Nel Labirinto di Epstein
di Gabriele Romagnoli
Tra le 180mila mila fotografie fin qui pubblicate dall'archivio di Jeffrey Epstein ce n'è una da cui partire per cercare il significato di questa storia: è la meno scandalosa, la più didascalica. Non ci sono corpi, oscenità, volti da coprire o da esporre. Non c'è accenno al tragico né irruzione del ridicolo. C'è soltanto una lavagna nera e su questa alcune parole tracciate con il gesso bianco. È stata variamente interpretata, così come tutta la saga, in maniera iperbolica. Di quelle parole si è detto rappresentino una formula esoterica, un rituale che richiama il diavolo, così come per la vicenda si è evocata l'ombra dello spionaggio internazionale o l'intento di creare di una destra mondiale.
Una lavagna e un gesso alludono a qualcosa di più semplice: una lezione. Jeffery Epstein, prima di diventare il demonio pubblico numero uno, era un professore di matematica, in una piccola università statale, e amava suonare il pianoforte. Più di una persona di elevata cultura è rimasta incantata ascoltandolo in una esecuzione di Beethoven o addirittura di Rachmaninoff, oppure sorpresa dalla sua abilità con i numeri e la logica. Eccolo lì, allora, con il gessetto tra le dita, mentre scrive "Power", "Deception" e poi sotto "Political", "Intellectual" e altro ancora, fino a "Mirror in face". Crea insiemi e sottoinsiemi, somma e mai sottrae, in un crescendo inarrestabile a cui ogni strumento, lecito e illecito, partecipa. È una straordinaria lezione sull'inganno e il potere. Non c'è nessuno da smascherare, basta mettere uno specchio davanti alle facce.
Poi diranno che questo è il sempre invocato Grande Romanzo Americano, ma non è così. Se già è stato scritto, quello era la Pastorale di Philip Roth o Il Coniglio di John Updike, dove l'uomo comune è immerso nel flusso della Storia e travolto dal destino. Qui si usano i canoni delle serie televisive per inscenare figure aspirazionali, con cui era impossibile l'identificazione, se non trascinandole verso il basso. Si parte da Suits, con "l'avvocato" che esercita senza laurea: Epstein entra a Wall street presentando un falso curriculum con non una, ma due lauree fasulle. Quel personaggio si fidanza con Meghan Markle, futura duchessa di Sussex, nella saga sostituita da quella di York, Sarah Ferguson e siamo già a Bridgerton. Poi entrano i presidenti e gli ex presidenti di varie nazioni (House of cards), i miliardari e loro rampolli (Succession) e tutti costoro pagano per vedere e fruire della disponibilità dei più deboli e meno abbienti (Squid game, con le ragazze, soprattutto minorenni, al posto dei poveri).
Il finale è un massacro, a cui sopravviverà il predestinato. La trama ideale di Hollywwod è «una tragedia a lieto fine», quella usuale della vita una commedia che finisce male. In questo caso con un suicidio in carcere al quale i più faticano a credere. Come fosse invece facile credere alla rappresentazione del mondo che esce dall'archivio Epstein.
L'inganno
Prima però, l'inganno, il resistibile inganno. Tutta l'ascesa di Epstein è frutto di un trucco non soltanto decifrabile, ma decifrato, sotto gli occhi del pubblico pagante. Non sarà un caso che tra i compagni di merende dell'isola privata finisca poi anche l'illusionista David Copperfield. Non c'è magia: tu guardi eppure non vedi, perché non vuoi. Quando il primo datore di lavoro di Epstein scopre il curriculum taroccato non lo licenzia, anzi gli fa fare carriera. Quando l'ultimo, il più importante (ironicamente, il proprietario di Victoria's secret), riceve la relazione del suo uomo di fiducia («Quello è un topo di fogna, inaffidabile») lo assume comunque e lo mette a capo di chi così l'aveva definito (che si dimetterà dopo infondate accuse di furto montate da Epstein, che rubava davvero).
Perché funziona? È il talento, la capacità di giocare con le cifre o con le note? Macchè, sono le relazioni. Dall'inizio alla fine Epstein costruisce un labirinto di rapporti del quale è il solo ad avere la mappa. Si basa su due elementi. Il primo è costituito dai gradi di separazione, che per una nota teoria non sono mai più di sei fra due persone qualsiasi. La riprova è che, leggendo la documentazione, perfino io mi sono trovato a un passo da lui, avendo vissuto, a distanza di pochi anni, nello stesso palazzo di New York (in cui lui si approfittò di una donna conducendola nella sauna sul tetto). Nel suo labirinto i separati si congiungono.
Un esempio: in un'agenda compare il nome di Suzanne Ircha, attrice senza fortuna (appare in un episodio di Star Trek, ma non nei titoli di coda), che diverrà grande amica di Melania Knauss (poi coniugata Trump) e moglie di Woody Johnson, proprietario dei Jets, la squadra di football di New York, che nella prima amministrazione Trump è nominato ambasciatore a Londra. Tre mosse e l'ex professore di matematica ha i contatti più esclusivi a Londra e Washington. Ogni conoscenza è un seme, prima o poi darà frutti.
