giovedì 28 maggio 2020

Sarà ma non ci credo


Nel delicato momento pandemico, emerge il grido di dolore di una delle più belle città del mondo, la culla della cultura umana, Firenze. Resto però perplesso sulla modalità della nuova rinascita, ossia diononvoglia che qualcuno mediti di ritornare al pre-Covid, con quel soffocamento da patatine fritte, da sudore, da grida sguaiate infangante il sacro ruolo del cardine toscano per eccellenza. La ripartenza non dovrebbe far scopa con i grandi numeri, con le affollate adunate di consumatori onnivori, senza che qualcuno s'inerpichi sul sano e gibboso sentiero del rispetto dei luoghi tanto caro agli avi. Già, onorare il luogo in devozione ed ammirazione comporta una serie di codicilli dal silenzio alla compostezza che non si confanno assolutamente con la concezione attuale di turismo, ovvero la mercificazione di ogni anfratto per incamerare euroni sfanculando terre dorate come Firenze, che solo all'idea che attorno al 1500 ospitò contemporaneamente Leonardo, Raffaello e Michelangelo, dovrebbe insinuare nelle teste cosiddette pensanti una nuova e sorgiva vaga idea organizzativa per migliorare l'attuale sconsiderata idea di far cassa. 
Quando si passeggia per Firenze si calpesta la storia, si tocca realmente la differenza tra l'uomo e le altre specie. Non dovrebbero essere castagne, Big da trangugiare, latrati, rutti e sfiatate d'ascella ad oscurarne la grandezza. Compreso Nardella.  

Mumble Mumble!


