mercoledì 18 febbraio 2026

Ma per favoreee!!!

 

Fascisti su Marte 

di Marco Travaglio 

Ogni giorno, grazie ai fantasisti del Sì, se ne scopre una. L’ultima è di Capezzone, che sul Tempo arruola nientemeno che Giordano Bruno “contro i nuovi inquisitori” (non quelli che vogliono tappare la bocca a Barbero, d’Orsi e Albanese, ma i “tenutari di media e cultura ufficiali”, ovviamente progressisti: e lo scrive uno dei tre giornali del senatore leghista Angelucci). Del resto nell’Inquisizione si erano scordati di separare le carriere. Intanto il Foglio fa scomunicare i parroci e i vescovi (“La Chiesa pancia a terra per il No”) da “Leone XIII e Giovanni XXIII che volevano la divisione dei poteri”: due antesignani di Nordio. Ed ecco pronti i Cattolici del Sì con Marcello Pera (che è ateo, ma fa niente: buon peso). In attesa di sapere come vota la Santissima Trinità (probabili un Sì, un No e un astenuto), si passa a un altro tema appassionante: e i fascisti? In attesa di sondare fenici, cartaginesi, assirobabilonesi e longobardi, il Pd certifica che i fasci di CasaPound votano Sì. E il Giornale replica: “È uno sfregio a Tortora”, che non si capisce bene cosa c’entri, nessuno sa come voterebbe, ma essendo una persona seria difficilmente deciderebbe in base a cosa vota CasaPound.

Il Dubbio rinfaccia al Pd “il nonno di Elly Schlein che voleva separare le carriere’”, quindi la segretaria si dia una regolata, a meno che non trovi una prozia che diceva il contrario. I giureconsulti del Sì, Sallusti e Bocchino, obiettano che Matteotti e Togliatti sono per il Sì (ci hanno parlato loro). E l’intero coro del Sì si eccita per la “medaglia d’oro della Resistenza” Giuliano Vassalli, ministro della Giustizia dei governi Goria, De Mita e Andreotti per conto di Craxi (un quadruplo ossimoro), talmente favorevole alla separazione delle carriere che restò quattro anni in via Arenula e non si sognò mai di proporla. Poi riappare il fascismo grazie al Foglio (“Il vero antifascismo è votare Sì”, “Gli antifascisti del No la pensano come Mussolini”) e ad Augusto Barbera, cinque volte deputato del Pci-Pds e poi giudice costituzionale in quota Pd (“L’appartenenza di tutti i magistrati alla medesima carriera era funzionale al processo di tipo inquisitorio previsto dai codici fascisti”). Peccato che a unificare giudici e pm siano stati il governo La Marmora I (1865) e più compiutamente il ministro Zanardelli del Crispi I (1890). E Zanardelli non era un fascista. Era un liberal-socialista: grazie a lui l’Italia abolì la pena di morte decenni prima del resto d’Europa. L’ordinamento Grandi (1941) non fece altro che aggravare la dipendenza dei pm dal governo perché indagassero solo su ciò che voleva il regime. Lo stesso sogno di Nordio e dei suoi trombettieri di ogni colore, purtroppo ancora ostacolati dalla maledetta Costituzione: gli antifascisti su Marte.

martedì 17 febbraio 2026

17 febbraio 1600

 



Il 17 febbraio di 426 anni fa Giordano Bruno veniva bruciato vivo nella piazza di Campo de’ Fiori a Roma.

Ma il suo pensiero ancor oggi è più vivo che mai: 

“Verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo”.

Chi mandiamo?

 


Sano sfottò

 



Inizia la campagna!

 



Giusto Pino!


Schlein e l’illusione della dissociazione


di Pino Corrias 

Ma quandola smetterà Elly Schlein di chiedere a Giorgia Meloni di dissociarsi dai suoi fedeli esecutori? Davvero crede che Carlo Nordio, ministro giustiziere della Giustizia, parli per sé e non a nome della sua mandante, la signora-in-capo del governo, nonché ponte dei sospiri tra la bella nazione che fu l’Italietta delle trame e i furori trumpiani della peggiore America di sempre?

Disse l’altro giorno Nordio, con ghiaccio o senza, che i magistrati navigatori di correnti si muovono in “modalità paramafiosa”, enormità che ha provato a ridimensionare attribuendo il sanguinoso giudizio a un pubblico ministero – Nino Di Matteo, palermitano – che in tutt’altro contesto e con altri intenti, disse nel 2020. Facendo intendere che la separazione delle carriere sarà l’antidoto miracoloso a quel cattivo navigare. Tacendo la prospettiva di naufragio dell’intera giustizia italiana, una volta regolati i conti con le insopportabili interferenze della magistratura.

Invece di criticare la scempiaggine del ministro, sventatamente offensiva per il ruolo istituzionale che ricopre e per i molti magistrati che in modalità assai mafiosa furono fucilati sulle strade della nostra storia, Elly invoca la solita richiesta infantile: “Giorgia dissociati!”, attribuendole una superiorità ideologica, una distanza morale, che le consentirebbe di correggere l’insulto e ripulire il latte versato. Di più: lasciando intendere che esista una Meloni migliore di quella che in quattro anni di governo ha ideato la riforma, l’ha fatta correre a testa bassa, l’ha imposta con il voto di fiducia, e oggi ne pretende la ratifica referendaria: una Meloni timida, moderata, pronta a dire: no, non era questo il senso.

