Ilia quando cade è tutti noi
di Michele Serra
Chissà in quanti milioni abbiamo cliccato per vedere e rivedere le due cadute di Ilia Malinin, il giovane fenomeno americano del pattinaggio che ha buttato al vento una medaglia d’oro già vinta per “troppa pressione”, come lui dice, o forse per voler strafare. Nelle due interpretazioni dei fatti c’è tutto l’inimitabile fascino dello sport, che riesce a mettere in scena le vicende della vita, grandezza e fragilità, vittoria e sconfitta, talento ed errore, con eloquenza epica.
Ilia ha sbagliato per debolezza (troppa pressione per un ragazzo di ventuno anni) o per presunzione (ha voluto strafare)? Lo ha schiantato la comprensibile paura di non essere all’altezza delle attese in mondovisione, di quello che gli altri si aspettavano da lui, oppure lo ha dannato la perdita del senso del limite, la vanagloria? E quanto conta il caso — un grado di inclinazione in più o in meno di una lamina sul ghiaccio — a determinare gli eventi?
Lo spettatore (almeno io) non solo non sa decidere, ma assiste allo spettacolo scoprendo anche dentro se stesso almeno due sentimenti e due verità. Un pezzo di me avverte il male della caduta, soffre per l’interruzione, la delusione, la sconfitta. Compatisce Ilia. Un altro pezzo scuote la testa e dice “se l’è cercata”, e un poco si compiace di una caduta che attribuisce alla mancanza di umiltà. Eppure io sono la stessa persona. Per dire quanto e come lo sport riesca a mettere in scena così tanto, di noi e del nostro complicato stare al mondo.
Altrimenti, non si capirebbe perché lo sport è di gran lunga lo spettacolo più condiviso in ogni angolo della Terra.
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