I tanti professionisti della nuova mafia

di Roberto Saviano


Come fa la criminalità organizzata a trovare i propri clienti? Come sa chi cercare e dove trovarli?". Questa è la domanda che Fabio Fazio mi ha posto domenica 24 maggio in diretta su Raidue a Che tempo che fa . Fazio mi aveva invitato perché raccontassi in televisione ciò che avevo scritto su questo giornale, perché spiegassi come, nei momenti di crisi, le organizzazioni criminali riescano a prendere possesso delle attività economiche in difficoltà. Lo spettro dell’usura aleggia sull’Italia in tempo di pandemia, come accadde dopo la crisi economica del 2008. Abbiamo oggi gli anticorpi necessari per riconoscere queste dinamiche? Forse no.
Nel rispondere a Fazio ho fatto riferimento a quanto emerge dagli atti giudiziari e da studi condotti in questo ambito dall’istituto di ricerca Eurispes, da Unioncamere (l’Unione italiana delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura) e dalla Consulta nazionale antiusura (http://www.consultantiusura.it/usura. html). Quando un’azienda comincia ad andare in crisi, le organizzazioni criminali avvicinano alcuni professionisti permeabili — come può essere un commercialista che è persona di cui spesso l’imprenditore si fida — e avvertono che esiste una possibilità per non soccombere alla mancanza di liquidità. Ecco svelato il meccanismo. Aggiungo che, se invece ci si è rivolti a professionisti seri, le strade che verranno indicate sono altre e sono legali. È evidente che non parlavo di un’intera categoria, ma solo di alcune persone che la disonorano con il loro comportamento. Non ho generalizzato né criminalizzato un ordine professionale, ma raccontato una dinamica e l’ho raccontata perché la studio da anni.
Ho visto fioccare ridicole richieste di scuse che avrei dovuto dare, ma per cosa? Per aver detto il vero? I politici che hanno diffuso agenzie cariche di indignazione non hanno nemmeno ascoltato ciò che ho detto, ma hanno colto l’ennesima occasione per prendersi un po’ di visibilità, non riuscendo a farlo per meriti propri, lo fanno creando polemiche strumentali su di me che però mostrano la loro totale inadeguatezza e l’incapacità di comprendere sul serio il dramma che molti imprenditori stanno vivendo e hanno vissuto.
E allora mi domando: ma davvero non sapevate ciò che ho raccontato domenica sera a Che tempo che fa ? Davvero non sapevate che le organizzazioni criminali usano professionisti per entrare nel tessuto economico legale? Io credevo fosse assodato, credevo conosceste queste dinamiche. Fingete di non sapere o davvero — cosa imperdonabile — non sapete che ormai da decenni la pratica mafiosa, e più in generale il prestito a usura alle aziende avviene con la mediazione di professionisti, commercialisti, avvocati, bancari?
Guardate ad esempio le grandi inchieste sull’espansione al Nord delle mafie. Secondo voi come hanno agito? Chi usavano per avvicinare gli imprenditori che stavano fallendo? Si tratta di meccanismi rodati: il clan identifica figure professionali vicine agli imprenditori e fa la sua proposta, che molto spesso viene accettata. Ma allora anche gli imprenditori sono mafiosi? No, sono disperati e questa vostra levata di scudi, signori politici senza competenze, è vergognosa perché non tiene conto della disperazione di chi accetta il cappio illudendosi di poter salvare i sacrifici di una vita, decine di dipendenti che si troverebbero senza lavoro, senza guadagno e con famiglie a carico.
Come faccio a saperlo? Basta leggere le inchieste e gli studi di settore. Non conoscevate l’Operazione "Serpe" coordinata dalla Dda di Venezia (2011)? No? E allora ve ne parlo io.
"Aspide srl" è una società con sede a Selvazzano (Padova), apparentemente si occupa di recupero crediti, ma in realtà pratica l’usura. I tassi di interesse oscillano tra il 110 e il 120% annui, ma possono arrivare anche al 180%. Il gruppo criminale (di stampo mafioso, come accertato dai giudici di Cassazione) è guidato da Mario Crisci, da tutti soprannominato "O’ dottore". Secondo il Tribunale, a fare da intermediari tra Mario Crisci e i potenziali clienti della Aspide erano dei professionisti vicini agli imprenditori. Tra questi Ivano Corradin (di Marostica, presidente dell’associazione dei tributaristi del Vicentino), che reperiva i clienti per conto della Aspide, condannato a 3 anni e 10 mesi. La sentenza dei giudici di Cassazione scrive su di lui: "Il suo ruolo svolto nell’Aspide era necessariamente consapevole delle attività esercitate dalla società e delle modalità mafiose utilizzate".
