domenica 26 novembre 2023

Programmi pomeridiani

 



Boom!

 

Troppi soldi, anzi no
di Marco Travaglio
Nel marzo 2020, quando Conte propose a Macron e sette premier del Sud Europa un Recovery Fund per uscire vivi dalla pandemia , tutti ridevano: l’“Azzeccagarbugli con la pochette” fallirà, prenda i 36 miliardi del Mes senza tante storie. Poi la von der Leyen approvò il piano e destinò 172 miliardi all’Italia. Ma tutti sghignazzavano: a “Giuseppi” non li daranno mai. “Sul ring europeo con le mani legate… L’Italia non potrebbe arrivare peggio preparata al vertice europeo” per “il sovranismo economico di Conte” (Rep, 17.7). “Ue, l’Italia all’angolo” (Rep, 18.7). “Conte Dracula. In Europa rischiamo di restare a secco” (Sallusti, Giornale, 18.7). “L’Ue non dà i soldi perché non si fida di Conte. Voi al suo posto cosa fareste?” (Libero, 18.7). “Fondi Ue ridotti all’Italia: 10 miliardi in meno” (Messaggero, 20.7)”. “172 miliardi all’Italia” (Corriere, Rep e Stampa, 20.7). 21 luglio: dopo tre giorni e tre notti di battaglia in Ue, il Recovery passa all’unanimità e l’azzeccagarbugli torna a Roma con 209 miliardi, 36 più del piano Ursula. FdI si astiene. Gennaio 2021: Renzi butta giù il Conte 2 mentre sta finendo di scrivere il Pnrr. Mattarella chiama Draghi, che lo completa, lo snatura in parte, trasloca la cabina di regia da Palazzo Chigi al Mef e accumula ritardi. Renzi scopre che i miliardi “non li ha portati Conte, ma un algoritmo olandese”. Molinari, su Rep, rivela che è stato “il governo Draghi a ottenere la maggioranza dei fondi”.
Ottobre 2022: la Meloni va al governo, riporta la cabina di regia a Chigi e perde altro tempo. Bisogna trovare un colpevole: uno a caso. Bernabè: “Si sapeva che non avremmo saputo spenderli, ma Conte chiese lo stesso tanti soldi: errore colossale”. Stagnaro (Giornale): “La responsabilità è di Conte e Draghi: han scelto di chiedere integralmente i fondi europei”. Nicola Rossi (Foglio): “Irresponsabile e sconsiderata la scelta del governo dell’epoca (Conte, ndr) di raccattare ogni risorsa disponibile”, che ora va “restituita”. Molinari (Lega): “Rinunciamo a parte dei fondi”. Crosetto (FdI): “Prendiamo solo i fondi che useremo”. Verderami (Corriere): “La scommessa di Conte sul Pnrr e i dubbi di Gentiloni: meno rischi con prestiti graduali”. Boeri e Perotti (Rep): “Si è voluto portare a casa più soldi possibile”. Ergo non solo i 209 miliardi li portò Conte, non Draghi o l’algoritmo olandese. Ma ne portò troppi: si vergogni e arrossisca. Ieri, all’improvviso, la Meloni annuncia che l’Ue ci dà “21 miliardi in più” (per Giorgetti sono 12 e per il Sole 24 ore 2,8, ma fa niente) e la stampa tutta si spella le mani. Quindi i miliardi di Conte non erano troppi, ma troppo pochi. In attesa di nuovi mirabolanti sviluppi, abbiamo finalmente capito che diavolo significa Pnrr: Pagliacci nazionali rosiconi ridicoli.

sabato 25 novembre 2023

Foto prima

 


Non una in più!

 


Spettacolo!



Il Monviso da Camaiore (col Tino a guardia della Bellezza)

Nostalgia




Daniela su Lollo

 

