Il fanfarone sgarbato: l’altra faccia di Brunello, cultore di sé
A Solomeo, il borgo umbro che è casa e quartier generale del re del cachemire Brunello Cucinelli, l’imprenditore-filantropo ha fatto costruire un monumento in travertino. Si tratta di un maestoso “Tributo alla dignità dell’uomo” perché, come risaputo, Cucinelli ha messo al centro della sua narrazione personale il concetto di lavoro che rispetti, appunto, i dipendenti. Lui, l’imprenditore umanista nato povero, non è un rozzo capitalista che vuole fare soldi a spese del benessere del lavoratore. Brunello ha una concezione etica, quasi spirituale del lavoro. Lo ha ricordato perfino nel suo discorso al G20 su invito di Mario Draghi: “Da ragazzo vidi gli occhi lucidi di mio padre umiliato e offeso sul lavoro, e ancora oggi non capisco perché si debba umiliare e offendere, ma ispirato dal dolore che lessi in quegli occhi decisi che il sogno della mia vita sarebbe stato quello di vivere e lavorare per la dignità morale ed economica dell’essere umano”. E così, Brunello, il visionario garbato che ha commissionato un film auto-celebrativo diretto da Giuseppe Tornatore con 4 milioni di tax credit, il visionario garbato amico dei lavoratori che veste anche Giorgia Meloni è diventato colui che ha umanizzato l’impresa. Stampa italiana e straniera, celebrità e politica internazionale sono tutti ai suoi piedi, talvolta in pellegrinaggio nel borgo di Solomeo, definito “Borgo del cachemire e dell’armonia”. Del resto, Brunello il Borgo se l’è comprato o l’ha restaurato pezzo dopo pezzo, ci ha costruito teatro, biblioteca, scuola di artigianato. Insomma, tutti hanno l’immagine del munifico Brunello avvolto nella luce del cachemire che accoglie i lavoratori nel paese fatato in cui sorge l’azienda mitologica. Quella in cui nessuno timbra il cartellino, i dipendenti hanno diritto a un’ora e mezza di pausa pranzo, zero straordinari, non si lavora più di 8 ore al giorno e mai il sabato e la domenica. Vietato mandare mail o messaggi dopo le 17:30.
Insomma, Cucinelli si sente un leader spirituale, parla coi busti di marmo degli imperatori, dice di essere “custode del Creato”, scrive lettere a San Francesco e intanto, anche in virtù di questo storytelling, chiude il 2025 con un fatturato di 1 miliardo e mezzo di euro. Le accuse di aver aggirato le sanzioni contro la Russia sembrano già dimenticate. Non esistono macchie che possano insozzare il racconto perfetto dell’imprenditore che mette il lavoratore al centro dell’universo.
Eppure, come in ogni storia in cui l’imprenditore diventa più famoso del prodotto che vende e il marketing valoriale ruba la scena alla sostanza, poi bisogna essere all’altezza di ciò che si racconta. Perché la disillusione è dietro l’angolo, anche passeggiando per i vicoli sicuri e perfetti di Solomeo.
Partirei proprio da qui, per raccontare l’altra faccia di Brunello Cucinelli. Gli abitanti della zona mi raccontano che il borgo in provincia di Perugia è stato ribattezzato “SoloMIO” proprio perché completamente “colonizzato” da Cucinelli. “Ti rifà il paese che è un gioiellino tipo Disney, ma se hai una casa ‘brutta’ la compra e la butta giù. Ha anche la vigilanza privata che controlla il paese. Se lo accetti come Signorotto e lo segui alla corte vivi da Dio”, mi dice una persona del posto. Un altro abitante del luogo: “Dal suo magico borgo di Solomeo si vede la zona industriale di Ellera-Corciano che lo infastidisce moltissimo. A dargli fastidio era soprattutto la sede gigantesca del ‘Brico’ che con il suo colore arancione stonava e niente, lui voleva fargli cambiare il colore in verde. Non ci è riuscito”.
Passiamo ai lavoratori. Nell’azienda non esiste sindacato, la Cgil di Perugia nel 2011 aveva tentato un approccio con l’azienda, ma in quel periodo Cucinelli fece trovare ai dipendenti un ricco bonus natalizio in busta paga. L’assemblea coi sindacati in seguito andò deserta. In compenso a Solomeo c’è il filosofo Giuseppe Moscati, che poi sarebbe colui che suggerisce a Cucinelli gli aforismi da snocciolare durante incontri e interviste per sembrare dotto.