E ancora: davvero non avete mai studiato il Rapporto Eurispes del 2016? Ve lo segnalo io, cito testualmente: "Occorre però osservare come i soggetti più esposti cadano oggi nelle mani di un numero sempre maggiore di nuovi sfruttatori, non solo criminali e mafiosi ma anche ‘insospettabili’: negozianti, commercialisti, avvocati, dipendenti pubblici, che sfruttano la crisi economica e l’indebitamento di famiglie, commercianti ed imprenditori per arricchirsi, forti delle crescenti difficoltà di accesso al credito bancario. Ed è nata una nuova figura: quella dell’usuraio della stanza accanto".
Perché non vi siete scandalizzati quando emergevano queste analisi?
A questo punto, immagino, non sappiate nemmeno ciò che, nel 2014, l’Unioncamere ha scritto in uno studio sull’usura condotto con la Fondazione nazionale antiusura Interesse Uomo. Vi riporto anche questo: "Sempre più spesso fatti di cronaca ci raccontano di associazioni che talvolta si servono di professionisti o, più in generale, cercano collegamenti con persone operanti nel settore del credito legale. Si tratta di insospettabili, rispettati nell’ambiente sociale in cui agiscono. Sono imprenditori, commercialisti, avvocati, notai, bancari, finanche funzionari ministeriali e statali".
Ma forse non dovrei parlarne, per non offendere le persone oneste… Così come non avrei dovuto parlare, nel 2010, su Raitre a Vieni via con me dei vertici collusi con la ’ndrangheta dell’Asl di Pavia per non offendere i medici o i dirigenti sanitari? O non avrei dovuto parlare — per non offendere gli avvocati come categoria — dell’avvocato Michele Santonastaso, condannato in via definitiva per falsa testimonianza aggravata perché aveva condotto l’interrogatorio di un imprenditore caseario del casertano, Mandara, spingendolo a confessare il falso per far risultare il boss Augusto La Torre in un altro luogo nel giorno in cui aveva preso parte al duplice omicidio di due ragazzi, Luciano Roselli e Salvatore Riccardi, scomparsi il 27 marzo del 1990? Dovevo evitare di dire che l’avvocato Santonastaso aveva creato un falso alibi a un boss pluriassassino per non offendere gli avvocati?
Ma la polemica ora è finita, ne sono consapevole. Queste cose durano poco perché poco devono durare, ormai voi la politica la intendete così: fate rumore per mostrarvi difensori di chi, in realtà, non state difendendo. Non state difendendo i commercialisti, al contrario, state invitando all’omertà. Si difendono i commercialisti isolando chi fa pratiche illegali, non offrendo un ombrello protettivo anche a chi calpesta le regole che la maggioranza rispetta.
Queste dinamiche dovreste raccontarle voi, ma ve ne guardate bene perché i voti, come il denaro, non hanno odore. E in ultimo, ma davvero i vertici degli ordini dei commercialisti non hanno mai studiato le analisi della Consulta nazionale antiusura (organizzazione non lucrativa di utilità sociale)? Leggete cosa ha scritto: "Per troppo tempo l’usura non è stata percepita come un pericolo sociale: basti pensare che, fino al 1992, in caso di flagranza, non era obbligatorio l’arresto. Questo atteggiamento risale al tempo in cui l’usura era esercitata dal ‘cravattaro’ di quartiere, che svolgeva la propria attività in un ambito ristretto. Negli ultimi anni, però, a questa tradizionale attività si è affiancata quella di organizzazioni che, agendo attraverso cosiddetti insospettabili (commercianti, commercialisti, professionisti) concedono prestiti sia ai singoli e alle famiglie, sia a tante piccole e piccolissime aziende in difficoltà finanziarie". Denunciare una dinamica non significa disonorare una categoria, ma difendere le vittime, dar loro la forza di ribellarsi, metterle in guardia. Ed è necessario per tutelare proprio le categorie professionali nelle loro componenti oneste, che sono maggioritarie.
A chi si è indignato tra politici e vertici di categoria dico: o non sapevate nulla di tutto questo, e sarebbe grave, o state mentendo e questa vostra attitudine sfiora la complicità. Ecco la linea disegnata a terra, da un lato gli inconsapevoli, dall’altro i complici: guardatela bene, pensateci e, senza fretta, scegliete da che parte stare.

