sabato 7 maggio 2022

Ci siamo!

 

Zitti e Mosca
di Marco Travaglio
È uno scandalo che un governo controlli delle televisioni, perché poi i giornalisti parlano tutti a favore del governo. E contagiano anche quelli che non lavorano per le tv del governo. Infatti il Foglio, la voce dei padroni e dunque anche del governo (tanto non lo legge nessuno e non deve neppure nascondere i messaggi in codice negli annunci commerciali, come fanno le spie), annuncia trionfante la buona novella: “Ecco la nuova Rai. In un documento del governo le prossime ‘linee guida’. È la fine dei talk. Pronti nuovi volti tv”. Avete capito bene: si parla della nuova Rai, non del nuovo Sputnik o della nuova Russia Today. E il governo che decide le linee guida, la fine dei talk e i nuovi volti non è quello di Putin, ma quello di Draghi. Pare infatti che il premier, immobilizzato dal Covid a Città della Pieve, abbia visto qualche talk Rai – anzi, l’unico sopravvissuto in prima serata alle purghe berlusconiane e renziane: CartaBianca – e abbia scoperto con orrore che fa parlare anche chi critica il governo. Si dirà: embè, che problema c’è, son cose che càpitano nelle democrazie liberali? Ingenui: nelle democrazie liberali sono le tv che controllano i governi, non viceversa. Qui il governo controlla le tre tv principali. Come in Russia.
Dunque Dragov detta “la bussola strategica” di cosa deve e soprattutto non deve fare la Rai in “una riga destinata a modificare i palinsesti… a cura del ministero dello Sviluppo Economico” dell’apposito Giorgettov. Testuale: “Si rafforza l’offerta dei contenuti di approfondimento giornalistico”. Perbacco. “Il governo Draghi si immagina la Rai così” in “13 pagine di ambizioni e sfide che l’ad Fuortes deve vincere” e “Palazzo Chigi si offre” gentilmente di “aiutarlo nel compito”. E come si “rafforza l’approfondimento giornalistico”? Facendo “meno talk show”, cioè meno approfondimento giornalistico. Anzi ancora meno, visto che già oggi la Rai, diversamente da La7 e Rete4 che ne hanno quattro-cinque in prima serata, ha solo CartaBianca. L’ideona di Draghi e quindi di Fuortes è chiudere pure CartaBianca con quei brutti ospiti che criticano il governo e non garbano al Pd. Tipo Orsini, che continua a parlare anche senza contratto né compenso. Quindi le linee guida sono una: via la Berlinguer che, siccome fa ascolti record insidiando o superando DiMartedì, verrà parcheggiata “in una striscia pomeridiana”. Invece, ça va sans dire, “sono confermati Vespa e Annunziata” e nasce l’attesissima “striscia di 10 minuti di Marco Damilano” (200 mila euro l’anno): “come la vecchia Cartolina di Barbato”, ma senza Barbato. Così Draghi, dovesse mai ribeccarsi il Covid (ma il Green Pass non immunizzava dai contagi?), potrà riaccendere la tv senza brutte sorprese. Mica è Putin, lui.

venerdì 6 maggio 2022

Forza uomo per bene!



Da Alessandro Di Battista uno splendido resoconto di quanto sta succedendo.

Da oggi il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri avrà la scorta rafforzata. Avrà la vita sempre più difficile insomma. Lui e la sua famiglia. Sapete perché? Perché, secondo un report prodotto dai servizi segreti di un altro paese (i quali, presumibilmente hanno intercettato alcuni messaggi in tal senso) la 'ndrangheta ha intenzione di farlo saltare in aria. Pochi giorni fa Gratteri sarebbe potuto diventare Procuratore Nazionale Antimafia. Sarebbe stato bello. Un gran bel segnale. Un magistrato indipendente, contro lo strapotere delle correnti, detestato dai mafiosi, a capo della Direzione Nazionale Antimafia. Tuttavia il CSM ha fatto altre scelte. Ad ogni modo è il momento di sostenere Gratteri. Solitamente muoiono i giudici dimenticati. Quelli lasciati soli. Oltre che, chiaramente, quelli scomodi. Gratteri ha la mia stima, la mia solidarietà e la mia gratitudine.

L'Amaca

 

Lo scandalo della mediocrità

DI MICHELE SERRA

Per giocare con la morte bisogna conoscerne il peso. La sola cosa interessante da sapere, a proposito del trio “P38-La Gang” che si è esibito a Reggio Emilia cantando le gesta delle Brigate Rosse, è se il loro gioco sia spensierato (nel quale caso si tratta di tre stupidi, e il caso è chiuso) oppure cosciente.

