mercoledì 22 luglio 2026

Finalmente qualcuna che...

 

Celebrano Borsellino, ma amano gli assassini 


di Daniela Ranieri 

Si direbbe che il governo legge-e-ordine guidato dalla Meloni nutra una certa simpatia per gli assassini, purché ricchi e potenti. Da lei, che ha raccontato allo sfinimento di aver iniziato a fare politica dopo l’attentato mafioso in cui perse la vita il giudice Borsellino e ha preso i voti promettendo che sarebbe “finita la pacchia” per i delinquenti, era lecito non aspettarselo. Coi dovuti distinguo su Forza Italia, composta perlopiù da gente il cui curriculum è praticamente sovrapponibile al Codice penale, la maggioranza ha dimostrato di avere un’idea piuttosto lasca della legalità.

Maggio 2024: grazie a un accordo diplomatico, rientra in Italia il produttore televisivo Chico Forti, condannato all’ergastolo negli Usa per l’omicidio di un australiano. Ad accoglierlo a Pratica di Mare, dove atterra il Falcon della nostra Aeronautica decollato da Miami, Giorgia Meloni, commossa come chi riceve un ostaggio, un eroe, un patriota. Tajani non sta nella pelle: “È una scelta che tutela gli interessi di un cittadino italiano, detenuto modello”. Il ministro dell’asserita Giustizia Nordio proclama festa nazionale: ”È un giorno di gioia per l’intero Paese”.

Gennaio 2025: il generale Almasri, ex comandante del carcere di Mitiga in Libia, accusato dalla Corte penale Internazionale di crimini contro l’umanità e violazioni dei diritti umani (torture e stupri anche su minori), viene arrestato dalla polizia italiana a Torino in esecuzione del mandato di cattura internazionale. Si attivano subito le burocrazie statali: il Ministero di Nordio (che non ha emesso la richiesta di custodia cautelare necessaria a confermare il fermo perché, motiverà poi, l’informativa era scritta in una lingua ancora non decrittata, l’inglese), ordina la scarcerazione del generale, che viene imbarcato su un aereo di Stato sotto tutela dei Servizi segreti e riportato direttamente a Tripoli, senza che la Corte dell’Aia sia informata o possa richiederne l’estradizione. Del resto, i radical chic e toghe rosse della Cpi non hanno chiesto l’arresto anche di quel giglio di campo di Netanyahu? Niente male, per una che prometteva di “dare la caccia agli scafisti per tutto il globo terracqueo” e twittava il video di uno stupro a opera di un nordafricano (a proposito: dove sono tutti gli stupratori e i pedofili che ci avrebbero invaso con la vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere?).

Ora la destra si contende la difesa del gioielliere di Cuneo condannato in via definitiva per aver giustiziato due rapinatori e averne ferito un terzo dopo averli inseguiti per strada. La Meloni si è intestata la difesa del commerciante: “Chi è in grado di giudicare il dolore, il trauma, lo stress e la paura di quest’uomo?”. La risposta giusta è: “La Cassazione”. Ma lei si avvale dell’expertise di ben altri giuristi, tipo Nordio, che ha già avviato l’istruttoria per chiedere la grazia a Mattarella, il quale l’ha dovuto convocare per spiegargli l’abbiccì, cioè che la pratica spetta al Capo dello Stato. Salvini, completamente bollito e sorpassato a destra da Vannacci da cui si è fatto fregare come un tordo, si è recato due giorni di fila nel carcere di Bollate per portare conforto al nuovo eroe; lui, che andava a citofonare a extracomunitari incensurati accusandoli di spaccio, disapprova la decisione dei giudici in punta di diritto, come se ne sapesse qualcosa. Forte di questi autorevoli difensori d’ufficio, l’uccisore sfida il presidente della Repubblica: “La grazia alla Minetti sì e a me no?”. In effetti, nessuno dei due si è pentito. Temendo la presa di Vannacci sul popolo dei pistoleri, Meloni si improvvisa neuroscienziata: “Se si subisce un’aggressione il nostro cervello e il nostro fisico entrano in modalità ‘combattimento’: esiste un’ampia letteratura che spiega come l’adrenalina modifica tutti i sensi. Accade perfino a professionisti che nella vita si occupano di sicurezza, figuriamoci a un comune cittadino”. Per le stesse ragioni ormonali, il governo ha già assolto i poliziotti sotto il cui peso è morto a Bologna Abderrahim Fakir, 43enne di origine marocchina. Bignami di FdI: “L’intervento risulta condotto con professionalità e modalità consone al tipo di esigenza che si era posta”: ci sono domande?