mercoledì 27 maggio 2020

Casualità


Dalla Perpetua c’è Luca Cordero, grandissimo imprenditore, che sta criticando aspramente il governo... mentre ascolto mi è capitata una notiziola riguardante Alitalia...

“Tra le contestazioni che la procura di Civitavecchia rivolge a tre ex amministratori delegati (Silvano Cassano, Luca Cordero di Montezemolo e Marc Cramer Ball) e al Cfo Duncan Naysmith, ci sono quasi 600mila euro di Alitalia che sarebbero stati utilizzati per catering e cene di gala. I quattro avrebbero “distratto e dissipato” risorse della società per complessivi 597.609 euro: 133.571 “per spese di catering verso la società ‘Relais Le Jardin’” in occasione delle riunioni del Cda, 5.961 per “cene di gala in favore dalla società ‘Casina Valadier’” e 485.077 per organizzare 4 eventi aziendali che, seppur pagati inizialmente da Ethiad, sono poi stati indebitamente addebitati a Alitalia ‘Sai’”.

E intanto lui parla! Dalla Perpetua! Mavaffanculo!

Poteva far meglio!


Sicuramente i Rosicanti diranno che se ci fossero stati loro a contrattare avrebbero ottenuto di più, che so 81,9 miliardi di prestito a fondo perduto invece degli 81,8 concessi. Il Cazzaro e la Sora Cicoria saranno annichiliti ed insieme a loro tutti i pennivendoli peripatetici al loro servizio, osteggianti da sempre e senza ritegno colui che molti, me compreso, ritengono essere il miglior Presidente del Consiglio dal dopoguerra ad oggi. Continueranno strali ed invettive, chissà ad esempio stasera dalla Perpetua cosa s’inventeranno, mugugni, piagnistei di finti miserabili da sempre evitanti balzelli, speranzosi di riveder in tolda i cari amici di una volta, devoti e cecati davanti alla colossale evasione annuale; la strada è ancora lunga, la promessa di 170 miliardi, la maggiore fetta in tutta Europa, dovrà scontrarsi con la ritrosia di stati chiamati generosamente “frugali”, in realtà bastardi senza alcuna dignità, senz’altro inaciditi dall’assenza di sole e montagne che li hanno imbastarditi oltre ogni logica; tra i più merdosi ci sono i destrorsi olandesi guidati da Geer Wilders, che anelano a scalzare il premier Rutte il Ruttologo, i quali sono alleati di un tal Cazzaro nostrano e della blaterante Sora Cicoria. 
Non ti curar di loro Presidente Conte e grazie!

Carissimo Carofiglio!


Il tempo non esiste più

L’idea dello scorrere lineare delle ore è un retaggio culturale che, con la pandemia, è stato definitivamente messo in crisi

di Gianrico Carofiglio

I mesi appena trascorsi hanno messo in movimento molte riflessioni sui temi più vari. Fra questi il concetto di tempo che, attraverso la lente di ingrandimento di queste settimane irreali, ci è parso, più del solito, ambiguo e inafferrabile.

Anni fa i linguisti George Lakoff e Mark Johnson proposero un esperimento mentale: cercate di parlare del tempo – dello scorrere del tempo – senza usare metafore; appena il caso di notare che "scorrere del tempo" è una metafora, il riferimento cioè a una entità nota e sensibile (il fiume che scorre) per alludere a un’entità che i sensi non sono in grado di percepire, cioè appunto il tempo. In ogni caso, provateci. Il risultato sarà sorprendente e anche un po’ inquietante: non abbiamo parole per descrivere il tempo, per parlarne, per pensarlo, che non siano riferimenti analogici ad altre entità.

L’idea di un tempo lineare – quello che scorre come un fiume – non è infatti una constatazione, ma un retaggio culturale. In molte civiltà, come in molte riflessioni filosofiche, troviamo concezioni e punti di vista del tutto differenti. Per esempio gli indigeni Papua delle isole Trobriand o i pellerossa Hopi non pensano il passato come una fase precedente del presente, ma come parte di un ampio presente unitario. La lingua parlata dalla popolazione brasiliana dei Piraha non contiene quasi nessuna espressione che alluda al tempo, che è dunque una categoria quasi inesistente in quell’orizzonte culturale. Ernst Mach, fisico, filosofo, pioniere degli studi sulla percezione, diceva che non siamo in grado di misurare i mutamenti delle cose rapportandoli al tempo. Al contrario desumiamo l’esistenza del tempo proprio per via della constatazione del mutamento. Per Sant’Agostino è inesatto dire che i tempi sono passato, presente e futuro: più corretto sarebbe parlare di presente del passato, presente del presente e presente del futuro. L’idea di un tempo lineare è psicologicamente e culturalmente collegata ai concetti di prestazione, di competizione, di successo e di fallimento. La procedura, il modo in cui si fanno le cose, non conta in questa (dominante) visione interessata solo ai risultati e alla loro misurabilità, soprattutto economica.

Un atteggiamento alternativo è quello che di fronte a un nuovo compito non produce la modalità dell’ansia rivolta solo al risultato, e propone invece una domanda procedurale: come farò questa cosa, seguendo quale percorso, osservando quali regole tecniche ed etiche? Consapevolezza, leggerezza e (con una contraddizione solo apparente) rapidità sono le modalità di questo diverso atteggiamento che porta con sé una conseguenza paradossale e affascinante: la nostra percezione del tempo ne risulta mutata; cominciamo a dubitare della sua linearità e della sua opprimente finitezza.

