mercoledì 11 febbraio 2026

Robecchi

 

Nuovi schiavi. L’articolo 36 è fatto anche per chi va in giro in bicicletta 


di Alessandro Robecchi 

A volte basta poco, a conferma che spesso per dire cose importanti servono poche parole, belle chiare, dritte e comprensibili a tutti, che lascino poco spazio, anzi nessuno, all’interpretazione. Facciamo un esempio. L’articolo 36 della Costituzione italiana: 57 parole, 359 caratteri inclusi gli spazi e la punteggiatura. Leggiamolo insieme:

“Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.

Semplice e diretto, niente fronzoli, niente subordinate, parentesi, incisi. Così può capirlo anche uno in bicicletta (la sua bicicletta), senza assicurazione (che sarebbe a sue spese), senza alcuna garanzia di “esistenza libera e dignitosa”, che recapita cibo o altre merci a 2 euro e 50 centesimi a consegna. E in effetti lo capisce, ma capirlo non gli serve a molto. A lui e a molti altri, in molti settori economici del Paese, perché l’attuale sistema economico si giova di ampie sacche di lavoro schiavistico, dove la retribuzione copre a malapena i costi del cibo e del rifugio notturno, una famiglia è consigliabile non averla e quanto all’esistenza “libera e dignitosa”, diciamo che è meglio se non piove. Il tutto per 10-12 ore al giorno, spesso per sei o sette giorni la settimana, con un algoritmo che ti controlla e ti penalizza se arrivi in ritardo o sgarri (l’equivalente delle frustate per chi costruiva le piramidi). Quanto alle “ferie annuali retribuite” si tratta di una freddura (forse satira politica alla Pucci) e la chiusa “non può rinunziarvi” una battuta rafforzativa che strappa l’applauso.

Per arrivare a scrivere quell’articolo della Costituzione ci sono voluti oltre vent’anni di dittatura, una guerra di Liberazione, molte sedute della Costituente e pochissimo inchiostro. Per arrivare a considerarlo una faccenda teorica – massì, cose che si dicono, c’è scritto, ma chi lo legge? – ci sono voluti più o meno trent’anni di leggi sul lavoro, tutte concepite, architettate, elaborare e codificate a scapito di quel lavoratore che sta all’inizio dell’articolo 36, il soggetto di tutta la frase, quello che pedala.

Si cominciò con il pacchetto Treu (24 giugno 1997), varato da un governo Prodi, quando la parola magica, il ritornello ossessivo, era “flessibilità”, dove ancora non si intendeva flessibilità muscolare del ciclista a cottimo, e si continuò per anni e anni e anni, abbellendo e agghindando il concetto con tonnellate di retorica liberale.

Ogni tanto (come l’altroieri) la magistratura (non la politica) cerca di metterci una pezza, una pezza molto piccola a confronto del buco. Il buco resta, enorme, vergognoso, a volte coperto in modo maldestro (“Ma io gli do la mancia!”, carità al posto di diritti), o addirittura infingardo (“Ma meglio così che niente!”, cioè meglio schiavo che morto).

Questo per dire che il problema non sono solo le leggi e il trentennale attentato all’articolo 36 della Costituzione, ma anche il supporto del cittadino trasformato in consumatore. Il padrone degli schiavi è il primo responsabile dello schiavismo, certo. Uno Stato che lo tollera è il secondo. E il terzo è chi, conoscendo le condizioni degli schiavi, se ne serve lo stesso perché “funziona così”. Che, se ci pensate, è il motivo primo e principale per cui “funziona così”.

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