venerdì 13 febbraio 2026

Leggete, leggete!!!!

 

Roma e Berlino contro Francesca Albanese. Barrot e l’ombra lobby israeliane 


di Riccardo Antoniucci

Ieri anche la Germania e l’Italia, col ministro degli Esteri Tajani, si sono accodati alla richiesta di dimissioni di Francesca Albanese. Ma c’è più di una frase distorta, dietro l’iniziativa per estrometterla dal ruolo di relatrice speciale Onu per la Palestina, ufficializzata due giorni fa dalla Francia. E ci sono più soggetti coinvolti oltre a Jean-Noël Barrot. Non solo perché il testo in cui il ministro degli Esteri di Parigi, mercoledì, ha accusato Albanese di essere “un’attivista” e autrice di “discorsi d’odio”, rispondeva a una lettera di 60 deputati macroniani con alla testa Caroline Yadan, la prima ad aver attribuito ad Albanese la frase mai pronunciata (come il Fatto ha raccontato il 12 febbraio) “Israele è il nemico dell’umanità”. Ma anche perché, se negli ultimi tempi Emmanuel Macron e lo stesso Barrot si sono scontrati con il premier israeliano Benjamin Netanyahu sulle politiche di annessione in West Bank e la decisione di Parigi di riconoscere lo Stato di Palestina, il lavoro della relatrice speciale Onu non è mai piaciuto all’Eliseo. Per via delle sue condanne senza appello delle violazioni dei diritti umani in Palestina, certo, e forse anche perché nel report su “l’economia del genocidio” espone la complicità delle aziende francesi nella guerra a Gaza.

Coincidenza o no, proprio mercoledì anche il movimento Combat Antisemitism (Cam) ha fatto circolare una richiesta di dimissioni della relatrice speciale Onu, in cui, con un lessico simile a quello della successiva nota di Barrot, la si accusava di parzialità. Il Cam è un’organizzazione fondata e finanziata dall’imprenditore del Kansas, Adam Beren, donatore storico del Partito Repubblicano Usa, e lavora con il ministero della Diaspora israeliano e una rete di associazioni pro-Israele nel mondo. A novembre dell’anno scorso, ha organizzato proprio a Parigi un summit sull’antisemitismo, ospitato dal comune di Anne Hidalgo e con ospiti due ministri di Macron: Benjamin Haddad e Aurore Bergé, titolare del dicastero contro le Discriminazioni. Bergé è tra le firmatarie della lettera contro Albanese. Ma è anche il secondo nome sul progetto di legge sponsorizzato da Caroline Yadan all’Assemblée nationale per “combattere le nuove forme di antisemitismo” che propone di adottare la definizione estesa di antisemitismo dell’americana International Holocaust Remembrance Alliance (alla base delle sanzioni del Dipartimento di Stato Usa contro Albanese). Come iniziative analoghe in Italia, il testo assimila le critiche a Israele ad aggressioni contro gli ebrei, e molti dei 120 promotori della legge hanno firmato anche la lettera contro Albanese. Altra analogia con l’Italia: Bergé è stata in Israele di recente con un viaggio organizzato dal gruppo di lobbying pro-Israele European leadership network, Elnet (la missione italiana è stata raccontata sul Fatto l’11 febbraio).

Non da ultimo viene il legame tra governo e colossi della Difesa francese, accusati di fare profitti sulla guerra di Gaza. Barrot e l’attuale premier Sébastien Lecornu (ex ministro della Difesa) non hanno mai fatto chiarezza sulle vendite di armi e materiali a uso bellico a Israele da parte di aziende francesi. Nel 2024, nel pieno del massacro a Gaza, Israele ha ricevuto dalla Francia 16,1 milioni di euro di armi e 76,5 milioni di prodotti double use e ha continuato nel 2025, mentre Macron garantiva di aver fermato le licenze dopo il 7 ottobre 2023. Il governo inizialmente ha negato, ma poi Barrot ha ammesso pubblicamente di aver fatto “eccezioni” per l’invio di armi a scopo difensivo (per l’Iron Dome) e di “materiale che può essere assemblato in Israele ma che è destinato a essere riesportato”. Le inchieste del media indipendente Disclose e del gruppo Stop Arming Israel hanno mostrato che gli invii contenevano bombe, granate, siluri, mine o componenti per lanciarazzi e fucili, in particolare da parte delle aziende Eurolinks e Semat (ma sono coinvolti anche il gruppo Dassault e Ariane, ex Airbus). E non esistono documenti che provino che i componenti d’arma mandati in Israele siano mai stati riesportati né dove.


Nessun commento:

Posta un commento