martedì 22 luglio 2025

L'Amaca

 

La canaglia al potere
di MICHELE SERRA
Il video fake di Obama arrestato e ammanettato alla Casa Bianca in presenza di Trump, che lo deride come il bianco deride il nero tornato in catene, è ributtante; ma lo è cento, mille volte di più perché chi lo ha postato è il presidente degli Stati Uniti.
Così che si sappia che lo sghignazzo social, la canaglia che niente sa e niente vuole sapere di diritti della persona, di garanzie, di rispetto umano, e gode solo quando può linciare il nemico e sputare sul suo cadavere, oggi è al potere.
Stupido è chi lo stupido fa, diceva un eroe dell’America ingenua e gentile, Forrest Gump. Canaglia è chi la canaglia fa, possiamo dire oggi, in piena legittimità, di Trump, campione del “popolo” nella sua più scadente — e per questo virgolettata — versione: quella di una massa rancorosa e violenta, indifferente al dolore e all’ingiustizia; e così stupida, per giunta, da genuflettersi ai miliardari. Il popolo — nel senso della somma immensa di differenti persone — non è così, almeno non tutto, e comunque mai in modo irreversibile. Chi, nella stanza più rappresentativa del Palazzo, si comporta e parla come un guappo di strada, porta la responsabilità, enorme, di far sentire i peggiori, i più prepotenti, sbrigativi, iniqui, incolti, autorizzati a esserlo: se il Capo dei Capi si porta da sopraffattore, perché mai noi non dovremmo? Semmai, il suo primato è la prova che la sopraffazione è la sola regola che governa il mondo.
Non si sa come andrà a finire. Ma finché ci restano il fiato e la libertà di dire che quel video è schifoso, bisogna dirlo. Nella speranza che se ne renda conto, prima o poi, anche qualcuno che non se ne era accorto.

lunedì 21 luglio 2025

Van di moda

 