Il gioielliere aveva perso la merce d’oro e preziosi, ergo aveva tutto il diritto di rivalersi sui ladri a pistolettate; l’italo-marocchino ha perso la vita, schiacciato da poliziotti che “stavano facendo il loro dovere”: la vita di un poveraccio varrà un po’ meno della sacra proprietà di un ricco, o no?

Assassini, ma anche semplici evasori, frodatori, bancarottieri: è la nota indulgenza della destra per i forti, i furbi, i prepotenti. È la destra classista: tolleranza zero per i ladri di galline; immunità, impunità e assoluzione plenaria per chi detiene parte del patrimonio che costituisce il Capitale che a sua volta tiene in mano la politica.


In ricordo

 

Montanelli e i suoi indromassaggi 


di Marco Travaglio 

Venticinque anni fa, il 22 luglio 2001, moriva a 92 Indro Montanelli. Chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo non può immaginare quanto manchi a chi l’ha avuta. Ma chi vuole almeno farsene un’idea, se già non ce l’ha, può acquistare un suo libro, uno a caso. Non riuscirà più a fermarsi finché non avrà completato la collezione. Oggi, ogni volta che accade qualcosa o emerge un nuovo personaggio sulla scena, la tentazione è di domandarsi cosa ne scriverebbe Montanelli. Ma la domanda è sbagliata: basta sfogliare le sue opere per scoprire che ha scritto anche di fatti e figure che non ha fatto in tempo a vedere. Non che li abbia previsti: ha semplicemente capito così in profondità i tratti, i tic, i caratteri, i meccanismi dell’italica commedia umana da lasciarci ritratti e commenti sul passato che valgono pure per il futuro. Questa piccola antologia di Indromassaggi tratti da articoli, libri, diari, lettere e chiacchierate vale solo come antipasto.

La verità. “Ho della verità un concetto aristotelico e preferisco scrivere un ritratto vero con aneddoti falsi che un ritratto falso con aneddoti veri”.

I paradossi. “Per un paradosso mi farei ammazzare. Se i paradossi fossero crimini, sarei già finito al patibolo mille volte”.

Il fascismo. “Come mi disse un giorno Pirandello, il fascismo era ‘un bel tubo vuoto, che ciascuno riempie come più gli aggrada’”. “Il più comico tentativo di introdurre la serietà”.

La democrazia. “Per salvarsi dai criminali, non c’è che da ripiegare sugl’imbecilli: la democrazia non offre che questa alternativa”.

La religione. “Credo in Qualcuno. Non credo che saprò mai, né da vivo né da morto, chi è e com’è fatto”.

Preghiera laica. “Dio, dammi la forza di accettare le cose che non posso cambiare, di cambiare quelle che posso, e di capire sempre la differenze fra queste e quelle”.

I reduci. “Tutta la nostra vita è stata angosciata e angariata dagli antemarcia: prima quelli del Littorio, poi quelli della Resistenza, ed ecco che ora spuntano quelli della ‘tensione’. Longanesi aveva ragione: in questo Paese, reduci si nasce”.

Leo Longanesi. “Qui / giace / per la pace di tutti / Leo Longanesi / uomo imparziale. / Odiò / il prossimo suo / come / se stesso”.

