubblica accoglierebbe con diffidenza o con

riprovazione un governo che dicesse: «Abbiamo problemi gravi, ce li

abbiamo da qualche decennio, si deve lavorare per risolverli ma senza

illuderci che sia semplice. Potremmo scaricare la colpa su chi ci ha

preceduti ma sarebbe una fuga dalle nostre responsabilità.

Rimbocchiamoci le maniche».

Adulti che parlano ad adulti, sarebbe un passo in avanti e soprattutto un

cambio di tonalità rispetto alla misera fanfara della propaganda, al

«siamo bravi», «siamo i migliori» che entra da un orecchio ed esce

dall'altro. Sarà il marketing d'accatto, sarà il livello mediocre dei

protagonisti, è sempre più raro udire discorsi politici che catturino

l'attenzione, e siano credibili, perché non hanno per solo scopo elogiare

se stessi e infamare l'avversario (vale anche per l'opposizione).

Lo si è scritto infinite volte e dispiace davvero ripeterlo, ma il tono del

discorso pubblico si è alzato, e il volume si è abbassato, soprattutto

quando la politica è stata commissariata dai cosiddetti governi tecnici. Di

Draghi e Monti, e delle loro squadre, si ricordano soprattutto l'assenza di

quella retorica querula, e di quella aggressività inutile, che ammorbano

la politica italiana. Non parlavano per accusare o assolvere, parlavano

per dire come — secondo loro — stavano le cose.


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