lunedì 16 gennaio 2023

Vamos!


“Tiene nombre de persona buena,
Claramente no es como suena
Tiene nombre de persona buena,
Claramente es igualita que tú
Pa’ tipos como tú
A ti te quedé grande y por eso estás
Con una igualita que tú
(Aohhhh ohhh)

Del amor al odio hay un paso,
Por acá no vuelvas, hazme caso
Cero rencor bebé
Yo te deseo que te vaya bien
Con mi supuesto reemplazo
No sé ni qué es lo que te pasó

Estás tan raro que ni te distingo
Yo valgo por dos de 22
Cambiaste un Ferrari por un Twingo
Cambiaste un Rolex por un Casio
Vas acelerado dale despacio
Ah, mucho gimnasio”

(Shakira)

Sport e procure


Processo alla Juve? Il big match di serie A si giocherà venerdì 20 in Procura federale

di Paolo Ziliani

È vero, venerdì c’è stato lo snodo tanto atteso di Napoli-Juventus, ma con tutto il rispetto per Spalletti e Allegri, Osimhen e Di Maria, Kvaratskhelia e Chiesa, il venerdì che inciderà di più sui destini della stagione calcistica in corso è il prossimo. E sì, avete ragione, venerdì 20 non è in programma alcuna partita; ma la partita che davvero conta è quella che si aprirà (anzi, si riaprirà) alle 12:30 a Roma presso la Corte d’Appello Federale convocata su ricorso della Procura per revocare la sentenza di assoluzione della Juventus emessa dalla stessa Corte ad aprile sul caso delle “plusvalenze fittizie”. Motivo: l’indagine Prisma della Procura di Torino ha scoperchiato – non proprio a sorpresa – il pentolone maleodorante di una serie di illeciti di carattere finanziario oltre che sportivo commessi negli anni dai dirigenti juventini in un “contesto criminale di allarmante gravità”, reati “pianificati e reiterati” commessi in “partnership con società terze” ponendo “in pericolo la lealtà della competizione sportiva” ( virgolettati dei pm). Poiché è di giustizia sportiva che parliamo, in attesa che quella penale faccia il suo corso (il rinvio a giudizio dei dirigenti del Cda dimissionario è atteso a giorni) è a venerdì 20 che tutti guardiamo. E poiché le evidenze di reato emerse dalle indagini appaiono lampanti, le possibilità che il “processo plusvalenze” non venga riaperto sono pari a zero. La prima a saperlo è la Juventus: che infatti ha già provveduto a far cadere tutte le teste del vecchio Cda.
Questa è la partita più importante perché, anche se nessuno ve lo dice, il campionato che la Juventus sta disputando è pro forma, portato avanti per pura formalità; un po’ come successe nel 2005-06 quando il club di Moggi e Giraudo affrontò le due ultime partite, Juventus-Palermo 2-1 e Reggina-Juventus 0-2, all’indomani dell’uscita delle prime intercettazioni di Calciopoli: era chiaro a tutti che i risultati di Madama sarebbero valsi, da lì in avanti, meno di zero. E smisero di valere anche quelli fatti prima. E infatti i 91 punti finali si tramutarono in 20° e ultimo posto, lo scudetto divenne retrocessione in serie B, i dirigenti Moggi e Giraudo vennero radiati e fine della farsa. L’avevano fatta troppo sporca. Far finta di niente avrebbe ucciso, definitivamente, il calcio in Italia.
La domanda che tutti ci poniamo, oggi, e parlo di chi ha a cuore le sorti di questo malandato calcio italiano, è: si userà il cerotto (per nascondere) o il bisturi (per estirpare)? Le intercettazioni ci parlano di un presidente, Agnelli, già forte di 12 mesi d’inibizione (rapporti con ultrà malavitosi, 2017) che dice papale papale di aver usato il Covid come scusa per giustificare bilanci “riempiti di merda” e che si fa perquisire in ufficio la madre di tutte le prove, la finta rinuncia agli stipendi firmata da lui e dal capitano Chiellini; di un direttore generale, Paratici, che afferma di fare “da una vita” il calciomercato per Genoa, Atalanta e Sassuolo e che invita Bonucci ad aderire alla finta rinuncia agli stipendi tanto “la Juve è della famiglia Agnelli, che vuoi che succeda per due stipendi?”; di un direttore sportivo, Cherubini, che parla di “partnership” e “relazione decennale” con il Sassuolo e altri club sodali; di dirigenti rivali, si fa per dire, disposti a tutto, persino al falso in bilancio (Luca Percassi, Atalanta) pur di correre in soccorso a mamma Juve. Uno schifo peggio di prima.