Curzio Malaparte. “Qui / Curzio Malaparte / ha finalmente/ cessato / di piangersi / di compiangersi / e di rimpiangersi. / Imitatelo”.

Alcide De Gasperi. “Fu l’unico statista della Repubblica italiana, forse perché italiano non era, essendo nato nel Trentino austroungarico”. “In chiesa, De Gasperi parlava con Dio; Andreotti col prete” (replica di Andreotti: “Sì, ma a me il prete rispondeva…”).

Giulio Andreotti. “È il più prete dei democristiani e il meno democristiano dei preti”.

“Mai come in questo drammatico momento politico, la Dc ha capito che le sue sorti dipendono dalla soluzione di due problemi: come far parlare Andreotti, e come far tacere Andreatta”.

Palmiro Togliatti. “Lo incontrai sul rapido Milano-Roma dove con Nilde Jotti occupava il vagone letto adiacente al mio… Il bigliettaio, mettendogli famigliarmente una mano sulla spalla, gli chiese: ‘Allora, compagno Palmiro, hai viaggiato bene?’. Togliatti lo fulminò con uno sguardo mescolato d’ira e disprezzo, poi scandì: ‘Grazie compagno, ma credo che possiamo darci del lei’”.

Enrico Mattei. “Un incorruttibile corruttore”.

Dino Buzzati.“Uomo candido, delicato, ingenuo come non ho mai conosciuto nessuno. Scriveva sempre a mano, a penna, con una grafia da bambino piccolo. Ogni tanto arricchiva il racconto con qualche disegnino da terza elementare. Piovene diceva che Buzzati era un bambino ritardato, ma Dio gli aveva posto in gola un usignolo di cui lui trascriveva meccanicamente il canto celestiale senza neppure sentirlo”.

Alberto Moravia. “Moravia ha fondato… un ‘comitato contro la repressione’. È la riprova che la repressione non c’è. Se ci fosse, Moravia sarebbe coi repressori, come ha dimostrato avallando col suo silenzio la persecuzione di Solženicyn in Russia”.

“Moravia si è ritirato dal comitato che lui stesso aveva fondato… perché l’Unità ha disapprovato. Gl’italiani sono sempre pronti a fare la rivoluzione, purché i carabinieri siano d’accordo. E Moravia è sempre pronto a battersi per la libertà, purché sia d’accordo il piccì”.

I radical chic. “Nei salotti milanesi di Inge Feltrinelli e di Gae Aulenti – si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata. Anche se non sempre scelgo bene i miei amici, scelgo benissimo i miei nemici”.

Camilla Cederna. “A due ore di distanza dal rinvenimento del cadavere (di Giangiacomo Feltrinelli, esploso con la bomba che stava piazzando su un traliccio a Segrate, ndr) e prima ancora che esso sia ufficialmente riconosciuto, proclama che Feltrinelli è rimasto vittima della ‘reazione internazionale’. Se la Cederna avesse una testa, direi che l’ha persa”.

Eugenio Scalfari. “Scalfari è uno di quei duellatori che, per imprimere più forza al fendente, seguono col corpo la sciabola e perdono la guardia. Ci vuol poco a infilarli… La sua ambizione è sfrenata e scoperta. Ma vuole arrivare a qualcosa, o vuole fuggire da qualcosa? Nella sua frenesia c’è del patologico. Le sue polemiche… sono quasi sempre gratuite. Questo nemico di tutti è soprattutto nemico di se stesso, animato da un irresistibile cupio dissolvi”.

I lettori. “Credo di essere l’autore italiano che più guadagna… e senz’aiuto di premi letterari. Non ne sono contento per il denaro, di cui non so che farmene… Ne sono contento, anzi felice, per il mio statusda autore stipendiato unicamente dal pubblico. C’è chi vive di partito. C’è chi vive di Eni. C’è chi vive di Agnelli, o di Perrone,o di Crespi. Io vivo di lettori. I lettori non m’impongono altra servitù che la sincerità: l’unica che non pesi”.

