Quella voce del Novecento
di Michele Serra
Si legge che l'Unità (la testata) potrebbe essere riacquistata dal Pd, che molto poco fece in passato per salvarla, e altrettanto poco per tutelare i tenaci giornalisti residui. Devo moltissimo a quel giornale, il quotidiano che Gramsci fece nascere e il Pci crescere fino a competere ad armi pari con gli altri grandi quotidiani italiani, il Corriere della Sera, la Stampa, il Giorno, la Repubblica. Per me è stata scuola di scrittura e di vita. Una seconda famiglia. Nonché la madre di Tango e di Cuore.
Viste le peripezie quasi incredibili degli ultimi anni (a un certo punto corse la voce che la voleva comperare Lele Mora, chissà se ne avrebbe affidata la direzione a Nicole Minetti, segnando il passaggio storico dalle mondine alle olgettine), spero vivamente che il Pd riesca a riacciuffare in extremis ciò che appartiene alla storia del movimento operaio e della sinistra italiana; e la metta in sicurezza, in modo che nessuno possa più abusare di quel nome.
Ne faccia, il Pd, ciò che meglio crede, la faccia rivivere in forme nuove ed economicamente non troppo impegnative, visti i chiari di luna; oppure la seppellisca in un caveau, o sotto un albero segreto, o ne disperda le ceneri al vento, così che nessuno più la tocchi e se ne approfitti, povera gloriosa Unità. Era un giornale del secolo scorso e se questo non è necessariamente un vanto o una qualità speciale, è quantomeno una prerogativa che impone rispetto. Non la si strapazzi come un trofeo da esibire o come un relitto da ammodernare.
Ci sono le persone, dentro quel nome e quella storia, quelle che la facevano, quelle che la distribuivano porta a porta. A ogni finta resurrezione recente ci si chiedeva perché mai si dovessero usare proprio quel nome e quella storia per fare tutt'altro. Ognuno è libero di fare il giornale che gli pare, ma di Unità ce n'è stata una soltanto. Rinasca all'altezza del suo passato, oppure riposi in pace.
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