domenica 15 gennaio 2023

Dante di destra?

 

Il ministro della cultura - mi sganascio ogni qualvolta lo nomino - Sangiuliano ha dichiarato che Dante fu il fondatore del pensiero di destra in Italia. 
Ecco di seguito alcuni commenti in merito. A proposito: Cacciari l'ha presa bene! 

Il commento
Libertà va cercando da secoli di propaganda
DI PAOLO DI PAOLO

Dispiacque, a un D’Annunzio dal cuore «piagato», non partecipare al sesto centenario della morte di Dante – stravolto com’era dall’impresa fiumana. E soprattutto gli dispiacque non affacciarsi da una ringhiera approntata per lui a Ravenna: avrebbe, da lì, celebrato «l’implacabile Dante del Carnaro». Che al Vate pareva dovesse simbolicamente caricarsi sulle spalle il dolore di giovani ardenti e «deluse madri senza pianto» per la vittoria mutilata. In sette secoli di vita postuma, a furia di celebrazioni il ghibellin fuggiasco (che era in verità un guelfo bianco) è stato tirato costantemente per la tunica rossa. Dante papalino, Dante garibaldino (o mazziniano?), Dante mussoliniano. C’è un Dante buono per ogni stagione: incassa un oblio secolare tutto a vantaggio del Petrarca; viene risvegliato dall’afflato romantico-risorgimentale, e si offre alla contemporaneità come “attuale”. L’aggettivo è generico e discutibile, proprio perché autorizza interpretazioni sciatte, tessere di partito incongrue e imbarazzanti vessilli affibbiati a sproposito.
Fu una fortuna che alle orecchie di Croce – preoccupato, già un secolo fa, dalle appropriazioni indebite – non arrivassero le parole di un officiante laico che, alla presenza del re Vittorio Emanuele III, auspicava pochi mesi prima della marcia su Roma la reincarnazione dantesca in un prossimo «veggente in nome di Dio e del popolo», «un sommo statista», «un Eroe della spada». Mentre il papa Benedetto XV rivendicava da par suo «l’intima unione del poeta con questa cattedra di Pietro», richiamando gli ideali cristiani della Commedia. E glissando ad arte sui papi piantati all’Inferno. Almeno il giovanissimo Gobetti, tuttavia, si prese la briga di manifestare una certa stizza nel vedere schiacciato Dante sul «cattolicismo».
A quella che l’antifascista della “Rivoluzione liberale” chiamò genialmente «autobiografia della nazione» andrebbe aggiunta un’ideale appendice dantesca: sovraccarica di goffaggini e intemperanze esegetiche, di ridicole, iper-retoriche e anacronistiche strumentalizzazioni. Nel ’32, per dire, Mussolini in persona istituì una “sagra nazionale” in onore di Dante, prescrivendo pellegrinaggi annuali sulla tomba del poeta. Nel ’36 pensò di tirare su a Roma un “Danteum”, una specie di complesso monumentale, ma per fortuna non se ne fece nulla. Il problema è che c’è un Danteum nella testa di troppi, un bernoccolo che ha portato a straparlare di Dante leader politici più o meno colti, professori brigatisti e gente iscritta a Casa Pound. Con il rischio – ha osservato Christian Raimo – di trasformare la Commedia in «una sorta di I-Ching» da cui pescare citazioni «a uso e consumo di una qualsivoglia causa». C’è, volendo stare alle versioni più recenti, un Dante renziano (Stil Novo titolò un suo libro l’allora sindaco di Firenze) e un Dante meloniano (la leader di Fratelli d’Italia, non ancora premier, usò l’effigie dantesca per accompagnare lo slogan “Difendiamo l’Italia” e l’hashtag #parlaitaliano). Ma la verità, a cui sarebbe bene rassegnarsi, è che un’autentica e intramontabile grandezza intellettuale non appartiene a nessuno. «Libertà va cercando»: anche dalle ipoteche storte di noi eterne comparse purgatoriali.

