domenica 15 febbraio 2026

Contro gli interessi dei soliti balordi!

 

“Il glifosato causa il cancro”: cacciato il capo dello studio


di Nicola Borzi 

Uno degli erbicidi più usati nel mondo, il glifosato, è cancerogeno. Lo attestano i dati presentati a giugno da uno studio internazionale coordinato da un ricercatore italiano. Il 10 dicembre, le autorità europee Efsa ed Echa li hanno acquisiti per rivedere la classificazione di rischio del prodotto. Ma il 31 dicembre il ricercatore, che ha un importante curriculum scientifico internazionale, ha visto chiudere il suo rapporto di lavoro con l’istituzione per la quale lavorava sin dal 2012. L’istituto è il Ramazzini di Bologna, Onlus cooperativa con 40 mila soci fondata nel 1987 dall’oncologo di fama mondiale Cesare Maltoni, che valuta l’impatto sulla salute di sostanze chimiche. Il ricercatore è Daniele Mandrioli, 43 anni, direttore del centro di ricerca dal 2020. L’istituto giura la propria terzietà dalle lobby e dice che la decisione è stata consensuale. Mandrioli invece assicura di esser stato licenziato. Le industrie chimiche forse non hanno avuto un ruolo attivo, come qualcuno sospetta, ma di certo non se ne sono rattristate.

Il glifosato, sintetizzato negli anni 50, è prodotto dagli anni 70 con il marchio Roundup dal colosso Usa Monsanto, ora controllato dalla tedesca Bayer, e dai primi anni 2000 è venduto insieme a semi transgenici modificati per resistergli. Da decenni genera un enorme fatturato globale, 11 miliardi di dollari solo lo scorso anno. Secondo una ricerca prodotta 25 anni fa con l’apporto di Monsanto, non comporta rischi di cancro né effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. Anche in base a quella pubblicazione molti Paesi ne hanno liberalizzato la vendita. L’Unione europea gli ha concesso la prima autorizzazione nel 2002, poi sottoposta a diverse revisioni e rinnovi, l’ultimo dei quali nel 2023 ha esteso l’autorizzazione fino al 2033. Ma diversi studi già dagli anni 90 attribuivano al glifosato effetti carcinogeni e tossicità cronica. Nel 2020 Bayer, proprietaria di Monsanto, ha pagato 10 miliardi di dollari e ne ha accantonati altri 17 per chiudere 100 mila cause sul Roundup.

Per gettare una luce indipendente, nel 2015 l’Istituto Ramazzini ha lanciato il progetto Global Glyphosate Study coinvolgendo scienziati provenienti da Stati Uniti, Sud America ed Europa. Per l’Italia hanno partecipato l’Istituto superiore di Sanità, il Cnr, l’Università di Bologna e l’ospedale San Martino di Genova. Nel 2018 i primi studi pilota hanno rivelato che il prodotto altera parametri biologici legati allo sviluppo sessuale, a genotossicità e microbioma intestinale. Nel 2019, lo studio ha rilevato che già a dosi che gli Usa considerano sicure gli erbicidi a base di glifosato impattano su riproduzione e sviluppo dei ratti. A giugno, i dati finali: nei ratti esposti a dosi ritenute innocue per l’uomo il glifosato causa leucemie e tumori a fegato, ovaie, sistema nervoso.

Ma il 31 dicembre il colpo di scena: Mandrioli è uscito dal Ramazzini, ufficialmente per una “riorganizzazione aziendale”. Secondo l’istituto, il rapporto tra Mandrioli e la cooperativa “è stato risolto per motivi completamente estranei alla ricerca sul glifosato. Stupisce che Mandrioli effettui una dichiarazione del genere e che cerchi di creare confusione sulla questione: è ben a conoscenza del percorso che ha condotto alla risoluzione del rapporto. Non è vero che la decisione è stata imposta dall’istituto. Si è valutato, in un tavolo condiviso con Mandrioli, il percorso maggiormente confacente alle esigenze delle parti e si è poi formalizzato un accordo che le parti hanno liberamente sottoscritto e nessuno ha mai messo in discussione. Fa specie si tenti di infangare la reputazione di un istituto che esprime team di ricercatori provenienti da tutti i Paesi del mondo e che da oltre 50 anni effettua ricerche indipendenti. Fa specie che Mandrioli metta la sua persona davanti all’interesse generale e alla credibilità della ricerca”.

Al Corriere di Bologna lo scienziato però ribatte che non si è trattato di un “percorso concordato”: “La risoluzione del rapporto di lavoro è stata decisa dall’istituto. Dopodiché, con l’aiuto dei miei avvocati abbiamo solo potuto definire i dettagli del percorso. Di fronte a una decisione già presa dai vertici dell’istituto non ho potuto far altro che prenderne atto, collaborando per consentire una transizione ordinata delle attività scientifiche, nel rispetto della straordinaria professionalità dei ricercatori con i quali ho condiviso 15 anni di ricerche indipendenti e che hanno dato tutto per il bene della salute pubblica”. Se le versioni sono diverse, resta un fatto: lo scienziato è stato messo alla porta.

Nessun commento:

Posta un commento