I democristiani. “Vi abbiamo votato, ma ce la pagherete” (telegramma a Benigno Zaccagnini, segretario Dc, dopo le elezioni del mancato sorpasso del Pci nel 1976).

Aldo Moro. “Credo che tutti conoscano il potere emolliente dei discorsi pubblici di Moro, il più grande anestesista del secolo”.

Amintore Fanfani. “Un canguro epilettico, tutto balzi e cadute, pronti recuperi e repentine giravolte. A Firenze lo chiamerebbero ‘il rieccolo’”.

Sandro Pertini. “Non ha mai sbagliato una lacrima, sebbene ne abbia versate quante nessuno prima di lui; in sette anni di presidenza non ha perso un funerale e non c’è guancia di bambino che non abbia baciato. Ha maneggiato più bare di un becchino e più culle di una balia”.

Giovanni Spadolini. “Pranzo di addio di Spadolini (al Corriere, da cui viene cacciato nel 1972 dagli editori Crespi, ndr)… Quando entra a braccio di Montale, mi scappa detto: ‘Ecco il senatore a vita col senatore a morte’. Nel discorso di chiusura, l’anfitrione eleva a se stesso due monumenti: uno come direttore uscente, l’altro come parlamentare entrante”.

“Hanno detto che è ‘troppo innamorato di se stesso’. Diciamo la verità: tutti siamo innamorati di noi stessi. Ciò che caratterizza Spadolini è che, a differenza di noi e di tanti altri, lui si corrisponde”.

Enrico Berlinguer. “Mi parve (dopo una cena “clandestina” a Milano, nel 1979, ndr) il tipico sardo sempre alle prese con una coscienza esigente e più turbato che allettato dalla prospettiva del potere. Prese soltanto un po’ d’uva e un amaro. ‘Ma onorevole, lei mangia ancora meno di me che sono quasi anoressico’, gli dissi. Lui sorrise: ‘Mangio sempre così’. Seppi poi che, prima dell’appuntamento, aveva già cenato. Forse temeva che gli avvelenassi la minestra… Mi fece un’ottima impressione: era timido, sereno, sincero, diretto. Non era Moro, insomma. Tutto d’un pezzo e perbene. Gli chiesi un’intervista al Giornale, ma declinò. I suoi non l’avrebbero digerita, mi fece capire. E forse neanche i miei, pensai io”.

Vittorio Emanuele di Savoia. “Certe famiglie sono come le patate: la parte migliore si trova sottoterra”.

Bettino Craxi. “Ha una spiccata – e funesta – propensione a considerare nemici tutti coloro che non si rassegnano a fargli da servitori… Il ‘culto della personalità’ potrebbe procurargli guai seri. Non perché a noi italiani certi atteggiamenti dispiacciano, anzi. Ma perché in fatto di guappi siamo diventati, dopo Mussolini, molto più esigenti: quelli di cartone li annusiamo subito”. “’Caro direttore, le rubo un po’ di spazio’, ha scritto Craxi all’Avanti!. Incorreggibile Bettino: perfino al giornale del suo partito”.

Ciriaco De Mita. “L’Avvocato Agnelli ha definito De Mita ‘intellettuale della Magna Grecia’. Sì, ma non capisco cosa c’entri la Grecia”.

Francesco Cossiga. “Ci chiediamo che cosa succederebbe se, con un colpo alla Moro, i terroristi si impadronissero di Cossiga e lanciassero al governo il ricattatorio ultimatum: ‘Se non ci date cento miliardi, lo liberiamo’”.

Paolo Cirino Pomicino. “Inquisito dai magistrati di Foggia per tangenti, l’ex ministro Cirino Pomicino ha detto: ‘Se dovesse essere provata una mia seppur minima colpevolezza, abbandonerei la politica’. Stiamo col fiato sospeso: coi tanti guai che abbiamo, ci mancherebbe anche quello della sua innocenza”.