LA POLEMICA
“Dante di destra? Sangiuliano ridicolo”
Il ministro della Cultura “schiera” il poeta tra i fondatori del pensiero della sua parte politica. Massimo Cacciari gli risponde in questa intervista: “Era un eretico che scriveva perché tutti capissero”

DI RAFFAELLA DE SANTIS

«Il fondatore del pensiero di destra in Italia è stato Dante Alighieri». Non poteva passare in sordina la dichiarazione del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano che ieri è piombata nel bel mezzo dell’evento organizzato da Fratelli d’Italia a Milano in vista delle prossime elezioni regionali. Nel corso della giornata Sangiuliano ha spiegato che la «visione dell’umano della persona che troviamo in Dante» così come la «costruzione politica» sono «profondamente di destra». Il primo a rimanere sconvolto da tali affermazioni è Massimo Cacciari che inizialmente ride, poi si inalbera.

Come mai ride? «Che cosa devo fare?
Non si può che ridere di fronte a esternazioni del genere, che tra l’altro ricorrono a categorie novecentesche, come destra e sinistra, che non mi sembrano molto aggiornate».

Cacciari a Dante ha dedicato scritti e riflessioni, introducendo anche il Paradiso nell’edizione della Divina Commedia uscita in edicola con Repubblica .

Proviamo invece a passare a un piano di riflessione più seria, a storicizzare, se possibile, questo tipo di appropriazioni culturali.

«Questa velleità di appropriarsi di alcuni “fondatori della patria”, è un vizio della destra storica. Pensiamo al fascismo che ogni volta che si dovevano celebrare anniversari, trasformava i cosiddetti padri della patria in una sorta di “precursori”».

È successo solo in Italia?

«Sono appropriazioni avvenute nell’Italia fascista come nella Germania nazista, caratteristiche di tutte le destre storiche europee.
Speravo che fossero passate di moda. Credevo che le grandi celebrazioni in senso nazionalistico per Goethe, Wagner, Nietzsche o per la poesia medievale tedesca o per Walther von der Vogelweide fossero un ricordo del passato. Erano maniere per celebrare i propri santi, i propri eroi, i propri poeti, i propri artisti monumentalizzando le loro figure in senso nazionalistico e contrapponendole alle culture “altre”».

In che modo la cultura può diventare un mezzo per costruire una narrazione patriottica?

«Come dicevo è pura retorica nazionalistica che non considera la realtà: quello che veramente conta nella cultura europea è che le sue grandi espressioni artistiche, letterarie, anche filosofiche, formano una famiglia. Non a caso le destre hanno cercato di rovinare questa intesa, questa affinità elettiva. Speravo che non accadesse più. Ahimè, il peggio non è mai morto».

Veniamo al merito: come mai il
ministro Sangiuliano ha scelto secondo lei di citare Dante?