In questo secondo caso l’arte, vera o presunta, non può essere un alibi, e i tre pitrentottini per primi non possono non saperlo o non capirlo.

Se scrivo un inno allo stupro, in qualunque contesto, le stuprate e gli stuprati me ne chiederanno conto. Se scrivo un inno al sequestro e all’assassinio, i sequestrati e gli assassinati me ne chiederanno conto.

Non ci sono sconti possibili, di fronte alla sopraffazione, e se è vero che il mondo spesso appare come una somma di sole sopraffazioni, non è un buon motivo per iscriversi all’albo dei sopraffattori: questo, non altro, fu il crimine orrendo del terrorismo rosso.

Anche nel caso che il trio voglia richiamarsi all’ambiguità dell’arte, alla sua non corrispondenza ai canoni triti del buon senso, sappia, il trio, che per ambire all’ambiguità (o al sarcasmo, o alla seconda lettura) bisogna essere artisti per davvero. L’arte non è, in sé e per sé, un lasciapassare. Ci sono fior di coglioni che, avendo studiato da “provocatore”, credono che le loro coglionate siano provocazioni. Ma bisogna anche avere studiato da artista, averne il talento e lo spirito di sacrificio, per potersi permettere di parlare di rapimenti, omicidi, sangue. Lo scandalo dell’arte ha bisogno, per pretendere attenzione, di enorme lavoro, fatica, studio.

Altrimenti è solo uno scandalo — uno dei tanti — della mediocrità.

Rumiz

 

Un continente schiacciato fra due mondi

Requiem per l’Europa

DI PAOLO RUMIZ

Per una sera, smetto di ascoltare l’onnipresente Zelensky e mi concentro sulle tv russe e statunitensi. E lì arriva la sorpresa. Lo spettacolo di una dittatura e di una democrazia egualmente chiuse in una bolla fuori dalla realtà. Eccoti Dmitry Kiseliov, mezzobusto di regime, che ringhia di «colpire l’Inghilterra con ordigni nucleari», cui fa eco un popolo rancoroso, ignaro della realtà sul campo, che vede nell’Occidente la fonte dei suoi mali e urla di «bombardare Polonia e Germania ». Poi ecco Rachel Maddow, conduttrice Msnbc , così assatanata da far sembrare Biden un pusillanime. Una che esige che la Russia sia colpita più duramente, e subito. Intorno, un paese imbandierato di giallo-azzurro, bombardato dagli opinion makers, ma che non sa neanche dove sia Kiev, pensa chel’Ucraina sia un paese super-democratico e si sorprende se gli spieghi che fino a ieri gli Usa lo giudicavano corrotto e inaffidabile.

Pur nelle abissali differenze, sorprendono le somiglianze. Entrambi gli antagonisti guardano alla guerra come a un videogioco e alla terza guerra mondiale come a una cosa lontana. Ma soprattutto né l’uno né l’altro sembrano ricordare che fra le due potenze esiste una cosa chiamata Europa, intesa al massimo come una protuberanza dell’America. Forse non se ne sono mai accorti: e li capisco. Come accorgersi di una terra che non ha una sua politica estera né un suo esercito, e resta inchiodata al palo, in bilico tra le strategie di Washington e i rifornimenti di gas dal Cremlino? Un’alleanza incapace di agire in modo autonomo, forte e unitario?

E lì, per la prima volta, ho sentito il rischio che l’Europa unita sparisse davvero, o fosse già scomparsa,schiacciata fra due mondi che giocano alla guerra ignorando la sua presenza, in preda a un ebete sonnambulismo come nel 1914, quando si gettò nel baratro. Una percezione fisica. Come se dovessi prendere improvvisamente atto della fine di un’idea. Come se, dopo aver scritto un “Canto” per lei, la dea-madre che sta all’origine della nostra stirpe, oggi dovessi dedicarle un “Requiem”. Un epitaffio, dove non resta che consolarsi con la nostalgia dei padri fondatori, che nel ’45 concepirono il Sogno sulle sue rovine.

