Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 25 maggio 2022
Dibba e Barbero
Abbeverarsi
Ogni tanto me la rileggo, vuoi perché emergano ricorrenze, come questa volta i cent'anni dalla sua nascita a Sassari, vuoi per nostalgia, pura nostalgia; non solo per quelle parole, anche per l'uomo che le proferì, un vero politico, pregno di dignità, mai sopra le righe, mai accostato a mani nella marmellata, vedasi rappresentanti di oggi.
Era il 28 luglio 1981 e sul giornale La Repubblica apparve un'intervista di Eugenio Scalfari ad Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano.
Ne ripubblico alcuni pezzi, per festeggiare il secolo dalla nascita di Enrico, e per evidenziare per l'ennesima volta, se ancora ve ne fosse bisogno, la lungimiranza, la saggezza, l'attenzione per le disparità di Enrico. Un uomo giusto, onesto, retto.
di Eugenio Scalfari
«I partiti non fanno più politica», mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto. Mi fa una curiosa sensazione sentirgli dire questa frase. Siamo immersi nella politica fino al collo: le pagine dei giornali e della Tv grondano di titoli politici, di personaggi politici, di battaglie politiche, di slogans politici, di formule politiche, al punto che gli italiani sono stufi, hanno ormai il rigetto della politica e un vento di qualunquismo soffia robustamente dall’Alpi al Lilibeo…
«No, no, non è così.», dice lui scuotendo la testa sconsolato. «Politica si faceva nel ‘ 45, nel ‘ 48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato.»
Oggi non è più così?
«Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.»
La passione è finita? La stima reciproca è caduta?
«Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…»
Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
«È quello che io penso.»
Per quale motivo?
«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, “il Corriere della Sera”, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il “Corriere” faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.»
Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
«E secondo lei non corrisponde alla situazione?»
martedì 24 maggio 2022
Quel cattivaccio di Orsini
lunedì 23 maggio 2022
Si ritorna a terra
Dopo aver goduto calcisticamente, ritorno su questa terra malandata proprio oggi, nel giorno in cui ricordiamo l'efferato eccidio mafioso del giudice Falcone, di sua moglie e della sua scorta.
Trent'anni passati quasi per nulla, visto che in Sicilia son tornati Cuffaro e Dell'Utri a far campagna elettorale a nome e per conto della nostra rovina nazionale che un tempo, almeno sino al 1994, pagava tangenti alla mafia di quel bastardo, per fortuna crepato, di Riina.
Il sacrificio di Falcone e di Borsellino ha ridestato le coscienze di molti, mentre dentro le tristi stanze del potere ancor oggi presumibilmente vivono come sanguisughe scellerati tramanti e sottomessi alla grande piovra mafiosa.
Lo riscrivo: voi pensate che la malavita organizzata che muove annualmente miliardi frutto di traffici illegali di droghe e di altre nefandezze, non sia in grado di annaffiare bastardi compiacenti dislocati nei gangli di potere?
Pensate che i ricavi immensi generanti morti e sofferenze non vengano lavati da potentissime strutture finanziarie (non le chiamo banche perché sarebbe oltraggioso verso quel termine un tempo sinonimo di agevolazione ed aiuto rivolto alla spina dorsale del paese che crede ancora nel lavoro)?
Credete che non continuino i loschi traffici alimentanti un potere politico immarcescibile.
Se credete ancora a tutto questo, il giudice Falcone, sua moglie e la sua scorta sono morti invano.