Tutti hanno sperimentato, almeno qualche volta, l’esperienza di venire completamente assorbiti da una attività: leggere, disegnare, scrivere, potare una siepe, ascoltare musica, praticare un’arte marziale, costruire o riparare un oggetto, cucinare. In questi casi, quando siamo assorbiti dal processo e non pensiamo al risultato, si ridefiniscono la percezione e la misura del tempo; esso si altera, si dilata, si estende in molte direzioni, mostra anfratti sconosciuti. In questi casi ci rendiamo conto – per poi, purtroppo, dimenticarcene – delle possibilità che derivano dall’azione consapevole, cioè dal vivere totalmente nel momento presente. Anzi, per dirla con Sant’Agostino: nel presente del presente.

Ma approfondiamo la nozione di rapidità in contrapposizione a un altro concetto solo in apparenza affine: la fretta. La rapidità è il risultato della competenza e della padronanza; implica preparazione, studio, pratica. Si racconta che una volta Picasso fosse seduto in un bistrot parigino e, distrattamente, mentre chiacchierava con gli amici, avesse fatto un rapido schizzo sul tovagliolo di carta. Una signora seduta a un tavolo vicino, notata la cosa, chiese al maestro di poter comprare il disegno. Picasso acconsentì, ma quando la signora domandò il prezzo, si sentì chiedere una cifra spropositata. «Ma come, le ci è voluto solo qualche secondo» disse la donna. Picasso rispose: «Signora, si sbaglia. Mi ci è voluta tutta la vita».

La fretta al contrario della rapidità, non consente il controllo delle azioni, delle dichiarazioni, dell’elaborazione delle opinioni. Essa dipende dall’impreparazione, ostacola l’approfondimento e la comprensione, impedisce la precisione; produce, nel migliore dei casi, delle mezze verità, nel peggiore e più frequente dei casi, un totale e pericoloso fraintendimento delle idee e dei fenomeni.

Che attinenza hanno queste riflessioni su tempo, rapidità e fretta con la crisi che abbiamo vissuto e nella quale ancora ci troviamo? L’epidemia ha reso particolarmente visibile un fenomeno che a qualsiasi osservatore attento era già noto: la fretta, il ritmo ossessivo, un presentismo insensato unito a una sostanziale assenza sono frequenti, pericolosi connotati dell’azione politica a tutti i livelli. Molti uomini e donne di potere sono davvero presenti solo di rado. Non amano allontanarsi dal lavoro perché sul lavoro hanno emergenze, urgenze e soprattutto un numero infinito di distrazioni cui possono abbandonarsi senza alcun senso di colpa perché – raccontano a sé stessi prima ancora che agli altri – si tratta sempre di cose importanti. In realtà sono spesso urgenti, solo di rado importanti. Cogliere la differenza fra le due categorie – urgenza e importanza – è fondamentale nella riflessione su un modo diverso di occuparsi di politica, maneggiare il potere, pensare il presente nella prospettiva del futuro.

La fretta di molti politici e, più in generale di molti potenti, esprime un carente contatto con la realtà e con gli altri a causa di un eccessivo, narcisistico contatto con sé stessi. Il narcisista in politica è perseguitato dall’ansia e non dalla colpa, sottolinea Christopher Lasch nel suo capitale testo La cultura del narcisismo . Il narcisista, in politica come in altri ambiti, vive per soddisfare i propri bisogni psicologici immediati, si muove in uno stato di accelerazione continua e nevrotica, intrappolato in un presente privo di significato, che si riproduce in maniera ossessiva sempre uguale a sé stesso. Da questo deriva fra l’altro l’incapacità di progettare il futuro in un racconto coerente, inclusivo e munito di significato. In sostanza, dunque, l’incapacità di cambiare il mondo in una prospettiva di progresso, di convivenza pacifica con la natura, di solidarietà fra gli umani.

L’idea di una politica diversa su cui molti di noi hanno riflettuto in questo periodo, passa anche attraverso la ridefinizione del nostro rapporto, individuale e collettivo, con il tempo. Un pensiero ben sintetizzata da un famoso aforisma di James Freeman Clarke (spesso attribuito ad Alcide De Gasperi): «Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alle prossime generazioni».