Ripenso a come, prima della Grande Guerra, i vecchi imperi hanno saputo trasformare in spazi- cuscinetto l’antica linea di faglia fra Baltico e Mar Nero, per impedire lo scontro tra le due Europe. E a come noi, al contrario, ce li siamo fatti smantellare, a partire dalla Jugoslavia, una terra plurale dove il disastro ha avuto il suo innesco – guarda un po’ – dalla rivolta di unaKrajina, parola che come “Ucraina” vuol dire “frontiera”. Ma la storia non insegna niente. L’America ha due oceani per tutelare la sua sicurezza. Noi no. Abbiamo a disposizione solo un’intercapedine di spazi neutrali, e proprio di quegli spazi ci priviamo, con la Nato che ora va a “proteggere” anche Svezia e Finlandia.

Quanto ti ho cercata, Europa, nelle nostalgie dei profughi dalmati, nelle ninne-nanne in tedesco della nonna, nel confine alle porte di casa e nella quotidiana intimità col mondo slavo! Da adulto, ti ho inseguita dal Libano all’Egeo in cerca del tuo mito; ti ho percorsa dall’Artico a Odessa, da Trieste a Kiev e Mosca, e da Berlino a Istanbul su treni d’inverno.

Mi sono affacciato dai Carpazi sulla pianura dove il sole arriva dagli Urali, ti ho seguita sul Danubio, il Niemen e il Guadalquivir. Dall’Irlanda al Monte Athos, ho bussato ai monasteri che ti hanno salvatadalla devastazione barbarica. Ho esposto la tua bandiera, ti ho dedicato libri. Ti ho narrata in un’orchestra sinfonica di giovani stupendi. Tutti figli tuoi, dalla Spagna alla Russia.

Esisti ancora, Europa? Non ti trovo più, tu che sei la mia essenza, la mia fede ma anche il mio infinito sconforto; sedimento di millenni, lingue, religioni, incubi, speranze e convulsioni, dai quali è nata, come per miracolo, l’Idea. Il tuo silenzio è assordante. Ti leggo come un corpo inerte, spezzato e subalterno. Un’alleanza incapace di pensare in grande, ossessionata dalla sicurezza, crocefissa da reticolati, dimentica delle guerre che hanno lacerato la tua carne. Quasi nessuno scatta in piedi al suono del tuo inno. Generi sbadigli. Sei una rovina nel vento, come un anfiteatro romano o una sinagoga vuota. Comunque vada a finire, l’Unione stellata uscirà a pezzi, stretta da una durissima recessione, ridotta a pura essenza strategica, con gli ultimi entrati nella Ue – gli ex comunisti del Patto di Varsavia – autorizzati a imporci una linea bellicista, non “per” l’Ucraina, ma “contro” la Russia. La fine di un mondo, quello in cui abbiamo creduto.

Le frontiere e le periferie sono formidabili sensori dei grandi eventi mondiali. Gli abitanti del mio villaggio tra Italia e Slovenia hanno già capito tutto. Piantano patate e carote più del solito, arano rabbiosamente spazi di campagna dimenticati da anni e tra i meli in fiore erigono legnaie enormi per il prossimo inverno. Cercano di riguadagnare l’autosufficienza perduta. Uno di loro, vedendomi passare, ha gridato: «Italiano, preparati! Non vedi come il cielo è diventato buio?». I contadini si attrezzano, mentre in città la gente parla. Passa dal menefreghismo all’insonnia, dall’aperitivo della sera alla visione spaventosa di un fungo nucleare.

Ma il vero pericolo non arriva dall’esterno. Viene da noi, da una balcanizzazione in cui ciascun paese europeo sta già consumando la sua Brexit, il suo personale divorzio da Te. L’Ue spende già ora il quadruplo della Russia in armamenti, ma è un nano strategico. Non ha un suo esercito e una sua politica estera. Avere un’armata con bandiera blu stellata non sarebbe una spesa, ma un risparmio. Noi, invece, abbiamo scelto di spendere ancora, e in ordine sparso. Risultato? Mendichiamo senza vergogna l’aiuto di paesi antidemocratici per trovare spiragli di via d’uscita. Invece di fare un salto in avanti, ci lasciamo dettare la linea da chi un anno fa ha scelto di smobilitaredall’Afghanistan senza nemmeno la cortesia di preavvertirci.

Chiediamocelo una buona volta: la nostra alleanza è fondata su valori o interessi? Su un progetto di vita o un antagonismo armato? Abbiamo favorito la secessione del Kosovo in nome della libertà o per piazzare una base militare nel cuore di uno stato russofilo come la Serbia? Eravamo consci del potenziale epidemico di quella scelta, che oggi autorizza Mosca a pretendere il Donbass? E ancora: siamo sicuri di mandare armi all’Ucraina per amore della sua indipendenza, se fino a ieri le abbiamo vendute alla Russia? Su quale principio universale si gioca l’accoglienza dei profughi ucraini, se milioni di altri rifugiati sono violentemente respinti o lasciati marcire nei gulag greci e turchi?