Ma Nordio non è l’errore della frase. È l’esecutore della frase. Non è un lapsus del potere, ma la sua grammatica. Chiederne la dissociazione è patetico. Peggio ancora: ingenuo. Come se il potere fosse un malinteso linguistico da aggiustare. E non invece un progetto.

Senti senti!

 

Bollette, guerra di lobby per non far calare i prezzi


di Carlo Di Foggia 

Il decreto Bollette arriverà forse domani in Consiglio dei ministri, ben sei mesi dopo il suo annuncio. Un arco di tempo che però non è bastato a blindare il testo su cui ieri i leader di maggioranza hanno discusso in un vertice a Palazzo Chigi con la premier Giorgia Meloni. Il provvedimento ha infatti innescato un nuovo scontro in Confindustria con la rivolta dei produttori di energia, la premessa perfetta per una guerra di lobby che può portare a modifiche fino all’ultimo e a un percorso accidentato in Parlamento.

Premessa: l’Italia oggi ha il costo dell’energia più alto d’Europa (quello in bolletta è un po’ oltre la media). Secondo i dati annuali di Arera, l’Authority dell’energia, circa 70 euro al megawattora (una decina di euro al mese per utenza media domestica) una cinquantina per le imprese non energivore. Da tempo Confindustria chiede un provvedimento, ma si è spaccata al suo interno tra i produttori associati in “Elettricità Futura” – che beneficiano degli alti prezzi – e le imprese che l’energia la consumano. Il presidente, Emanuele Orsini, s’è schierato con le prime. Lo scontro pareva rientrato prima di Natale, ora s’è riacceso. Il motivo è che il decreto è cambiato. Le bozze confermano il bonus sociale ma dimezzandolo a 90 euro per famiglie a bassissimo reddito, più un contributo volontario dei venditori di energia rimborsato dallo Stato.

Nella vecchia versione del decreto la misura più forte prevedeva di spalmare su più anni gli oneri di sistema (oggi pagati dalle bollette) con un meccanismo finanziario che è stato accantonato per i dubbi del Tesoro (avrebbe impattato sul debito pubblico) ma che andava bene a tutti. Viene sostituito da un altro intricato meccanismo che, in estrema sintesi, permette ai produttori di elettricità da gas di risparmiare sia sulla componente “trasporto” del metano sia sulle quote Ets da pagare. L’Ets è una tassa europea sull’emissione di Co2 che impatta molto sul prezzo finale, anche fino a 30 euro al Mwh. Questi costi verrebbero scontati alle centrali elettriche e trasferiti nelle bollette. Sembra una partita di giro a carico dei consumatori, ma può avere un impatto netto sui prezzi per via di come funziona il mercato elettrico, dove la fonte più costosa utile a coprire quel che manca del consumo energetico dà il prezzo a tutte le altre, ed è quasi sempre il gas. Questo alza il prezzo di tutta l’energia, anche quella prodotta da fonti rinnovabili, meno costose e spesso sussidiate con incentivi.

La norma Ets potrebbe avere un impatto discreto sui prezzi, ma – chiarisce il decreto – serve l’ok di Bruxelles ed è molto difficile ottenerlo perché aprirebbe una breccia in cui si inserirebbero i Paesi con problemi simili, specie dell’Est Europa. Il governo da tempo chiede una revisione del meccanismo Ets, appoggiata da altri Stati, Germania in testa, ma servono tempi lunghi. Se Bruxelles boccia la norma, invece, il decreto si sgonfia brutalmente. Rimarrebbero misure con impatti limitati o incerti, tipo incentivi volontari ai produttori di rinnovabili con sussidi in scadenza per spingerli a cedere energia a prezzi calmierati (per gli altri scatterebbe un obbligo).

A differenza della cartolarizzazione degli oneri, la norma Ets fa vincitori (le imprese consumatrici) e vinti (le produttrici), da qui lo scontro. La guerra di lobby nasce però soprattutto da un altro aspetto, assai tecnico, ma dall’impatto dirompente. Il testo infatti affida all’Arera il compito di vigilare che i produttori di energia trasferiscano lo sconto sull’Ets ai prezzi appoggiandosi al regolamento Ue detto “Remit”. Lo stesso regolamento che secondo una indagine esplosiva di Arera sarebbe stato sistematicamente violato dai produttori che avrebbero manipolato i prezzi gonfiando le bollette di oltre 5 miliardi nel 2023-24. Al momento sono ipotesi, servono approfondimenti per partire con le sanzioni ai produttori, ma l’indagine è sparita dai radar dopo le proteste di Elettricità Futura. Il decreto invece ne ribadisce l’importanza, arrivando perfino a prevedere una norma che impone all’Authority di “ribadire” che il regolamento Remit va rispettato. Serve a rafforzare i controlli per il futuro, ma c’è anche chi sospetta che, proprio perché superflua, possa essere usata dai produttori per ottenere un colpo di spugna sul passato. In ballo ci sono miliardi di euro. Se ne vedranno delle belle.