«Ma come si fa? Dante è un rivoluzionario, un eretico, un uomo contro tutti. Dante è esule nei confronti di qualsiasi casa politica consolidata del suo tempo, a cominciare dalla teologia politica ufficiale. Può essere di destra tutto questo? Può essere di destra il fatto che un intellettuale all’inizio del XIV secolo scriva un libro come ilConvivio in volgare perché la quintessenza di una filosofia possa essere compresa anche da chi non sa il latino? Si tratta di un’operazione contraria a ogni spirito di conservazione. E prendiamo ilDe Vulgari Eloquentia , considerato il primo trattato di linguistica: un testo rivoluzionario dedicato a come si costruiscono le lingue può essere letto in chiave conservatrice? Ma scherziamo…».

Eppure Dante è stato spesso tirato per la giacca e piegato a letture di comodo.

«Ma qui siamo oltre. Non si può fare di un innovatore un conservatore.
Tutti i grandi dantisti, da Bruno Nardi a Gennaro Sasso, hanno spiegato e rispiegato come Dante non sia catalogabile all’interno di nessuna delle grandi scuole che formavano la cultura scolastica. Dante fa un’operazione straordinaria perché cerca di accordare le varie tradizioni ma sulla base di una prospettiva tutta sua. Può essere considerata di destra l’operazione incredibile che fa nelParadiso quando mette insieme Tommaso D’Aquino, San Bonaventura e i due loro oppositori più strenui Gioachino da Fiore e Sigieri di Brabante? Se tutto ciò è destra, bene allora io sono di destra».

Consideriamo allora l’idea di impero di Dante. Potrebbe servire allo scopo?

«L’impero dantesco non ha niente di nazionalistico o autoritario. È un impero ex nationibus , una forma politica sovrastatale fatta di tante lingue, formata da tante nazioni, ognuna delle quali rivendica la sua autonomia, la sua importanza e la sua forza. L’impero di Dante non è una forma nuova di dittatura e di autorità supernazionale. È invece l’impero che si forma dalla concordia delle nazioni. L’idea è talmente originale da mettergli tutti contro, dalla Chiesa alle nuove filosofie politiche. Come ho già scritto, la grandiosità delMonarchia , che non a caso è messo all’indice, è proprio questa: che può apparire un’operazione passatista ma non lo è affatto. La Roma a cui guarda Dante è la patria del diritto su cui si fonda la civiltà giuridica europea».

Chi era allora Dante tirando le somme?

«Dante non è una persona etichettabile neanche all’interno della propria vicenda storica. È un assoluto solitario. È un eretico nel senso letterale del termine che rimanda al greco aireis :è colui che si solleva contro ogni già detto, ogni già fatto. Come si può dire che è destra?».
Non è la prima volta che Sangiuliano cita pilastri della nostra cultura letteraria e filosofica come baluardi di un’identità nazionale. Lo aveva già fatto con Leopardi.
«Il pessimismo leopardiano è totalmente impolitico. La sua radicalità deriva da certe correnti dell’illuminismo ma si tratta di una “solitudine ospitale”, come ho scritto in un mio saggio. Per Leopardi proprio perché la natura ci condanna all’infelicità occorre essere solidali tra noi, che è poi l’essenza del pensiero di Schopenhauer. Leopardi è un rappresentante del grande pessimismo europeo».

Dunque la sua “italianità” è un altro abbaglio?

«Mettano via le mani da questi autori che con la loro politichetta non c’entrano niente. Cessino di parlare di cose che ignorano e soprattutto di questi grandi solitari. Farei una legge che gli proibisca di parlare di Dante e di Leopardi».

Sangiuliano dice di no, ma sembrerebbe un tentativo di scalzare l’egemonia culturale di sinistra.

«Ma quale egemonia? Ci sono grandissimi personaggi che sono appartenuti alla destra: hanno il più grande filosofo italiano del Novecento, Giovanni Gentile, e nel mondo cattolico un personaggio come Augusto Del Noce. Hanno Gianfranco Miglio, un grande politologo. Perché invece di dire queste puttanate non citano le pagine bellissime di Gentile su Dante?».