Come nella seconda sinfonia di Rachmaninoff si parte da un'introduzione lenta: Epstein si fa amico un industriale della chimica e collezionista d'arte (Stuart Pivar) che ha fondato l'Academy con Andy Wharol. E si conclude con la sonata della fanfara: al funerale di Warhol il primo nome sulla lista degli invitati è quello di Jeffrey Epstein. Siede tra John Lennon e Yoko Ono, Tony Bennett, e Diane von Furstenberg, Clavin Klein e Liza Minnelli. Scrissero: fu l'ultimo evento pop; non sapevano fosse anche la prova generale dell'isola Saint James, quella dove l'uomo seduto in prima fila, per una volta in abito scuro, avrebbe portato, variamente scamiciati e inghirlandati, intellettuali e politici, come da lezione sulla lavagna, per farli divertire con ragazzine.
Un piano criminoso? Meglio cautelarsi con le giuste relazioni, per tempo. Nell'estate del 1996 Epstein, gran donatore dell'università di Harvard, chiede di essere presentato a un docente di legge, il famoso avvocato Alan Dershowitz. Con il jet personale lo raggiunge nella casa al mare portando una cassa di champagne d'annata. È l'inizio di una bella amicizia. L'anno seguente Dershowitz scriverà un editoriale sul Los Angeles Times sostenendo che l'età del consenso per un rapporto sessuale dovrebbe essere abbassata a 15 anni. Poi sarà l'accanito difensore di Donald Trump (e di sé stesso, negando ogni rapporto con Virginia Giuffrè, all'epoca ragazzina della scuderia Epstein, quindi accusatrice, infine suicida).
Poi c'è il secondo elemento del labirinto: non ha via d'uscita. È un'altra illusione. Ogni sortita è bloccata, con la complicità successiva di quelli che restano dentro. Per pudore (meglio fosse magia, piuttosto che un trucco). Perché è troppo tardi per tornare indietro (l'hai già nominato vicerè, è tuo genero, gli hai dato le chiavi di casa). Perchè, occorre pensare e sostenere, tutto il sistema, tutte le ascese, anche quelle di chi avrebbe dovuto fermarlo, sono fondate su una base più o meno alta di inganno. Perché lui sa delle cose su di te. Le ha documentate. Registrate. Fotografate.
Il potere
E ora si può alzare la posta e giocare contro il banco del potere. Epstein ha già ammassato una fortuna (tra rendite, compensi, sottrazioni e schemi di Ponzi) ed è fidanzato con Miss Svezia. Che cosa può desiderare? Chi vuol essere uno dei pupi dorati quando può essere il puparo? Organizza la più sfrenata festa orgiastica permanente mai consumata sul pianeta. Ce ne fornirà l'accesso postumo, la password che consente la visione a puntate a tutti gli esclusi che non avrebbero mai potuto permettersi l'abbonamento nè mai avrebbero ricevuto l'invito vip.
Che il re sia nudo, al popolo è stato raccontato, ma l'archivio Epstein lo mostra. Eccola finalmente, l'elite dietro le quinte, nello spogliatoio. Non nudi, peggio. Bill Clinton in camicia da bajadera, il principe (poi destituito) Andrea nei panni di uno sconcio fisioterapista, Noam Chomsky, l'illuminista scettico (vedi la voce "intellettuale" sulla lavagna), sempre così solidale e sostenibile, stravaccato su una poltrona del jet privato e consigliere della strategia mediatica («Ignora, è un attacco alla tua libertà», di fare che cosa?).
Il cast è eccezionale e completo. C'è la politica trasversale e di mezzo mondo (presidenti ed ex, ministri e regnanti di America, Norvegia, Belgio, Slovacchia, Francia, più l'immancabile ombra di Putin). C'è Bill Gates, accusato dai complottisti di aver diffuso un'epidemia, ma sicuro di essersi preso una malattia venerea. C'è la sacrosanta intuizione che il potere sia nel cinema (Woody Allen), nella musica (Michael Jackson) e che la perversione sia in ognuno. Le richieste di un potente («Puoi farla vestire da Biancaneve?») riecheggiano quelle di un qualunque uomo medio in un forum sulla prostituzione («Le ho chiesto di vestirsi da infermiera, con i tacchi»).
Le mail dipingono quadretti patetici e che francamente sarebbe preferibile non immaginare: il vicepremier slovacco promette una maglietta di Lavrov in cambio di due ragazze; l'ex primo ministro norvegese vanta la qualità delle ragazze di Tirana; il ricercatore canadese Peter Attia, noto per gli studi sulla longevità, autore del best seller Vivi di più certifica: «Confermo: la vagina ha basso contenuto di carboidrati. Per il glutine attendo esiti». E l'ideologo Steve Bannon evoca Matteo Salvini seduto sulle sue ginocchia. Un cameo italiano, poteva mancare? Poi appariranno le vacanze romane del grande facilitatore e un'utente di X lamenterà: «Anche Fregene citata negli Epstein Files, ma non Avellino».
Eccitata, non trasformata, dall'immenso spettacolo voyeuristico via internet, la massa planetaria plaude agli idoli, ma ancor più alla loro caduta nel fango che tutto e tutti assimila togliendo splendore, grandezza, unicità. Viene giù il Pantheon universale e tutti siamo dei di melma, essiccata da un sole malato.
Ha ragione il premier britannico Keir Starmer: «L'opinione pubblica rischia di perdere fiducia in tutti i politici». Tutti. E negli artisti, nei pensatori, perfino nei maghi. Di guardarli e di vederci il proprio volto nello specchio. Sbagliava Keyser Soze, l'enigmatico protagonista del film I soliti sospetti, quando affermava: «La beffa più grande del diavolo è stata convincere il mondo che lui non esiste». È invece convincere che non esista altro, non un briciolo di santità o, almeno, di rettitudine.
L'ex professor Epstein può riporre il gessetto e allontanarsi dalla lavagna, la sua lezione è finita.
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