Gianni Agnelli. “Mi ha chiesto di dirigere la Stampa offrendosi persino di venirmi a prendere ogni mattina a Milano in elicottero. Ho declinato: ‘Avvocato, metta che precipitiamo insieme. I giornali titolerebbero a caratteri cubitali: ‘Agnelli precipita sul suo elicottero’. E nel sottotitolo, scritto in piccolo: ‘Era con lui il giornalista Indro Montanelli’. La mia vanità non lo sopporterebbe”.

Silvio Berlusconi. “Mi fece visitare il suo mausoleo e mi mostrò i loculi intorno al suo sarcofago da faraone: ‘Indro, vedi, questo è il cerchio dell’amicizia. Lì andrà Confalonieri, lì Dell’Utri…’. Poi, a tradimento, mi indicò un loculo vuoto: ‘Ecco, lì sarei onorato se tu volessi…’. Io ammutolii. Poi mi venne di rispondere: ‘Domine, non sum dignus!’. E me la diedi a gambe”.

“Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto col vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Solo dopo saremo immuni: l’immunità che si ottiene col vaccino”.

La destra. “Questa non è la destra, questo è il manganello: gli italiani non sanno andare a destra senza cadere nel manganello”.

L’Italia. “È un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri, perché è senza memoria. Non sa nulla del suo ieri, quindi non può avere un domani”.

Indro Montanelli. “Qui / riposa / Indro Montanelli / genio compreso, / spiegava agli altri / ciò / ch’egli stesso / non capiva”.


martedì 21 luglio 2026

Peccato!

 Peccato perché ogni tanto lo leggevo… ora aspetto con ansia le reazioni di Maurizio Maggiani e Sondra Coggio!




L'Amaca

 


La dismissione della democrazia

di Michele Serra


«Una manifestazione di piazza sicuramente non aiuta a svelenire il clima», dice il Salvini che ha appena indetto una manifestazione di piazza per avvelenare il clima dopo la sentenza Roggero. E adesso si secca assai perché a Bologna, che è una città civile prima di essere una città democratica, la gente si ritrova al Nettuno per chiedere cosa diavolo è successo al Pilastro, e perché un uomo è morto soffocato durante un fermo di polizia.

Va bene che la politica è un esercizio spesso spericolato di faziosità, ma ci dovrebbe essere un limite alla sfrontatezza perfino per un ultrà come il Salvini, uno nato per fare casino, campione di bullismo social, addosso al quale qualunque veste istituzionale sembra un travestimento. Il problema non è che per lui la polizia ha comunque ragione. Il problema è che non ha idea di come funziona l'ordine pubblico in un paese democratico, gli risulta astruso immaginare che anche i delinquenti e i carcerati abbiano dei diritti, e la gente in divisa abbia dei vincoli di legge da rispettare, tanto più importanti e simbolici perché chi indossa una divisa rappresenta lo Stato. Lo Stato, che significa tutti, compreso il Salvini che ne è all'oscuro.

Lo spettacolo increscioso del dopo-Roggero, al quale si aggiunge l'altrettanto increscioso «me ne frego» dei fascisti di governo di fronte al caso Fakir, ci mette per l'ennesima volta di fronte alla certezza che democrazia, ordine pubblico, Stato, non significano per tutti la stessa cosa. Non è più questione di destra o sinistra. Non è più una categoria che basta a spiegare le cose. La questione è credere nel diritto o nella forza bruta. Nella democrazia o nella sua dismissione che i Salvini di tutto il mondo, avendo Trump come faro, sognano di realizzare.

