lunedì 9 febbraio 2026

L'abominevole progetto

 

Gaza, cemento dopo le stragi Vince la rendita immobiliare


di Paola Bonora 

Davos si è dipanata sotto i nostri occhi attoniti di tanto cinismo. Immobiliaristi, gestori di strumenti finanziari, tecnoimprenditori, banchieri, autocrati, cooptati come azionisti del Board of peace, comitato d’affari che oltraggia il diritto internazionale. Tutti a blandire il bizzoso re neofeudale mentre i popoli, schiacciati dalle milizie, non possono contare neppure sulle briciole della grande abbuffata, negate persino le retoriche del trickle-down.

Un re perfetta emanazione del rentier capitalism, apoteosi della rendita, dispositivo economico che ha tra i propri perni finanziarizzazione e immobiliarizzazione, e la città come asset. Il genero del re, d’altro canto, lo ha ben chiarito illustrando il master plan della New Gaza con il termine più consono “Sarà un successo catastrofico”. E non abbiamo dubbi sul senso minaccioso della locuzione.

La rendita esiste da sempre, ma un tempo si aveva almeno il coraggio di definirla parassitaria, speculativa, mettendo in luce l’estrazione di valore per solo effetto del diritto di proprietà, in maniera passiva senza impegno lavorativo o investimento produttivo. Ora è dilagante, prepotente. I nuovi dominatori del pianeta, i fondi di investimento, gestiscono masse di danaro incomparabili a quelle generate dall’economia della produzione, che hanno gradualmente fagocitato. Fino ad appropriarsi anche degli ambiti collettivi che in precedenza erano governati dalla statualità, come l’uso dello spazio, i regimi pensionistici, la sanità. Un’espropriazione dei diritti che produce disparità e sta trasformando il welfare state in rentier state.

Ma la sfera che mi preme seguire, e che riconduce al master plan per Gaza, è quella immobiliare, cassaforte della rendita, mercato privilegiato di collocamento finanziario. Un versante su cui lo Stato svolge ruolo determinante attraverso le concessioni edilizie, che definiscono rarità, qualità e destinazione d’uso, ossia il valore, dello spazio. Ma su cui, anziché incaricarsi della cattura delle plusvalenze per investirle nelle dotazioni collettive, va in direzione opposta promuovendone la crescita e privatizzazione – anche escogitando espedienti illegittimi in violazione delle norme.

In Italia, sbeffeggiato Fiorentino Sullo che nel ’63, in pieno boom edilizio, aveva avanzato una proposta coraggiosa in linea con esperienze europee, i tentativi di governare i rendimenti immobiliari iniziano negli Anni 70- 80 in un quadro di venato keynesismo, attraverso pianificazioni di controverso successo specie quando divengono sempre più lasche, flessibili, contrattabili. Non intervengono infatti sul presupposto della intangibilità della proprietà privata. Principio che in altri Paesi era invece accompagnato dalla delega alla statualità a catturare quote di rendita alla radice del processo di valorizzazione urbana per convogliarla sulla città pubblica.

Un vizio costitutivo le cui contraddizioni esplodono dagli Anni 90 in un clima neoliberista di condanna del “pianismo”. Nel frattempo il declino del fordismo ha chiuso imprese, delocalizzato, creato le condizioni per il successo degli extraprofitti passivi, una scappatoia per gli imprenditori, che ritirano gli investimenti dalla produzione acuendone la crisi e trasferiscono i capitali nella finanza e nell’immobiliare. Incentivati da politiche favorevoli ai patrimoni e agli asset, e dall’esiguità delle imposte sulle plusvalenze da urbanizzazione.

La rendita tuttavia è un’arma a doppio taglio, specie se poggiata su strumenti volubili maturati sul debito, infatti accanto ad accrescimenti straordinari dei prezzi degli edifici, si susseguono fallimenti degli arrembanti “furbetti del quartierino”. Fino a che la bolla nel 2008 esplode in Usa con i mutui sub-prime, trascinando l’intero mondo in una recessione rovinosa. Che esordisce da banche e valori delle costruzioni, il cui numero è cresciuto a dismisura disallineato dalla domanda e restano invendute, in particolare quelle che hanno invaso le campagne, con un disordine insediativo e un consumo di suolo insensati.

Bisogna cambiare piazza. E tutti, costruttori investitori amministratori, si persuadono che bisogna abbandonare al loro destino le periferie e puntare sulle centralità per cogliere la rendita differenziale, che si avvantaggia inglobando i beni comuni infrastrutturali e di servizio. E lanciano la “rigenerazione”, formula taumaturgica del presente, ovvero la riconversione degli spazi urbani e dei pochi vuoti, di più alta redditività – ottimizzata in verticale dai grattacieli che tanto piacciono a Trump.E così siamo tornati a Kushner, al più crudele esempio di (ri)generazione di rendita. L’atto finale del genocidio. Con lo spianamento della territorialità, la cancellazione dei luoghi, delle memorie, dei corpi, dell’identità di un popolo.

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