Comunque, il clima raccontato da molti lavoratori del posto con cui sono entrata in contatto è tutt’altro che idilliaco. Tanto per cominciare, alcuni dipendenti raccontano che l’imprenditore non ama essere salutato. “Vige una legge non scritta per la quale non puoi nemmeno azzardarti a salutarlo quando passa. Mi è sembrata più una dittatura che il paradiso”. “Non ama essere salutato ed è una delle prime cose di cui vieni informata quando vieni assunta”. “Mi sono ritrovata un sacco di volte nei grossi bagni dell’azienda a lavarmi le mani di fianco a lui senza nemmeno essere degnata di un mezzo sorriso”.
La famosa pausa di un’ora e mezzo, poi, non è esattamente un regalo: “In un’ora e mezzo non si può rientrare a casa (l’azienda è sperduta nel nulla) e si è costretti ad aspettare del tempo infinito a girarsi i pollici nella campagna perugina”.
C’è poi la storia dell’assenza del cartellino da timbrare, raccontata spesso da Cucinelli come un valore dell’azienda che non vuole “pressare” i lavoratori. In realtà numerosi dipendenti o ex mi raccontano che sì, non si timbra, ma forse è anche peggio. “Si entra alle 8:00. Non ci sono cartellini, ma c’è public shaming e terrorismo psicologico se arrivi letteralmente alle 8:01. Ci sono persone addette ai controlli. Ho avuto tre tamponamenti nel periodo in cui ho lavorato lì, lo stile sembra quello del medioevo col mezzadro che controlla il contadino”. Un’altra dipendente: “Quanto alla flessibilità, questa sconosciuta. Non hai idea di quante mamme siano costrette a sforzi inauditi per poter accompagnare i bambini a scuola. Ultimamente hanno dato la possibilità di entrare alle 8:30, ma comprendi che chi abita a 30 minuti di macchina, pur volendo, non riesce a organizzarsi in maniera agevole e senza rischiare ogni mattina di fare un incidente per andare al lavoro”.
Una ex dipendente: “Se abiti a Solomeo bene, altrimenti perdi un’ora e mezza della tua vita perché lui ci voleva vedere tutti arrivare e andare via insieme. E così, dopo molti anni, ho deciso di licenziarmi rinunciando a un indeterminato nell’unica azienda di moda in Umbria con due bambine piccole. Questo andrebbe anche ‘bene’ ma non ti riempire la bocca col benessere dei dipendenti”.
C’è poi un’imponente aneddotica sul carattere rozzo del visionario garbato, che a quanto pare è piuttosto sgarbato. Alcune testimonianze di dipendenti: “Alla prima cena di Natale sono rimasta scioccata: non riusciva a mettere insieme due frasi se non con bestemmie trattenute a stento”. “Per come bestemmiava e dava degli incapaci ai sarti tutto era fuorché garbato! Detto da uno che ci ha lavorato e di cose in tre anni ne ha viste. Dal mobbing sottile per chi era sovrappeso o a chi semplicemente non indossava i suoi capi in azienda, passando anche alla concezione assurda che i sarti che dovevano avere a che fare con i clienti dovevano essere necessariamente maschi, etero meglio”. “Il nostro ufficio, prima della nuova disposizione, si trovava proprio di fronte al suo. Inutile dire quante bestemmie possiamo aver udito e quante frasi di cattivo gusto e spesso di stampo misogino rivolte ai suoi più stretti collaboratori”. “Lui non umilia nessuno, ma una volta dopo numerosi richiami a un operaio che si presentava al lavoro con la macchina ‘sporca’, ha dato dei soldi (credo 20 euro) e gli ha detto che se non poteva permettersi di lavare la macchina i soldi glieli dava lui”.