Dante Alighieri si butta a destra:
Sangiuliano loda il neo-camerata

di Tomaso Montanari 

“So di dire una cosa molto forte, ma penso che il fondatore del pensiero di destra italiano sia Dante Alighieri”. E ancora: “quella visione dell’umano della persona la troviamo in Dante, ma anche la sua costruzione politica credo siano profondamente di destra”. Così, ieri, il ministro Gennaro Sangiuliano: non in una sua imitazione, ma proprio lui di persona personalmente. Come il collega Valditara ritiene suo dovere spiegare agli insegnanti come fare scuola, così il ministro della Cultura pensa di dover dare ripetizioni alla nazione, spiegando al colto e all’inclita cosa sia la cultura medesima. Del resto, non fu Mussolini a dire (a Ferrara, il 4 aprile 1921): “noi fascisti faremo in modo che tutti gli italiani abbiano l’orgoglio di appartenere alla razza che ha dato Dante Alighieri”?

Una pur corsiva lettura anche della sola Commedia dà pienamente ragione al signor ministro dell’Educazione nazionale. Come smentire l’inequivocabile verso 112 del XVI dell’Inferno, più volte ricorrente poi identico nel poema: “ei si volse inver’ lo destro lato”? Esplicito l’invito a buttarsi a destra nel XXII del Purgatorio: “le destre spalle volger ne convegna”. Plateale, poi, l’endorsement (mi scuso per lo snobismo radical chic) del verso 116 del XXX del Purgatorio: “questi fu tal… / ch’ogne abito destro / fatto averebbe in lui mirabil prova”. E non mancano commentatori che argomentano come nel XXXII del Paradiso, il Sommo Padre della destra italiana abbia antiveduto l’alta figura di Giorgio Almirante: “dal destro vedi quel padre vetusto”.

Dando ottima prova anche nella filosofia della storia, con siffatte dichiarazioni il ministro dimostra (se è ancora legale citare Marx) che davvero la storia si ripete due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Camerata Alighieri? Presente!

sabato 14 gennaio 2023

Ragogna

 


Mitica!

 