Mentre scrivo, la “Ocean Viking” con 295 naufraghi a bordo, aspetta da undici giorni l’autorizzazione allo sbarco, in piena emergenza sanitaria, col ponte intasato di corpi e di vomito. Intanto, sul mio confine, i profughi ucraini passano liberamente, senza obbligo della quarantena da Covid, che invece è richiesta agli africani anche se negativi al test. Non ci vergogniamo di una così lampante disparità di trattamento? E non ci viene da immaginare quali tensioni sociali potrà innescare la presenza dei migranti ucraini che noi facciamo sentire di Serie A e che domani potrebbero anche passare di moda?

Non ti riconosco più, Europa. La tua femminilità si è rattrappita, il tuo ventre è sterile. La tua gente è annoiata dalla pace e da vent’anni si lascia governare da paure. Prima l’Islam, poi il terrorismo, poi l’invasione dei migranti, poi la pestilenza virale. Ora, l’Ucraina. Una successione di emergenze monotematiche che ci travolgono sul piano emozionale, ma ci lasciano inerti, esposti a bruschi risvegli come chi ha dormito troppo. Una nevrosi da informazione che diventa amnesia totale, e pare fatta apposta per impedirci di leggere la realtà di una guerra globale per l’accaparramento delle risorse. Che prosegue imperterrita, mascherata da eufemismi.

Ho incontrato profughe ucraine. Madri disperate, ma fiere. Alcune hanno stentato a dirmi grazie per l’aiuto ricevuto e mi hanno fatto capire che, semmai, dovrei essere io a ringraziarle perché i loro uomini rischiavano la vita per me, “in difesa dell’Europa”. All’inizio mi sono offeso. Ma poi qualcosa mi ha avvertito che in quelle donne c’era una parte di ragione. Quel qualcosa diceva: ammettilo, sei figlio di una terra menefreghista, che non è più quella diBella ciao e non si batte più per la libertà di nessuno. Il disastro ucraino mi pungeva sul vivo. Mi rammentava la mancanza di un “noi”, di un simbolo che mi facesse sentire forte. Di una bella bandiera nella tempesta. Il segno di un’appartenenza comune di popoli, figli della stessa terra madre.f

Il vero pericolo viene da noi. Da una balcanizzazione in cui ciascun Paese sta già consumando la sua Brexit.

Sportivi d’oltralpe



A Marsiglia l’han presa bene…

Punti di vista

 


Moni

 

