Se la pazzia è la via per il consenso
di Stefano Massini
Nove anni fa la psichiatra forense americana Bandy Lee pubblicò una ricerca secondo la quale non c’era dubbio, Donald J. Trump era pazzo. Negli anni a seguire, mentre il pazzo concludeva il suo primo mandato alla Casa Bianca e si preparava alla riscossa del 2024, la stessa diagnosi veniva emessa da altri luminari su Vladimir Putin, pare affetto da sindrome narcistico-paranoide. Più recentemente, la camicia di forza è stata invocata anche per Bibi Netanyahu, per Erdogan e – va da sé – per il coreano Kim, a creare una folle combriccola in attesa del promettente Farage sulla rampa di lancio delle future elezioni inglesi.
Insomma, dobbiamo concluderne che nel terzo millennio il corso per diventare leader si svolge nelle camere di psichiatria? Forse la provocazione non è del tutto fuori luogo, e sì, credo che saper ostentare una scenografica dose di irrazionalità sia diventato per paradosso un requisito essenziale per incassare il consenso delle masse, più attratte che spaventate dai guizzi psicotici di Sua Maestà.
Poi certo, va premesso che la pazzia scalmanata di certi sovrani è da sempre più una strategia che una patologia, e com’è noto fu Nixon in tempi non sospetti a partorire la madman theory, per cui in politica estera conveniva recitare la parte degli allucinati imprevedibili proprio per incutere al nemico il terrore di scatenare gesti inconsulti. Si finsero pazzi Bruto (per tattica, come narra Tito Livio) e l’Amleto di Elsinore, ma prima ancora perfino il re biblico Davide.
Viceversa era seriamente pazzo Carlo VI di Francia, convinto di avere un corpo di cristallo, così come lo era il dittatore Nguema che negli stadi della Guinea Equatoriale faceva massacrare i dissidenti da fucilieri travestiti da Babbo Natale, e nel frattempo si dichiarava sì marxista ma fan di Adolf Hitler (a proposito, anche il Führer era decisamente paranoico secondo la relazione commissionata nel ’44 dagli Stati Uniti a Walter Langer).
E qui, ovvio, potremmo continuare con una amena infinita sequela di potenti più o meno allucinati, le cui dissennatezze finiscono per passare alla storia come sintomi di squilibri cerebrali, da Caligola a Masaniello fino a Pol Pot, tanto per dire che la stanza dei bottoni non di rado obnubila la mente dei prescelti. Il punto più interessante, tuttavia, sta forse nel porsi un’altra domanda, ovvero perché la follia dei leader si sia oggi trasformata in un fattore di vantaggio elettorale.
Era in fondo l’altro ieri quando Alan Bennett scriveva La pazzia di re Giorgio e ci consegnava il memorabile ritratto del primo ministro Pitt costretto a inventarsi di tutto pur di tacere al mondo che il sovrano era fuori testa: nel 2026 probabilmente re Giorgio avrebbe avuto un suo profilo su X e i suoi post di pura alienazione ne avrebbero esaltato la popolarità, altro che nascondersi. Non fu Trump stesso a scrivere che Xi Jinping aveva buon diritto di ritenerlo un pazzo?
Voglio proporre ai dizionari una nuova espressione, il fool-pride, perché di questo si tratta, di un vero orgoglio dell’irrazionalità, a cui siamo naturalmente approdati attraverso anni di anatemi contro le ideologie, vade retro alla retorica, e Dio ci salvi dai discorsi troppo intellettuali che subito puzzano di fregatura quindi “parla come mangi”. Appunto: parla come mangi, solo che questo nesso implica che il cibo spazzatura che introiettiamo non possa tradursi mai e poi mai in un costrutto minimamente logico, bensì in un linguaggio sconnesso, contraddittorio, lacunoso, più affine al ringhio o al rantolo che all’eloquio umano.
Siamo davanti alla legittimazione della pazzia come criterio e lingua del nostro tempo, ed è il punto d’arrivo, estremo e inevitabile, di quell’odio per il logos in nome del quale abbiamo devastato, pezzo per pezzo, la nostra capacità di concentrarci, seguire una storia compiuta, afferrare sottotesti, padroneggiare non dico una discussione ma neanche un minimo dialogo.
Che poi, aggiungo, a cosa può servire votarsi alla razionalità se siamo già schiavi di una tecnologia che ha affidato tutto ad algoritmi, a numeri, a cifre, a occulte quintessenze matematiche contro le quali la follia assume il ruolo perfino di una guerra di resistenza? Mi distinguo impazzendo, rompo le linee impazzendo, inconsapevolmente scardino il sistema mettendomi a urlare come un gallinaceo e chi se ne importa se fino a poco tempo fa la coerenza era un metro di giudizio sociale (peraltro fallito, quindi a maggior ragione benvenuti a Crazyland).
Perdonatemi allora ma non mi scandalizzo, no, quando Trump non crolla a picco in popolarità se fa il pazzo come non mai, se annuncia dazi a isole sperdute abitate da pinguini, se vaneggia del proprio volto scolpito sul monte Rushmore, se inveisce contro la reporter di turno o si accanisce contro l’effigie di Biden nei corridoi presidenziali: tutto questo è il suo cogliere in pieno la deriva di un Occidente arcistufo di quella altissima razionalità che lo contraddistingue da secoli e che non ci ha saputi salvare.
È una crisi epocale, potremmo dire che è arrivato il conto e lo paghiamo con una fuga a gambe levate nell’esatto opposto delle nostre radici che stanno in Platone, in Aristotele, in Sant’Agostino, in Voltaire. Siamo sprofondati, sì, nella paura più viscerale, nella rabbia feroce, nella violenza fisica che “almeno scarica”, nella cecità di un tifo animale che sa davvero di ammutinamento dell’homo dal suo essere sapiens, e ben venga allora retrocedere all’homo demens che ti toglie ogni ansia da prestazione perché il discorso è uno sforzo ma il delirio riesce a tutti, quindi è pura democrazia.
Di tutto questo, temo, è vittima principale l’opposizione (chiamatela democratica, riformista o perfino sinistra) che sulla scena internazionale arranca a erigere argini contro questa fluviale piena di de-razionalizzazione, che vince a mani basse perché coglie il vero sentire di questa fase storica. Non è più uno scontro fra destra e sinistra così come storicamente lo abbiamo interpretato, bensì una nuova durissima battaglia contro la regressione, quella per cui la Casa Bianca pubblica ufficialmente foto taroccate come da un maldestro tredicenne e il Cremlino si lascia andare a dichiarazioni da dottor Stranamore per cui davanti a un’apocalisse nucleare l’importante è che “saremmo noi comunque ad andare in Paradiso”.
A tutto questo noi proviamo a replicare con ragionamenti assennati, con analisi illuminate, con progetti politici argomentati, ma vogliamo essere sinceri fino in fondo? È innegabile che siamo minoritari, circoscritti e perdenti innanzi a un fenomeno molto più grande del confine della politica, qualcosa che azzera lo stesso strumento del parlare e vi sostituisce il furore, fisico e verbale.
La pazzia è di moda, sì. Anzi molto di più: la pazzia è il modo, il modo stesso di stare nella realtà.
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