Dialoghi

 



Piena riabilitazione

 

La verità vi fa male 


di Marco Travaglio 


Il professor Alessandro Orsini, calunniato da quattro anni dal 99% dei media per aver azzeccato tutte le analisi sulla guerra russo-ucraina, ha vinto la causa civile intentata al Corriere della sera, che nel 2022 l’aveva sbattuto in prima pagina come agente di una “rete” di “putiniani d’Italia” scoperta dai Servizi e dal Copasir. Naturalmente la “rete” non esisteva, Servizi e Copasir non ne sapevano nulla e il Tribunale di Milano ha condannato il Corriere a risarcirlo con 30mila euro, più le spese, per “diffamazione” fondata su una “falsa accusa”. Intanto Orsini subiva gravi danni anche alla sua carriera di docente alla Luiss e di collaboratore fisso di Rai e Messaggero (ma lì gli è andata bene: è passato al Fatto). E il suo caso è tutt’altro che isolato: chiunque dal 2022 abbia osato raccontare cause e concause della guerra, prevederne gli esiti, riferirne il reale andamento sul campo si becca del “putiniano”: come se la verità dei fatti avesse un colore o una bandiera. Ancora ieri uno sconsolato Paolo Mieli, proprio sul Corriereappena condannato per la maxiballa, applicava il trattamento Orsini a Conte, reo di aver detto ciò che dicono tutti gli analisti geopolitici e militari seri: la Russia, a meno che non la costringa l’Europa con le minacce del riarmo a tradizione tedesco-polacco-baltica, non ha l’interesse né l’intenzione né la forza di attaccare la Nato: e siccome i Paesi europei spendono in Difesa il triplo della Russia, i piani di riarmo sono soldi buttati. Conte, come Orsini, il Fatto, Caracciolo, Gaiani, Cottarelli, il banchiere Messina, il generale Usa Grynkevich, non ha diritto di esprimere il suo parere fondato sulla realtà del campo: se lo fa, è “filorusso” e sposa “la propaganda russa”, oltre a far sanguinare il cuore di Mattarella e Gentiloni (povere stelle), ergo la Schlein deve sgridarlo e stringere un’“alleanza” pro Kiev con la Meloni (per chiarire meglio il concetto di alternativa alla destra).

Mieli&C. sono come i bimbi capricciosi che frignano e pestano i piedi perché non ottengono ciò che vogliono: manca però un genitore ad avvertirli che “l’erba voglio non esiste neppure nel giardino del re”. Con quel che ci costa, saremmo tutti felici che la guerra la vincesse l’Ucraina. Purtroppo l’ha vinta la Russia, che dopo Kostantinivka e Lyman sta assediando le ultime due città fortificate rimaste in Donbass. Perciò Zelensky cambiare ministri e comandanti come calzini e bombarda obiettivi civili in Russia: per incolpare tizio o caio delle catastrofi al fronte e perpetuare la leggenda della vittoria. Così salva la faccia e la cassa per un altro po’, ma condanna il Paese. Questa è la triste realtà, che i mocciosi scambiano per putinismo. Prossimamente su questi schermi: chi s’azzarda a dire che la Spagna ha vinto i Mondiali è un fottuto filo-Sànchez.

lunedì 20 luglio 2026

Per fortuna!

 


Per fortuna ieri sera non l’ho vista in diretta, altrimenti sarei già sotto i ferri per un trapianto urgente di fegato! Ma il Love che spunta in un campo di calcio nel paese Maga guidato da un egomane psicolabile che attacca chicchessia solo per aumentare a dismisura il proprio portafoglio personale, pare che abbia già introitato due miliardi alla faccia dello sciocco suo popolo, la cui feccia Ice assassina per strada solo per il gusto di uccidere, con i suoi scagnozzi Vance e Rubio che stanno affamando l’eroico popolo cubano, ed infine con il suo amichetto boia sionista che sta estirpando dalla faccia della Terra un intero popolo mediante un acclarato genocidio, ebbene quella parola Love che il paggio Infantino gli ha permesso di mostrare a causa dell’altissima piaggeria di cui è portatore insano ed insalubre, sembra un segnalibro per ricordare a tutti come questa umanità sia caduta in basso, troppo in basso. Forse troppo!