Sparatori di cazzate e battaglioni-talk
DITTATURA MEDIATICA - Tic e trucchi degli arruolati nella vulgata atlantista, auto-schierati dalla parte del “bene” contro il “male” Putin. Citazioni storiche a vanvera e ridicola difesa dei “nazisti” di Azov
DI MONI OVADIA
Il presidente della Russia Vladimir Putin, ha ordinato al suo esercito (una parte) di invadere l’Ucraina. Questa decisione ha scatenato una guerra criminale e devastante, come tutte le guerre in generale e in particolare quelle scatenate nel recente passato e, ancorché ignorate, anche quelle in corso in altri teatri di guerra.
Questo è un fatto certo e acclarato. A partire da questo fatto ciò che leggiamo, ascoltiamo, vediamo nei reportage dei media mainstream, con rare eccezioni, sono opinioni, interpretazioni, narrazioni, strumentalizzazioni, disinformazioni con vari gradi di deformazione. La vulgata occidental-atlantista ha provveduto con fulminea manovra a definire i perimetri del “bene” e del “male”. I buoni siamo noi occidentali, i cattivi, ça va sans dire, sono i “cosacchi” russi. Il cattivo dei cattivi, il mostro è Vladimir Vladimirovic Putin, definito di volta in volta, Hitler, pazzo, parkinsoniano, macellaio e via elencando. La predilezione va a Hitler. Il più grande criminale della Storia che, dall’inferno in cui speriamo si trovi, non fa che generare cloni: Ahmadinejad, Saddam Hussein, Gheddafi etc. Questi dittatori di basso livello, non più graditi alla Cia, sono stati di volta in volta indicati all’opinione pubblica come capaci di emulare l’imbianchino austriaco. Ora, questa ridicola consuetudine in termini irrituali si definisce: “Sparar cazzate a vanvera”. Il corredo di questo esercizio è fornito da giornaliste/i che con piglio da chi ha la verità in tasca, se la tirano da storici citando l’Anschluss, gli Accordi di Monaco e il Patto Ribentropp-Molotov per far credere che la sanno molto lunga.
Un altro vezzo diffuso è quello di assumere l’arietta stizzita e di squittire: “Concentriamoci sul presente!” se solo qualcuno fa notare che le guerre fatte dagli Usa sulla base di menzogne così spudorate da fare impallidire Pinocchio hanno causato centinaia di migliaia di morti civili innocenti. E non vale la pena di ricordare che proprio in questi giorni il regime turco membro della Nato, cane da guardia di folle di emigranti siriani per conto della Ue, sta massacrando i curdi come fa da decenni anche con armi chimiche, non ascoltano, fanno spallucce e tornano a concentrarsi sul presente, il loro… oops… quello definito tale dalla Casa Bianca. Chi poi osa indagare sulle ragioni vere di questo conflitto, si trova arruolato d’imperio fra gli agenti di Putin. Le panzane che vengono ammannite ai malcapitati lettori, ascoltatori e telespettatori sono innumerevoli, ma, a mio parere la più ripugnante è quella di accreditare la versione del battaglione Azov e risma simile, ovvero che sarebbero dei bravi giovanotti che si formano sulla lettura di Kant i quali hanno scelto la svastica e il cerchio nero occulto delle SS solo perché sono simboli runici. Questo in Ucraina, dove nel nome di quei simboli sono stati trucidati centinaia e centinaia di migliaia di ebrei, rom, comunisti, slavi non collaborazionisti anche dalle SS ucraine aggregate ai battaglioni degli sterminatori nazisti.
Fortunatamente anche nella casa madre dell’Occidente ci sono giornalisti che portano questo appellativo con onore.
Queste sono le opinioni sui nazisti ucraini di Lara Logan, celebre giornalista statunitense con trentacinque anni di carriera, di cui molti trascorsi come inviata di guerra, le esprime in un’intervista che si trova in Rete: “Vedi la disonestà quando si tratta del battaglione Azov, che è finanziato dagli Stati Uniti e dalla Nato. Puoi trovare le loro foto online con in mano la bandiera della Nato e la Svastica. Allo stesso tempo indossano un emblema che contiene il sole nero dell’occulto, che era un emblema delle SS naziste. E contiene anche simboli come il lampo delle SS. Questo è presente in tutto l’esercito ucraino. Puoi vedere quel sole nero dell’occulto sui loro giubbotti antiproiettile, perfino sulle divise delle soldatesse fatte sfilare davanti al mondo come esempio dell’indipendenza, dello spirito e della nobiltà ucraina. La Casa Bianca vuole che tu creda, che è solo un piccolo numero di soldati. Non è vero. Il battaglione Azov si è fatto strada uccidendo nell’Ucraina orientale. Non vogliamo ammetterlo. Questo è il motivo per cui la Crimea ha votato per l’indipendenza. Questo è il motivo per cui ha voluto stare con la Russia. Perché noi nei media e in Occidente non riconosciamo la realtà di ciò che sta succedendo… Sotto il profilo storico – spiega Lara Logan – l’Ucraina occidentale ha sostenuto i nazisti. Era un quartier generale delle SS. La Cia e Allen Dulles hanno dato l’immunità ai nazisti ucraini nei processi di Norimberga. Quindi c’è una lunga storia degli Stati Uniti e delle nostre agenzie d’intelligence che finanziano e armano i nazisti in Ucraina”. La Logan ha lavorato per CBS, CNN e da ultimo lavora per FOX news non per la Pravda.
Da noi e non solo da noi questa infame realtà non ha registrato grandi reazioni neppure da parte delle istituzioni ebraiche o sioniste sempre pronte a strillare all’antisemitismo a chi osi chiedere giustizia per il popolo palestinese, invece urlano allo scandalo e le gazzette fanno ghiotti titoloni per quella vecchia fola sulla possibile origine ebraica di Hitler gabellata stupidamente da Lavrov, probabilmente in risposta a chi pensa che essendo Zelensky ebreo non possa accettare nazisti nell’esercito del Paese di cui è presidente.
Poveri ingenui, non hanno capito che gli ebrei sono solo uomini, quindi un ebreo può far finta di non vedere, per convenienza o per miope calcolo. La spaventosa gravità in realtà risiede nella perversa distorsione del piano simbolico che è foriera di inimmaginabili catastrofi.