mercoledì 1 luglio 2026

L'Amaca

 


Il Quirinale e la destra

di Michele Serra


Prima ancora che qualcosa di sbagliato, c'è qualcosa di ingenuo nell'affermazione di Giorgia Meloni sul Quirinale che sarebbe un «tabù» per la destra. De Nicola, Einaudi, Gronchi, Segni, Leone, Cossiga, Scalfaro (sette presidenti della Repubblica su dodici) certo non erano di sinistra. Quasi tutti venivano dalla Democrazia Cristiana, che della sinistra è stata, per quarant'anni, l'avversario costante. De Nicola ed Einaudi erano liberali.

Solo Pertini, Napolitano, Saragat e Ciampi possono essere qualificati di sinistra, i secondi due della sinistra moderata e governativa, certo non vicini al mondo social-comunista. La sinistra in quanto tale, Psi e Pci, ha dunque espresso, in ottant'anni di storia repubblicana, solo due presidenti della Repubblica. Sergio Mattarella — che la buona stella dell'Italia ce lo preservi per qualche secolo ancora — è anch'egli di formazione democristiana.

Ciò che Meloni non può o non riesce a dire — esponendosi ingenuamente ai rilievi più ovvii — è che il Quirinale, fin qui, è stato un tabù non certo per «la destra», ma per i post-fascisti. E per ragioni strutturali: perché la Costituzione italiana, della quale il Quirinale è custode e garante, è antifascista. La destra antifascista (un nome per tutti: Scalfaro, conservatore di ferro) non ha avuto alcuna difficoltà per salire al Colle. Nulla ostava.

Si capisce che questa discriminazione possa dispiacere a Meloni e ai suoi, specie oggi che sono al governo. Ma è davvero ingenuo credere che dire genericamente «destra» basti a sciogliere il duro nodo della pregiudiziale antifascista, che non è un vezzo ideologico: sta scritta nella carta affidata alle cure del Colle. Meloni e i suoi indichino una personalità di destra di indiscutibile fede repubblicana e vedranno che nessuno avrà niente da ridire sulla sua candidatura al Quirinale. Il problema — lo capiamo — è trovarla.

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