Il servilismo volontario delle Ferrovie con Lollo
DI DANIELA RANIERI
Le particolari qualità atletico-macchiettistiche del ministro Lollobrigida, che come i grandi campioni non si accontenta dei record conseguiti ma rilancia sempre sfidando sé stesso, rischiano di mettere in ombra il ruolo dell’altro protagonista della vicenda del treno fermato per farlo scendere su sua esplicita richiesta: le Ferrovie dello Stato, nella persona dell’amministratore delegato Luigi Corradi.
Se è vero, come dice Lollobrigida a Libero, che il capotreno si è dapprima rifiutato di arrestare il Frecciarossa Roma-Salerno perché “non era possibile al momento”, è ai piani alti che bisogna guardare per capire cos’è successo e come funziona il potere in Italia: lì, al telefono tra un briefing e l’altro, la gerarchia ha ripreso coscienza di sé stessa e ha deciso di dare ordine al capostazione di azionare il freno per permettere al ministro di scendere on demand.
Vi dovete immaginare come una grande piramide. Al vertice c’è Giorgia Meloni; un gradino sotto, ci sono i ministri e/o i suoi parenti, tra cui il cognato dunque ministro Lollobrigida, che siccome si occupa di Agricoltura e Sovranità alimentare stava andando a inaugurare un giardino a Caivano. Questo Lollobrigida da Tivoli non è nuovo ai tagli di nastri: nel 2012, da assessore regionale, andò a inaugurare il mausoleo/sacrario di Affile dedicato a Rodolfo Graziani, gerarca fascista e criminale di guerra, mausoleo tuttora eretto e funzionante (se non ora quando?). Questo per dire che Lollo ha sempre avuto un certo afflato per le iniziative di carattere civico.
Atteso peraltro in serata al seguitissimo programma Rai della De Girolamo, Lollo ha accolto il rifiuto del capotreno con la più naturale delle reazioni, vivendo in Italia: ha chiesto al suo entourage di chiamare l’entourage del capo delle Ferrovie per scavalcare con manovra rapida la catena intermedia di sottoposti, i quali, ricevuto il contrordine, hanno obbedito al loro superiore dunque al ministro, che è sceso a Ciampino. “Da lì”, dice lui a Libero, “ho proseguito in auto per Caivano, dove mi attendevano centinaia di bambini”. Par di vederli, i bambini – che hanno solo due miti: i Pokemon e Lollobrigida – piangere disperati perché non vedono comparire il loro beniamino, bloccato su un treno con 111 minuti di ritardo.
La nota di Trenitalia è un capolavoro di untuosa ipocrisia burocratica: “Negli ultimi sei mesi, nei servizi Frecce, vi sono stati 207 casi di fermate straordinarie per coincidenza/riprotezione dei clienti derivanti da gestione anormalità (sic, ndr) o circolazione perturbata”, versione chiaramente concordata col ministro, il quale la ripete pari pari a Libero. “Ci sono stati 207 casi di treni che hanno effettuato fermate straordinarie per agevolare i passeggeri”, e non è chiaro se era sempre lui per 207 volte oppure se, più verosimilmente, si trattava di fermate decise dall’azienda per esigenze di traffico ferroviario o rischi di incolumità pubblica e non su richiesta. Lollo: “Io ho chiesto, al pari di altri viaggiatori, di poter esercitare ciò che qualsiasi utente può chiedere ai sensi di quanto consentito dal contratto di viaggio: la possibilità di scendere”. Come no: a tutti noi, appena saliamo sul treno, insieme alla rivista La Freccia viene consegnato un menù di fermate extra da cui scegliere quella a cui preferiamo scendere.
Se la mentalità gerarchica del ministro è chiara (per il fascismo da cui egli proviene non siamo tutti uguali: esistono gregari, come il macchinista, e gerarchi, e lui modestamente lo nacque), scrive un vero trattato di antropologia nazionale il capo delle FFSS, il quale con ogni probabilità non è stato costretto a fermare il treno, ma l’ha fatto spontaneamente, rispondendo all’esigenza interiore di compiacere o non recare disturbo al ministro o al governo.
Paolo Sylos Labini coniò sotto l’Italia berlusconizzata un’espressione strepitosa per descrivere questo moto interiore: “cupidigia di servilismo”, l’opposto della cupido dominandi di Kant. Se questa appartiene ai potenti, la voluttà di servire spinge il funzionario sottoposto a compiacere il potente quasi senza che egli lo chieda, ed è propria di quella particolare specie di servi che non si limitano a svolgere la loro funzione, ma eccedono di zelo a scapito delle leggi, dei regolamenti e spesso della propria dignità. È la “servitù volontaria” di Etienne de la Boétie (1576): il tiranno o l’aspirante tale fa sì che ciascuno dei suoi sudditi sia il tirannello di un altro. È su questo oliato meccanismo che si regge la piramide del potere.
Menzione speciale a Senaldi che “intervista” Lollo: “Così parlò Lollobrigida, colpevole di aver richiesto la possibilità di applicare una procedura d’emergenza lecita per onorare un impegno di governo in una terra martire… Quel ‘fatemi scendere’ non l’ho avvertito come arroganza del potere, ma come l’urlo liberatorio che siamo costretti a cacciare in gola”. Lollobrigida non è un tiranno, figuriamoci; ma intanto c’è chi si porta avanti.