Bollette, guerra di lobby per non far calare i prezzi
Il decreto Bollette arriverà forse domani in Consiglio dei ministri, ben sei mesi dopo il suo annuncio. Un arco di tempo che però non è bastato a blindare il testo su cui ieri i leader di maggioranza hanno discusso in un vertice a Palazzo Chigi con la premier Giorgia Meloni. Il provvedimento ha infatti innescato un nuovo scontro in Confindustria con la rivolta dei produttori di energia, la premessa perfetta per una guerra di lobby che può portare a modifiche fino all’ultimo e a un percorso accidentato in Parlamento.
Premessa: l’Italia oggi ha il costo dell’energia più alto d’Europa (quello in bolletta è un po’ oltre la media). Secondo i dati annuali di Arera, l’Authority dell’energia, circa 70 euro al megawattora (una decina di euro al mese per utenza media domestica) una cinquantina per le imprese non energivore. Da tempo Confindustria chiede un provvedimento, ma si è spaccata al suo interno tra i produttori associati in “Elettricità Futura” – che beneficiano degli alti prezzi – e le imprese che l’energia la consumano. Il presidente, Emanuele Orsini, s’è schierato con le prime. Lo scontro pareva rientrato prima di Natale, ora s’è riacceso. Il motivo è che il decreto è cambiato. Le bozze confermano il bonus sociale ma dimezzandolo a 90 euro per famiglie a bassissimo reddito, più un contributo volontario dei venditori di energia rimborsato dallo Stato.
Nella vecchia versione del decreto la misura più forte prevedeva di spalmare su più anni gli oneri di sistema (oggi pagati dalle bollette) con un meccanismo finanziario che è stato accantonato per i dubbi del Tesoro (avrebbe impattato sul debito pubblico) ma che andava bene a tutti. Viene sostituito da un altro intricato meccanismo che, in estrema sintesi, permette ai produttori di elettricità da gas di risparmiare sia sulla componente “trasporto” del metano sia sulle quote Ets da pagare. L’Ets è una tassa europea sull’emissione di Co2 che impatta molto sul prezzo finale, anche fino a 30 euro al Mwh. Questi costi verrebbero scontati alle centrali elettriche e trasferiti nelle bollette. Sembra una partita di giro a carico dei consumatori, ma può avere un impatto netto sui prezzi per via di come funziona il mercato elettrico, dove la fonte più costosa utile a coprire quel che manca del consumo energetico dà il prezzo a tutte le altre, ed è quasi sempre il gas. Questo alza il prezzo di tutta l’energia, anche quella prodotta da fonti rinnovabili, meno costose e spesso sussidiate con incentivi.
La norma Ets potrebbe avere un impatto discreto sui prezzi, ma – chiarisce il decreto – serve l’ok di Bruxelles ed è molto difficile ottenerlo perché aprirebbe una breccia in cui si inserirebbero i Paesi con problemi simili, specie dell’Est Europa. Il governo da tempo chiede una revisione del meccanismo Ets, appoggiata da altri Stati, Germania in testa, ma servono tempi lunghi. Se Bruxelles boccia la norma, invece, il decreto si sgonfia brutalmente. Rimarrebbero misure con impatti limitati o incerti, tipo incentivi volontari ai produttori di rinnovabili con sussidi in scadenza per spingerli a cedere energia a prezzi calmierati (per gli altri scatterebbe un obbligo).
A differenza della cartolarizzazione degli oneri, la norma Ets fa vincitori (le imprese consumatrici) e vinti (le produttrici), da qui lo scontro. La guerra di lobby nasce però soprattutto da un altro aspetto, assai tecnico, ma dall’impatto dirompente. Il testo infatti affida all’Arera il compito di vigilare che i produttori di energia trasferiscano lo sconto sull’Ets ai prezzi appoggiandosi al regolamento Ue detto “Remit”. Lo stesso regolamento che secondo una indagine esplosiva di Arera sarebbe stato sistematicamente violato dai produttori che avrebbero manipolato i prezzi gonfiando le bollette di oltre 5 miliardi nel 2023-24. Al momento sono ipotesi, servono approfondimenti per partire con le sanzioni ai produttori, ma l’indagine è sparita dai radar dopo le proteste di Elettricità Futura. Il decreto invece ne ribadisce l’importanza, arrivando perfino a prevedere una norma che impone all’Authority di “ribadire” che il regolamento Remit va rispettato. Serve a rafforzare i controlli per il futuro, ma c’è anche chi sospetta che, proprio perché superflua, possa essere usata dai produttori per ottenere un colpo di spugna sul passato. In ballo ci sono miliardi di euro. Se ne vedranno delle belle.
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