Inchieste e lavoro nero. Così la moda continua a fondarsi sugli schiavi
DI LEONARDO BISON
Domani al ministero delle Imprese si terrà un tavolo nazionale della moda, con il ministro Adolfo Urso. Doveva tenersi dopo un mese dall’avvio del protocollo per il controllo della filiera, firmato a Milano il 26 maggio e applicato solo in Lombardia. Arriva invece otto giorni dopo il commissariamento di Loro Piana per gravissime violazioni – lavoro nero, mancanza di misure di sicurezza, dormitori nei magazzini – nella sua filiera, in Lombardia. Il protocollo ha un buco, ma il problema è più ampio. L’export è in calo (a causa di guerre, sanzioni, ora dazi), ma “il settore moda si trova a fronteggiare due ulteriori questioni cruciali – sottolinea Valentino Fenni, presidente della sezione calzature di Confindustria Fermo e vicepresidente di Assocalzaturifici – La prima è il tema del controllo della filiera di produzione, la seconda è legata al costo del lavoro. Spetta alle autorità verificare le condizioni di lavoro. Al contempo è necessario però che ogni azienda rifletta sul ricarico che prevede, se un capo viene pagato 150 euro e rivenduto a tremila, qualcosa non funziona, perché il Made in Italy è un valore, non una esagerazione”.
La sovrapposizione tra la contrazione delle vendite e le inchieste della procura di Milano, che hanno portato al commissariamento e alla messa in regola dei bracci operativi di Alviero Martini, Dior, Armani e Valentino, prima di Loro Piana, possono sembrare una tempesta perfetta. Al tavolo di domani, si discuterà (solo con le imprese) dell’avvenuta estensione della cassa integrazione per il comparto, di un nuovo “piano nazionale” ma anche della proposta di una “nuova norma a tutela della legalità”.
I 150 euro di cui parla Fenni (per una giacca imbottita; per una borsa si sta sulla cinquantina) non arrivano al produttore finale, ma al primo degli appalti. Già dal 2018 nel distretto tessile di Prato – il più importante – erano iniziati gli scioperi nelle aziende cinesi che lavoravano e producevano per i grandi brand del Made in Italy. Laboratori tessili sconosciuti al fisco, o con lavoratori in nero, vengono individuati ogni settimana, dalla Lombardia al Veneto alla Campania. Il tema è strutturale, come ha avuto ben chiaro fin dai primi commissariamenti il Tribunale di Milano. Utilizzando le parole del sindacato Sudd Cobas, che per primo ha organizzato i lavoratori immigrati del Pratese che lavoravano 12-14 ore al giorno, 7 giorni su 7, “non potendo delocalizzare in Asia il Made in Italy, si sono portate le condizioni di lavoro di quei paesi asiatici in Italia”.
Il recente protocollo di Milano, nato dopo mesi di lavoro e confronto tra prefettura, organizzazioni sindacali e datoriali, mostra tutta la fatica delle istituzioni ad imporsi, puntando a “costruire forme di responsabilizzazione e strumenti premiali in favore delle imprese operanti nel settore della moda” che contribuiscono a contrastare l’illegalità e ad assicurare la “piena trasparenza lungo la filiera”. Crea una piattaforma regionale con tutte le informazioni sui fornitori e la manodopera impiegata, ma è ad adesione volontaria, e i brand non sono vincolati all’uso di fornitori accreditati e censiti. Ma il vulnus è un altro, nota Deborah Lucchetti della campagna internazionale Abiti Puliti: “Il protocollo non aumenta i costi per i committenti. E fino a quando i brand non si decideranno almeno a raddoppiare i prezzi per le forniture, sarà impossibile debellare il caporalato nelle filiere”. Anche nell’inchiesta su Loro Piana – nata dal pestaggio di un lavoratore cinese – l’azienda in appalto, che a sua volta subappaltava ai cinesi, ha detto agli inquirenti di averlo fatto per non perdere il cliente. Se ordina 6-7 mila capi l’anno, la possibilità di trattare sui prezzi è limitata o nulla.
L’altro problema, nel protocollo come nella filiera, è la centralità degli audit, controlli a cui le aziende si sottopongono volontariamente, condotti da compagnie private specializzate pagate dalle aziende, che utilizzano queste certificazioni anche per una questione di immagine. “È evidente – nota Lucchetti – che un sistema così non può tutelare i lavoratori. I controllori si spingono fino a dove gli è concesso”. Un tema che non è solo italiano, in Asia ci sono stati casi di stabilimenti da poco certificati da audit esterni, dove sono esplosi incendi uccidendo lavoratori. Anche l’Europa si è posta il problema, con una direttiva sulla sostenibilità ambientale e sociale delle filiere che dovrebbe obbligare i committenti a occuparsene: ma entrerà in vigore nel 2027.
C’è però un tema di immagine che riguarda questa specifica filiera, raccontata costantemente come eccellenza e capace, complice un mix di spesa pubblicitaria e relazioni, di riuscire ad avere un’agibilità che sarebbe pressoché impossibile ad aziende di altri settori travolte da simili inchieste. Max Mara ha potuto sfilare alla Reggia di Caserta (un museo dello Stato) all’inizio di luglio nonostante poche ore prima avesse annunciato lo stop allo sviluppo di un polo della moda a Reggio Emilia, dopo le denunce delle dipendenti sulle condizioni di lavoro. Gucci, nonostante l’accertata maxi-evasione da 3 miliardi di euro di Kering (il gruppo di Bernard Arnault di cui fa parte), può sfilare nelle piazze pubbliche di Firenze ogni anno. Il mecenatismo e la pubblicità costano immensamente meno della regolarizzazione di tutti i lavoratori della filiera, e anche del raddoppio dei prezzi di ogni commessa.

domenica 20 luglio 2025

Dice tutto!




Vamos!

 



Gaudenti

 



HIC!

