Dramma Vonn, un urlo nel silenzio
la sfida estrema finisce in ospedale
di Maurizio Crosetti
Quel pupazzo disarticolato, quel Pinocchio abbandonato sulla neve è una delle più grandi campionesse dello sport di ogni tempo. Nel silenzio enorme della valle, un vuoto di suoni e parole che soltanto un cuore in gola collettivo e istantaneo può produrre, le urla di dolore di Lindsey Vonn spaccano l'aria e gelano il sangue. È appena caduta torcendosi come un passerotto abbattuto, oggetto volante senza più controllo né volontà. Pura inerzia che si schianta sul ghiaccio e resta lì, le gambe divaricate e ritorte, la bocca che emette quel terribile lamento, grido e pianto insieme. Aveva osato il più folle dei voli, le si sono sciolte le ali.
Lindsey è una leggenda dello sci, ma è anche una signora di 41 anni che nel 2019 si era ritirata dopo incalcolabili onori e glorie. Difficile dire addio a sé stessi. «Senza lo sport mi sentivo vuota, non volevo più alzarmi dal letto, non avevo uno scopo». Si alzò, invece, per andare dal chirurgo e farsi innestare una protesi in titanio al ginocchio destro: era la primavera del 2024. Nel novembre dello stesso anno il ritorno in pista, e tredici mesi più tardi, il 12 dicembre 2025, eccola di nuovo vincere a St. Moritz una discesa di Coppa del mondo, la più anziana della storia a riuscirci. Ma una quarantina di giorni più tardi, a Crans-Montana, una caduta le spezzerà (forse) il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. L'inizio dell'addio? No, semmai dell'ennesima sfida. Ma è stata una pazzia: davvero i limiti non hanno limite? Fino a che punto ha senso l'azzardo? Fino a quale prezzo? Forse la vita?
Abbiamo negli occhi il video in cui Vonn si allena in palestra con il tutore ortopedico, tra balzi e sollevamento pesi. Coraggio o tracotanza? Ha deciso: si butterà dalle Tofane ai 140 all'ora conciata così. Wonder Woman non ha limiti, e se li ha, li provoca oltre ogni logica.
Così parte in picchiata sul primo muro della pista Olimpia, dove cerca la vittoria numero 13. Tredici è anche il pettorale, e 13 sono i secondi di gara prima della caduta. Non è vero ma ci credo. Le sue cifre sono sempre esagerate: 7 milioni di euro all'anno in pubblicità, 9 operazioni alle ginocchia in carriera.
Anche l'accanimento del destino lo è: sua madre Linda ebbe un ictus mentre la partoriva, il 18 ottobre 1984, e restò semiparalizzata alla gamba sinistra. La gamba sinistra di Lindsey, invece, è stata operata ieri pomeriggio all'ospedale Ca' Foncello di Treviso, dove la frattura scomposta, una bruttissima lesione, è stata stabilizzata. Così finisce una carriera irripetibile che soltanto lei aveva provato a replicare all'infinito. La prossima medaglia, esistenziale, sarà tornare a camminare. «È stato spaventoso da vedere, aveva dato tutto per essere qui», ha detto sua sorella Karin.
«Sei una grande ispirazione e un esempio di perseveranza. Guarisci presto!» le ha scritto Rafa Nadal sui social. E Kirsty Coventry, presidente del Cio: «Lindsey Vonn è una fonte di ispirazione incrollabile». In questi giorni sfavillanti di sole e speranza, Lindsey aveva ripetuto: «Non ho mai smesso di credere in me». Ci crede anche al cancelletto di partenza: sabato aveva fatto segnare il terzo tempo in prova, terzo tempo contro il Tempo. Poi si tuffa a razzo come in un film. Ogni pista del mondo è casa sua metro per metro, dice di conoscerle tutte a memoria e di poterle mimare senza indugio, porta dopo porta.
La sfida del volo, la più antica dell'uomo. Lindsey decolla e perde l'assetto, su un dosso inforca una porta col braccio e cade malissimo, si arrotola e poi s'inchioda. Gli sci non si staccano: le punte degli scarponi restano ferme a 180 gradi, immobili. In un quarto d'ora la soccorrono, la imbragano, la issano col verricello sull'elicottero che carica il toboga e la portano prima all'ospedale di Cortina, poi a quello di Treviso. La gente ha gli occhi sbarrati e le orecchie piene di urla disperate. Resteranno come il peggiore degli incubi, dentro un giorno di ghiaccio.
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