Cucinelli viene poi dipinto come un maniaco della perfezione estetica, arrivando a creare un clima di paura nell’azienda. I dipendenti devono essere vestiti solo di colori chiari, detesta il nero, controlla perfino le scrivanie e l’estetica delle macchine parcheggiate. “Il terrorismo psicologico che mi hanno fatto pur di non farmi arrivare al colloquio in tailleur nero (ho adorato che sua figlia si è poi sposata con guanti di quel colore), il bodyshaming perpetrato di fronte a tutti verso un povero nuovo arrivato in sovrappeso, facendogli presente che non aveva bisogno di unirsi al resto della comitiva per un rinfresco. Il silenzio, la tensione e i colori della terra che regnano sovrani nell’ufficio open space a ridosso della brutta copia dei Giardini di Versailles”, mi racconta una ex dipendente. Altre testimonianze: “Quando Brunello gira tra gli uffici c’è un clima di terrore assoluto. Una delle prime cose che mi sono state dette è stata di mettere la borsa nell’armadietto perché se lui passa e la trova sulla scrivania o peggio, ci trova il cellulare, sono guai”. “Un giorno andando in bagno mi hanno ragguagliata dall’ufficio stile dicendomi che avevo ai piedi dei fantasmini neri e mi hanno detto che Brunello odiava il nero, dovetti toglierli”. “Un giorno mi dissero che avevo una ‘camminata’ aziendale che andava bene e rispettava gli standard di Brunello (secondo lui si doveva camminare con velocità, alzando la testa e sempre con dinamicità)”. “Una volta è stata chiamata la mia responsabile per comunicarle di dirmi che avrei dovuto togliermi il mollettone per i capelli. Non potevamo tenere le bottiglie d’acqua sulla scrivania per una questione estetica, quindi se volevi bere dovevi andare in cucina”.
Riguardo al dress code dell’azienda, le testimonianze non sono tutte perfettamente coincidenti, probabilmente negli anni alcune regole hanno subito variazioni, ma su un elemento convergono: devi vestirti color Cucinelli (colori chiari) e se compri qualcosa di Cucinelli è meglio: “Nessuno ti costringe ad acquistare abiti Cucinelli, ma è chiara e tangibile la pressione nell’essere sempre abbigliato con capi del brand”. “Considerando che al lavoro ci si va tutti i giorni, tutto il resto va acquistato di tasca propria… tutto questo se vuoi essere parte del sistema” (lo spaccio aziendale vende comunque capi con un forte sconto per i dipendenti, fino al 70%).
Su orari e stipendi poi, la narrazione portata avanti dall’imprenditore umanista non sembra coincidere esattamente con i racconti di alcuni dipendenti ed ex dipendenti: “Sono una sua dipendente da anni e purtroppo ho un mutuo e ho bisogno del lavoro. Tuttavia vorrei confermarti che purtroppo quasi nulla di quello che si vede è vero. L’azienda è divisa tra reparti eden e reparti che la dignità dell’operaio e dell’impiegato non sanno manco cosa vuol dire. È vero, l’azienda è bella, pagano regolarissimo. Ma oltre a questo c’è poco. Straordinari non menzionati, cose che non si possono dire o chiedere perché ‘non sta bene farlo’. È vero alle 17:30 si esce, ma nessuno menziona i sabati ‘solidali’ in cui devi lavorare perché altri reparti devono lavorare e devi lavorare anche tu, per solidarietà, anche se non c’è nulla da fare. O gli orari di straordinario che hanno fatto fare alle signore, signore che durante i campionari arrivavano a fare in una settimana più di dieci ore di straordinario”.
Un’altra ex dipendente mi racconta: “Ad esempio il discorso retribuzione: sembra sempre che regali soldi ai dipendenti, ma in realtà paga per il lavoro svolto. Se poi parliamo di diritti dei lavoratori – permessi, malattie dei figli, richiesta di part-time – mi limito a dire che una percentuale molto alta di donne si licenzia al massimo dopo aver fatto il secondo figlio. Nel mio gruppetto di colleghe ne lavora ancora lì solo una. Tutte ci siamo licenziate dopo sposate. Quando sono stata assunta ero al settimo cielo, mi sentivo una privilegiata, alla fine la domenica sera quando andavo a dormire mi veniva l’angoscia di rientrare il lunedì, credo che lì dentro io abbia dato il peggio di me in termini di acidità e antipatia, ora sono rinata!”.
