sabato 7 febbraio 2026

Spettrale

 

Quel che resta dell’umanità: telefonini, la droga collettiva 


di Pino Corrias 

Con la sola luce dell’inchiostro, Carlo Verdelli, narratore e giornalista di lungo corso, esplora la scatola nera che ci portiamo nel marsupio del nostro quotidiano bagaglio, lo smartphone, che contiene tutto di noi, identità, amori, lavoro, desideri, segreti. Non è uno strumento, ma un ambiente. Progettato per catturare la nostra attenzione, modellare comportamenti, creare dipendenza. È il nostro specchio magico che ci gratifica e insieme l’abisso che ci inghiotte. Non per nulla il viaggio si chiama Il diavolo in tasca(Einaudi, 160 pagine) che cento volte al giorno realizza i nostri desideri senza l’attesa, l’informazione senza fatica, la relazione senza il corpo. Esercita su di noi uno strapotere “del quale non sappiamo più fare a meno”. Specialmente le ultime generazioni che dentro allo schermo ci sono nate, non conoscono il prima, neanche lo immaginano.

Vetro, plastica, litio, silicio. Assemblati e lucidati: da lì passa il mondo. E la velocità con cui la tecnologia se n’è impossessata fa persino spavento. Trent’anni fa i primi Motorola pesavano un chilo, memorizzavano dieci numeri e avevano un’autonomia di mezzora. Oggi solo sfiorando la superficie dei nostri 8 miliardi di smartphone – il 97 per cento degli abitanti del pianeta – ci inviamo 240 milioni di mail al minuto, scattiamo 93 milioni di selfie al giorno. L’anno scorso in Nepal hanno incendiato il Parlamento quando il governo ha chiuso d’impero l’accesso a 16 piattaforme digitali. Dopo due giorni di scontri, 19 morti, 150 feriti e la fuga del primo ministro, il nuovo governo ha dovuto cancellare il divieto. In mezza Europa, aprile 2025, per un potente sbalzo di tensione, 50 milioni di persone si sono ritrovate “catapultate per dieci ore in un tempo incognito, dove niente funzionava (…) ma l’angoscia più profonda era un’altra: come ricaricare il telefonino” e dalla selva oscura inviare un selfie per gridare “Io c’ero!”.

Tragedia e commedia di una rivoluzione dieci volte più grande di quella industriale e cento volte più veloce. Capace di riconfigurare l’infanzia, l’adolescenza, l’adulta età. I riti quotidiani della convivenza. Quelli della scuola, dove gli insegnanti raccontano di vedere “solo teste reclinate” e fantasmi “devastati dalla noia”, persi in mondi privati, prigionieri anche di menzogne e cattivi sortilegi. Verdelli ne racconta di estremi, dalla ragazzina attirata dai compagni di scuola nella trappola digitale, presa a calci perché disabile, filmata per umiliarla in chat. All’adolescente che accetta la sfida lanciata nel Web e ingoia più pastiglie possibile, fino a morirne. Per poi virare sulle schegge di vita quotidiana. Dalla cena di classe, dove dopo i selfie di rito, tutti infilano la testa in Brawl Stars, il game dei poteri magici. All’universitaria che alla mattina usa il tempo della colazione per mettersi in pari con i messaggi della notte, mentre la madre che le sta accanto fa lo stesso: “Prima si parlava, ora non c’è tempo”.

Batterie di sociologi, psicologi, filosofi, narrano la grande mutazione. Segnalano tutti la solitudine dentro l’infinita folla del Web e insieme il vuoto quando lo schermo si spegne. L’attesa è diventata una condizione intollerabile. Non la prevede il nuovo paradigma della immediatezza digitale che garantisce una risposta a ogni domanda, una soluzione a ogni dubbio: in che isola è finito Robinson Crusoe? Ma insieme anche sospinge il piano inclinato della superficie sulla quale scivoliamo, dove tutto scorre così velocemente da non offrire appigli, a cominciare dall’attenzione. Un terzo della popolazione, nel celebrato Occidente, “fa fatica a orientarsi nella lettura di un paragrafo di testo”, scrive Verdelli. Mentre “metà degli studenti italiani che escono dalla terza media, sa leggere, ma non capisce bene cosa”.

Le aziende che producono il software del “nuovo capitalismo dell’informazione e della sorveglianza”, calcolano perfettamente le conseguenze. “Hanno alterato lo sviluppo umano su scala inconcepibile”, scrive Verdelli. Lo scopo? Incentivare il consumo delle immagini, delle storie vere o false che siano, per produrre dati preziosi sui nostri comportamenti. Incamerarli. Processarli. Custodirli. Visto che per loro noi siamo “oro e petrolio insieme”, la garanzia dei loro stratosferici profitti.

“Altre Sette Sorelle hanno sostituito quelle vecchie – scrive Verdelli –. Segnatevi i loro nomi: Meta, Amazon, Google, SpaceX, Microsoft, Apple, OpenAI. Il mondo che viviamo e quello che verrà è letteralmente in mano loro”. E nei loro forzieri.

Imperdibile la confessione di uno dei guru di Apple: “Perché dovrei sentimi in colpa? Il successo degli smartphone è straordinario e trasversale: geografico, sociale, anagrafico, di reddito. Sì, certo, la necessità di essere sempre in contatto è un bisogno creato artificialmente: gli sviluppatori di App lavorano per questo”. E ancora: “Il vero impatto da tenere sotto osservazione è quello sulla politica, la manipolazione delle opinioni, l’influenza sulla tenuta delle democrazie (…) In generale, le destre e i Paesi dell’Est l’hanno capito prima e se ne approfittano”.

La politica, per l’appunto: ultima stazione del viaggio di questo Diavolo in tasca. L’impatto dell’Intelligenza Artificiale che renderà possibile ogni cosa immaginata da noi utenti e dal potere. Celebrata senza impaccio dai suoi creatori, come Peter Thiel, cavaliere nero della Silicon Valley, cofondatore di PayPal e Palantir, che ha piazzato alla Casa Bianca il suo discepolo migliore, il vicepresidente J.D. Vance. Che come lui scarta “il fastidioso residuo” della democrazia, che “abiliterebbe il popolo” a interferire con le mani libere dei capitalisti. Per questo, dice Thiel, “deve essere la tecnologia a guidare il futuro”, non le procedure democratiche, non le lentezze novecentesche dei governi. Scenario se possibile peggiorato da uno dei padri dell’intelligenza artificiale, l’americano Daniel Kokotajlo, che si è recentemente dimesso da OpenIA: “Manca poco, prima che i modelli si migliorino da soli e diventino così avanzati da mettere davanti i propri interessi”. Se non ci sarà argine, aggiunge, “l’intelligenza artificiale continuerà ad auto svilupparsi, finendo per distruggere l’umanità con l’unico obiettivo di preservare se stessa”. Che poi sarebbe lo scenario del profetico Terminator, il film dove le macchine prendono il potere a causa della naturale stupidità degli umani. È il futuro che (forse) ci aspetta. Salvo imparare dalle avvertenze raccontate in questo libro, immaginato per genitori e figli: mandate un messaggio a chi vi sta a cuore.

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