L'oriente, Lutero, re Enrico: mille anni di scissioni all'ombra del potere
di Corrado Augias
Si sentono parole che portano un'eco di tempi lontani, diversi dai nostri, quando il peso delle questioni religiose era molto maggiore: scisma, scomunica. In realtà si mescolano, nel movimento di monsignor Lefebvre, motivi dottrinali e motivi politici, come del resto è sempre avvenuto per ogni altro scisma nella lunga storia della Chiesa. Certo, c'è la richiesta di ripristinare la messa tridentina in latino (concilio di Trento, 1545-1563); c'è il rifiuto di un dialogo interreligioso considerato fuorviante rispetto alla vera fede, c'è il sostanziale rifiuto delle decisioni prese nel corso del Concilio Vaticano II. In un certo senso le dispute sono un bene, questi movimenti scismatici, queste lotte in nome della dottrina, della sua interpretazione, sono un segno di vitalità. Possono provocare una crisi, certo, ma lo stesso apparato che accompagna queste cerimonie, quelle scenografie, quei costumi sontuosi, quei copricapi così inconsueti che sarebbero assurdi se non richiamassero un'antichità profonda, sono il segno appariscente di una accanita volontà di conservazione.
Gli scismi, del resto, hanno continuamente accompagnato la storia della Chiesa. Ricordo uno dei meno antichi in ordine di tempo, lo scisma anglicano del 1534. Originò da una serie di motivi che nella vulgata popolare viene semplificato nel desiderio di re Enrico VIII di divorziare da Caterina d'Aragona per sposare Anna Bolena di cui s'era invaghito, dalla quale sperava anche d'avere una solida discendenza maschile che assicurasse il futuro della dinastia. Divorziare tra l'altro è un termine impreciso, il re in realtà chiedeva a papa Clemente VII l'annullamento delle nozze, che è un po' quello che si faceva anche in Italia, con un ricorso alla Sacra Rota, fino all'introduzione del divorzio. Un modo ingegnoso di aggirare la sacralità del vincolo. Da Roma arrivò un rifiuto e anche qui le motivazioni sono complesse. Dopo il sacco di Roma del 1527, Clemente VII era molto esposto nei confronti dell'imperatore Carlo V che aveva mandato i suoi lanzichenecchi a devastare Roma. L'imperatore, nipote di Caterina, spingeva per difendere la zia. Annullare le nozze, peraltro notoriamente consumate, sarebbe stato un atto chiaramente ostile che era meglio evitare. Insomma, lo scisma ci fu anche per ragioni d'opportunità politica. Con l'Atto di supremazia (1534) Enrico VIII venne proclamato capo supremo della chiesa d'Inghilterra (Anglicana Ecclesia), titolo trasmissibile a tutti i suoi successori. Per restare ai nostri giorni è stata capo supremo la regina Elisabetta II, così lo è ora suo figlio, l'attuale sovrano Carlo III, così sarà William il giorno in cui salirà al trono.
Ma lo scisma inglese probabilmente non ci sarebbe stato, o sarebbe stato più difficoltoso, se in Europa non avesse circolato un'atmosfera politica favorevole a gesti del genere. Pochi anni prima (31 ottobre 1517) Lutero aveva staccato da Roma buona parte dell'Europa settentrionale e della stessa Francia. L'autore del più grave scisma della cristianità era un agostiniano esattamente come l'attuale papa Leone XIV, il primo attuò lo scisma, Leone combatte per evitarlo. La storia conosce di questi paradossi.
Ci sono naturalmente anche altre ragioni a spiegare ciò che allora accadde. Per esempio, le monarchie nazionali andavano rafforzando il loro potere. Nemmeno Enrico VIII avrebbe probabilmente osato un gesto del genere se non avesse «sentito» con fiuto politico che il suo popolo era largamente favorevole a una separazione da Roma. Seguì la confisca dei beni ecclesiastici con un certo beneficio per le casse dello Stato ma anche notevoli vantaggi per i più accorti speculatori. L'acquisizione dei beni immobili della Chiesa contribuì non poco a un nuovo disegno del paesaggio rurale ed urbano dell'Inghilterra.
Un'altra pagina drammatica è quella che va sotto il nome di scisma d'Oriente — 1054. In questo caso le ragioni dottrinali e quelle politiche e di potere sono intrecciate con evidenza ancora maggiore rispetto allo scisma d'Inghilterra. In apparenza questa drammatica rottura, che separò la Chiesa cattolica dalla Chiesa ortodossa, è legata a una sola semplice parola: Filioque — in italiano «e dal figlio». La questione dottrinale è infatti legata a una disputa teologica sul Credo, l'atto di fede che lega i cristiani alla loro religione («Credo in unum Deum...») un patto, un vincolo. Nella tradizione latina si aggiunse che lo Spirito Santo, terza persona della Trinità, discende, proviene, dal Padre e dal Figlio. Il versetto recita: «In Spiritum Sanctum qui ex Patre Filioque procedit». L'obiezione degli orientali fu che quella doppia discendenza poteva generare l'equivoco che nella Trinità ci fossero due fonti dalle quali la terza persona proveniva. Infatti nella tradizione orientale il Figlio scompare, resta solo il Padre. Anche in questo caso, però, alle ragioni puramente dottrinali altre intervennero, di natura politica. Per esempio, il peso rispettivo che le due capitali, Roma e Costantinopoli, reclamavano a sé. Vero che gli abitanti di Costantinopoli si definivano «romani», erano consapevoli che la vera Roma aveva ormai cominciato un declino che avrebbe via via cancellato la sua gloria passata. Poi anche Costantinopoli cadde (1453), la città cambiò nome diventando Istanbul ma la vecchia disputa rimase e, come nel caso dell'Inghilterra, è ancora oggi viva in molti paesi dell'Europa orientale, Russia compresa.
La storia della Chiesa è lunga, lo scisma dei Lefebvriani sarà presto una nota a piè di pagina.
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