“Sono un ex dipendente, per anni il reparto delle spedizioni e il magazzino è stato obbligato a lavorare tutti i sabati e a entrare alle 7 o alle 6 del mattino dal lunedì al venerdì, per poi ascoltare le sue castronerie sul tempo da dedicare alla famiglia”. “Trasferte oltreoceano pagate solo per il tempo di permanenza in showroom (no tempo del volo ad esempio) e si lavorava a volte anche 20 giorni di fila”. “Le famose email non oltre le 17:30? Ahahah, questa devo dire che è una delle cose che mi fa più ridere. Forse Cucinelli non riceverà email dopo le 17:30, ma io mi sono ritrovata a lavorare centinata di volte nei negozi in Europa in piena notte, per fare allestimento, e al mio ritorno non è mai esistito prendersi un giorno di riposo”.
Molti in azienda lamentano una sensazione di clima ostile, competitivo. “Ho vissuto un’esperienza molto brutta in azienda. Ho avuto un burnout e mi sono licenziata a causa dell’ambiente molto freddo e competitivo, sempre colleghi strafottenti, mobbing e zero empatia”. “Stando lì ti senti una mosca bianca anche solo per il fatto di pensare che ‘stai male’ in un posto che tutti lodano e ammirano. Ma io l’ho sempre chiamata una ‘gabbia d’oro’, dove sì – si guadagna tanto – ma la salute mentale non c’è”. “Il mal dell’anima non nasce dal lavoro in sé, né dagli straordinari quando sono riconosciuti. Nasce dalla distanza tra ciò che viene raccontato e ciò che accade per davvero. Un elemento significativo è l’assenza totale di una rappresentanza sindacale, non per caso ma per scelta. In un contesto del genere i dipendenti finiscono per essere trattati come pedine, spostati da un reparto all’altro non sulla base delle competenze, ma di logiche opache e relazionali”.
“È una gabbia dorata. Tutti ne rimangono estasiati, all’apparenza. Non c’è niente che sia fuori posto, tutto perfettamente in palette, dalle persone, tutte perfettamente abbinate e curate come se andassero a un matrimonio. Ma basta davvero poco per accorgersi che ci sono dinamiche al limite della tossicità. Questo spiega anche l’altissimo turnover che ha caratterizzato questi ultimi anni”.
“Mi ricordo quando stavo cercando un appartamento per trasferirmi lì a Perugia, la padrona di casa mi guardò e mi disse ‘sei proprio il genere di ragazza che può lavorare da Cucinelli’ e dopo ho capito a cosa si riferiva. Lì è come se volessero un certo tipo di persona, acqua e sapone, carina, educata e alla fine è come se tu diventassi un soldatino uguale a tutti, è come se ti plasmassero”.
Alcune donne (SOLO DONNE) raccontano di aver dovuto preparare i pasti a Cucinelli, nonostante non fosse il loro lavoro.
“Noi donne dovevamo fare a turno e portargli la merenda e a richiesta il caffè. Qualsiasi cosa urgente si stesse facendo, quando il telefono squillava dovevi subito preparare il vassoio con mezza fetta di pane e prosciutto su un tovagliolo rosso e portarla al suo segretario, uomo, che lo dava a lui. E se c’erano ospiti dovevi occuparti anche di loro. In pratica le cameriere”.
“Esiste un file in cui viene spiegato per filo e per segno come deve essergli portato il caffè. La posizione della tazzina, dello zucchero, del cucchiaino… come se fossimo a cortesie per gli ospiti. Non sto a specificare il fatto che il caffè viene portato solo dalle donne”.
“Noi ragazze del commerciale rimanevamo a disposizione per servire caffè, acqua in caso ci fossero meeting in azienda (mentre ovviamente dovevamo continuare a svolgere il nostro lavoro)”.
Per la cronaca, ho provato a contattare l’azienda anticipando che avevo parlato con numerosi dipendenti ed ex dipendenti e avrei scritto un articolo, ma l’ufficio stampa di Cucinelli mi ha risposto: “Da parte nostra non c’è volontà di approfondire. La ringrazio, buon lavoro”. Il messaggio mi è stato inviato alle 19:24. E quindi ho avuto due conferme: Cucinelli, il visionario garbato, non è molto preoccupato di sapere cosa pensano i suoi dipendenti. E una sua dipendente utilizza il telefono dopo le 17:30.
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