 


Il solito giro al largo del foro



L'ex Priore di Bose, Enzo Bianchi, è stato invitato a lasciare il monastero da lui creato tanti anni fa, dopo che il Vaticano ha compiuto una visita pastorale per verificare la situazione e lo spirito evangelico del luogo di preghiera. 
Sorgono molte domande attorno a questa direttiva vaticana, le problematiche sorte dal pensionamento dal 2017 del Fondatore. Uomo di fede e cultura, Bianchi ha illuminato costantemente il panorama cattolico. Ma il momento del distacco, del ritiro è senz'altro difficile, come il non interferire sul nuovo, su ciò che è chiamato a proseguire l'opera e la via tracciata, per chi crede, dallo Spirito. 
Ritirarsi lontano dal mondo, che il più delle volte combattiamo, è sforzo titanico per tutti. Il commentare, l'avversare, decisioni di altri che inducano a temere problematiche per la "creatura" è di questo mondo, ahimé. Lungi da me criticare Fratel Enzo! Avrà avuto i suoi buoni motivi per divenire ostacolo al suo successore. 
Evidenzio soltanto la difficoltà di noi tutti che viviamo nel tempo ad accettare l'avanzare dello stesso, del sentirsi pietre soporifere dopo aver dato il centopercento per edificare uno snodo focale ponendo sempre come pietra d'angolo Colui dal quale e per il quale sono tutte le cose. 
Nel gorgo aspirante noi stessi, con i talenti imprestatici, tendiamo a rimaner larghi e speranzosi di proseguire l'opera assegnataci. Molte vite vengono riposte in rimessa, le chiamano villaquiete, ancor prima che la Natura ne decreti la fine biologica. Il risentimento umano per lo spegnimento di noi stessi è matrice di fremiti irrefrenabili, abbacinanti sentieri apparentemente ostici ma illuminati misteriosamente. L'occasione unica è di mettere a frutto l'esperienza della vita precedente, abbracciando la fiducia riposta da sempre nel non razionale. 
Non voglio insegnare nulla Priore, molto probabilmente nel mio attimo sarò molto più irascibile e refrattario di Lei e se parlo ora è solo perché vedo ancora abbastanza lontano ciò che idealizzo gastronomicamente con la richiesta del conto al ristorante. 
Le auguro solo, umilmente ed in fraternità, di vivere al meglio la sua Vita da sempre esempio per molti. 
Stia allegro e col cuore in alto!    

Meditate gente, meditate!


Malebolge
Immenso puzzle
Tutta la nostra attuale conoscenza credo possa essere rappresentata da un immenso puzzle di cui non è possibile contare le tessere e, di conseguenza, quante di esse possano infine determinare la fine.
Posto che una fine vi sia. E questa «inflazione» di frammenti di sapere ci porta ciascuno al fitto lavorio del tentativo di unire di frammenti concettuali per costruire non sappiamo più cosa, ossia, in certo qual modo, quali ne siano il fine e la qualità. Vige così l’esubero della quantità, il nozionismo, l’arte della parte per il tutto che però ci è sconosciuto ma che prevede, per statuto, che lo sia. Allora, con uno scatto analitico, con una proiezione mentale, ne decidiamo la forma, sempre più personale e per questo lodata. Come avessimo in dotazione ciascuno una certa quantità di mattoncini di Lego virtuali e la possibilità di acquistarne ancora (come negli stores dei videogames) edificando bizzarre costruzioni in guisa di incerti pensieri. 
Posti uno di fronte all’altro, costituiscono una sorta d’immensa, sgraziata metropoli d’idee. La potremmo chiamare solitudine dell’incubo, o incubo della solitudine. Allora lo squarcio del vuoto, della preghiera, della contemplazione interiore a dimenticare cosa abbiamo fatto, là fuori. Allora il distacco della sapienza, e l’esilio dalla Torre di Babele.