Carcere: fuori mafiosi e ladri dentro i 18enni con la vernice
DI DANIELA RANIERI
Il rischio di avere al potere gente ridicola è che a furia di ridere non ci si accorge che può essere anche pericolosa. Tre giovani spruzzano vernice lavabile sul portone di Palazzo Madama per esprimere la loro “disperazione” di fronte alla scelleratezza della politica in tema di cambiamento climatico, e le forze dell’ordine, da loro pacificamente aspettate, li traducono nelle patrie galere. Mentre vengono insultati da tutto l’arco parlamentare (“vandali”, “teppisti”, “terroristi”), il presidente del Senato La Russa, che a casa colleziona bambolotti-busti del duce che fa il saluto romano, si costituisce parte civile, e a coloro che chiama “ragazzotti” chiede perentoriamente i danni materiali e morali (non si capisce se suoi, dei senatori, o degli eredi dell’architetto Paolo Marucelli, la cui facciata è stata orrendamente deturpata per un pomeriggio, prima di venire lavata presumibilmente per la prima volta nella sua storia). Il ministro della Cultura Sangiuliano, definendo il gesto “gravissimo, ignobile, intollerabile”, dice che “è necessario inasprire le sanzioni contro chi danneggia il nostro patrimonio architettonico”, forse ignaro (come di altro, del resto) che le pene sono state già inasprite (da Salvini, che ha sùbito twittato la rivendicazione), da cui l’arresto per imbrattamento. Ma a Sangiuliano non basta. Li mandiamo al 41-bis? Così, mentre la riforma Cartabia libera mafiosi, stupratori e assassini, le carceri si riempiranno di 18enni con le bombolette spray. O Sangiuliano aveva in mente una punizione più spettacolare, anche per spezzare l’egemonia giustizialista della sinistra? La gogna? Il taglio della testa? Potremmo allestire il set del patibolo in piazza della Signoria e far pagare di più il biglietto per gli Uffizi ai turisti americani.
Veniamo al nostro preferito, il ministro leghista dell’Istruzione e del Merito (praticamente un ossimoro ambulante) Valditara. Dopo averci sollazzato con le sue acrobazie semantiche circa la sostanziale interscambiabilità dei lemmi “umiliazione” e “umiltà” da infliggere agli studenti indisciplinati (memorabile il video horror in cui discetta di punizioni scolastiche a cena con Bruno Vespa e Maria Latella), ha annunciato che querelerà i giovani della Rete Studenti Milano. Cos’hanno fatto stavolta, questi discoli? In un comunicato hanno fatto i nomi dei “mandanti morali” delle morti che avvengono in alternanza scuola-lavoro: Confindustria, Draghi, Inail (che non risarcirà i genitori dello studente Giuliano De Seta, morto in azienda) e, appunto, Valditara, “tasselli che compongono il mosaico di un sistema… schiavo del profitto e del tutto disinteressato al capitale umano utilizzato per generarlo”. “Dichiarazioni infamanti e gravemente diffamatorie”, ha tuonato Valditara, “ho dato mandato agli avvocati di querelare i responsabili”, ricordando molto i tromboni pre-Rivoluzione francese che vessavano i poveracci col latinorum incipriandosi la parrucca (anche Calderoli ha detto che querelerà chi critica la sua Autonomia differenziata, ma forse intendeva solo gli adulti).
Ma non sono solo i fascisti a maltrattare sadicamente i ragazzini dotati di pensiero critico: un anno fa, governo Draghi, gli studenti furono manganellati mentre manifestavano per un altro loro coetaneo, Lorenzo Parelli, morto in alternanza scuola-lavoro, che adesso si chiama “Percorsi Trasversali per le Competenze e l’Orientamento” e che sarebbe più corretto chiamare “alternanza scuola-schiavismo con rischio di morte”, visto che a causa di questa ideona di Renzi dal 2017 a oggi sono morti 18 studenti e 300mila si sono infortunati. Se sopravvivono e protestano, li si punisce (fatto salvo il ridicolo, a furia di punire si arriva in Iran). “Diffidate di tutti coloro nei quali è forte l’istinto di punire”, avvertiva Nietzsche; “è gente di qualità e origine scadente; dai loro volti occhieggia il boia”. Sulla qualità scadente di questi governanti non ci sono dubbi; vigileremo che dietro non ci sia anche il boia.

Cartabia Travagliata

 