 

Diritto di vino
DI MARCO TRAVAGLIO
Siccome un anno fa teorizzò che “il vino potrebbe costituire un buon alibi per eventuali sciocchezze che io potessi dire”, si avvicina il giorno in cui il ministro Carlo Nordio invocherà lo stato di ebbrezza. Perché le sciocchezze che dice sono tutt’altro che eventuali. Solo nelle ultime settimane è riuscito, nell’ordine, a: definire il parere del Massimario della Cassazione sul dl Sicurezza “intervento irriverente, improprio e imprudente” e chiedere accertamenti non si sa bene su cosa (forse non sa che il Massimario esiste dalla notte dei tempi per fare esattamente quello); suggerire alle donne in pericolo di “trovare rifugio in una chiesa o in una farmacia”; minacciare di sanzioni il Pg di Cassazione Piccirillo che l’ha criticato su Almasri perché “si permette di censurare le cose che ho fatto e in qualsiasi Paese avrebbero chiamato gli infermieri” (i magistrati che criticano il ministro sono matti: quelli sani gli leccano i piedi); incolpare dell’affollamento carcerario “quanti commettono reati e i magistrati che li mettono in prigione” (quindi i giudici non devono arrestare chi commette reati, nemmeno i 62 nuovi inventati dal suo governo); definire il sovraffollamento carcerario “una forma di controllo sui suicidi” (se in cella non c’è spazio, uno mica s’impicca); chiedere al Pd di ringraziarlo perché, “con la mia riforma, a Milano hanno tutti evitato il carcere” (sono soddisfazioni); attaccare i pm di Palermo per la “scelta inusuale” di ricorrere in Cassazione contro l’assoluzione di Salvini in primo grado al processo Open Arms per violazioni di norme penali, costituzionali e internazionali: “Non si impugnano le assoluzioni, come in tutti i Paesi civili”.
A parte il fatto che persino negli Usa un procuratore può ricorrere alla Corte Suprema contro assoluzioni in cui ritenga che il Tribunale ha violato il diritto federale, non c’è nulla di strano nell’impugnare un’assoluzione in Cassazione: se il pm vi vede errori di merito, ricorre in appello in punto di fatto; se vede errori di diritto, ricorre in Cassazione in punto di legittimità. Se Nordio vuole impedirlo, deve cambiare la legge e infatti minaccia di “rimediare”: ma così ammette che la Procura di Palermo è nella piena legalità, diversamente da lui che calpesta l’autonomia e indipendenza di un altro potere dello Stato. Viene in mente quel pm veneziano che nel 1995 querelò per un articolo satirico Dario Fo e Franca Rame. Ma i due artisti furono assolti in primo e secondo grado. Allora lui impugnò le assoluzioni in Cassazione, ma anche lì fu respinto con perdite. Sapete come si chiamava? Carlo Nordio. Come il ministro che ora dice: “Non si impugnano le assoluzioni, come in tutti i Paesi civili”. Delle due l’una: o gli levano il ministero o gli levano il vino.

L'Amaca

 

Sarebbe troppo bello
di MICHELE SERRA
Sarebbe troppo bello e troppo giusto se davvero Donald Trump dovesse perdere la faccia e il potere per mano della parte peggiore dei suoi sostenitori, la coorte paranoica e complottista di QAnon, convinta che il mondo sia nelle mani di una lobby di pedofili e sporcaccioni, e ora molto turbata dal possibile coinvolgimento di Trump nella vicenda Epstein.
Trump ha cavalcato con cinismo quei movimenti fanatici e malati, e le povere persone che ne sono vittime. Ne ha chiesto il voto e ne è divenuto l’idolo, in quanto giustiziere della Sodoma democratica, e purificatore dell’America. Non ha altro punto di riferimento che il denaro, specialmente il suo, e i panni del moralizzatore gli calzano come il saio all’assatanato. Eppure proprio quello è il viatico che un pezzo della destra profonda americana gli ha concesso.
Ora, la sola idea che in quelle fattorie, in quei drugstore, in quei fastfood, in quelle fabbriche qualcuno dei suoi possa cominciare a dubitare della sua condotta sessuale, torcendogli contro la stessa arma infetta agitata, senza alcun elemento di realtà, contro l’establishment dem (colpevole di ben altri misfatti, per esempio il salvacondotto fiscale concesso ai colossi del web); l’idea che lo sconcio moralismo (ossimoro) adoperato contro i “nemici” possa ritorcersi contro di lui, come accade al pistolero che inciampa e si spara da solo: beh, è un’idea davvero entusiasmante.
Come sappiamo, le cose troppo belle e troppo giuste sono accadimenti rarissimi, come un sei al Superenalotto. Ma almeno la speranza che accada, quella possiamo permettercela.