Abracartabia
di Marco Travaglio
8 luglio 2021: Draghi & Cartabia, profittando degli Europei di calcio, portano in Cdm la “riforma della giustizia”. Il Fatto la legge e parla di “schiforma Salvaladri e Salvamafiosi”, in beata solitudine. Alla festa di LeU dico che “di giustizia Draghi non capisce un cazzo e la Cartabia non distingue un tribunale da un paracarro”: segue lapidazione. Per Repubblica la Cartabia è “una sfida per tutti”, “scardina l’idea securitaria”, è “benemerita”, un salutare “cambio di stagione”, “addio a Conte-Bonafede” e “il presunto favoritismo alle cosche è forzatura propagandistica”. Per il Corriere “ce la assegna l’Europa” e addio “repubblica delle toghe” e “ossessione giudiziaria (Polito). Stampa: “Giustizia: l’Italia volta pagina”, “riforma garantista”. Sul Messaggero Nordio ne esalta “i meriti e i pregi”. “Draghi arresta Bonafede a Travaglio” (Libero), “Ora tutti garantisti” (Giornale). Pisapia tripudia “Ora sì che è giustizia!” e Fiandaca si bagna: “Più efficienza, più garanzie” (Foglio). Violante elenca “i vantaggi” (Rep). Gli ex pm Spataro e Gustavo Zagrebelsky lodano “il giusto equilibrio fra processi rapidi e garanzie” e la “fine dei processi lumaca” (Stampa). Per Musolino (leader di Md) “l’impianto garantista coglie nel segno” (manifesto). . Conte s’impunta tentando di limitare i danni? “Frigna” (Libero), “pianta bandierine”, “cerca pretesti per la resa dei conti” (Franco, Corriere). Il Fatto, Davigo, Caselli, Gratteri, Scarpinato, Di Matteo e altri prevedono i disastri della schiforma? “Fascisti” (Riformista), “oltranzisti” (Folli, Rep), “ricatti di incompetenti” (Sallusti, Libero), “crociate manettare” (Giornale) e “contro la Costituzione” (Foglio). E giù agiografie di Santa Marta, “la Guardasigilli scalatrice che sfida le toghe con studio e granitica pazienza” (Farina-Betulla, Libero), “ha il vantaggio della competenza” (Di Feo, Rep), “la donna giusta” (Libero), “la tecnica perfetta” (Domani), “solo lei può salvare la giustizia” (Senaldi, Libero) perché “Non è Fofò” (Maiolo, Riformista), anzi “Dj Fofò” (Roncone, Sette). Infatti è perfetta per il Colle.
Ora che ogni giorno qualche criminale la fa franca perché le vittime hanno paura a querelarlo, gli stessi giornali copiano ciò che scrivevamo 18 mesi fa. Rep: “Cartabia: a Palermo salvi tre boss, nessuno denuncia”. Corriere: “Manca la firma della vittima, ladri presi e già liberi”, “Nessuna vittima querela i tre boss: ‘Rischiano la scarcerazione’”. Stampa: “Cartabia, i buchi della riforma”, “Favore ai boss”. Domani: “La riforma sottovaluta all’aggravante mafiosa”. Giornale: “Boss e ladruncoli in libertà. Cartabia, altre accuse”. Delenda Cartabia! Dài che ce la fanno a dire che Draghi e Cartabia erano due pippe e aveva ragione il Fatto: basta aspettare altri 18 mesi. Forse.

L'Amaca

 

Per una riforma sul pop
DI MICHELE SERRA
Mi sto perdendo per intero, comprese le virgole, la colossale produzione mediatica sulla rottura tra il principe Harry, secondogenito della famiglia reale inglese, e i suoi cari. Vedo il nome, vedo la foto e salto a pie’ pari l’articolo. So che milioni di esseri umani si appassionano alla faccenda e non li biasimo — ho imparato negli anni a essere snob con gentilezza, quasi con cordialità. Ma sentirmi sgravato almeno da questa incombenza (occuparmi di Harry) mi dà un piccolo brivido di libertà.
L’Inghilterra è stata padrona del mondo, per talento predatorio e per valor militare, non lo è più da un bel pezzo e anche per sua scelta (Brexit e Boris Johnson passeranno alla storia come il suicidio di Yukio Mishima: mondi che decidono di scomparire). Sarebbe molto più pop, oltre che politicamente più appassionante, seguire le vicissitudini eventuali della dinastia saudita — ci sarà un secondogenito incazzato anche laggiù? — tra l’altro proprietaria di mezza Londra.
Sappiamo quasi niente dell’Africa, poco dell’Asia che è grande dieci volte l’Europa e cento volte l’isola a nord della Manica, come possiamo perdere ancora tempo attorno ai Windsor? La morte di Elisabetta non era forse l’ultima puntata della serie?
Il pop è una cosa importante. Va riformato drasticamente. Le vicende dei reali inglesi, ormai, valgono quanto quelle del casato di Monaco (a proposito: e Caroline? E Stephanie? Dateci notizie!). Vorrei appassionarmi, da vecchio, per qualcosa di nuovo. Concubine orientali? Vendette cinesi? Faide africane? L’Occidente ha stufato. Urge — anche su Netflix — una programmazione più esotica.
Sicuramente più vitale.