lunedì 2 ottobre 2017

Catalogna?


Referendum, Catalogna?
Non mi schiero perché, come in tutte le cose, occorrerebbe principalmente:

Documentarsi sulla storia, del perché cioè la Catalogna, da tempo immemore, smania di staccarsi dalla Spagna.

Cosa significhi culturalmente questo atto divisorio.

Quale siano le motivazioni spagnole all’impedimento dell’uscita di Barcellona dalla nazione.

Cosa comporti questa scissione in termini economici, le ripercussioni politiche che scaturirebbero da tale scelta.

Approfondito quanto sopra potrei esprimere un parere in tal senso.
Comunque, dovunque essa sia: viva la libertà dei popoli! E visto che ci siamo: sarebbe bello chiedere ai popoli un parere su questo servilismo alla tecno-rapto-crazia che sta soggiogando milioni di persone ovunque nel globo. Per quel referendum avrei le idee molto più chiare. E combatterei, democraricamente parlando.

Continua


Non faccio questa ricerca perché sono grillino. Anzi attualmente sono deluso dal movimento e, probabilmente, se le cose rimanessero così, probabilmente non avrei neppure a votare. 

Questa premessa è d'obbligo perché sto particolarmente seguendo le prime pagine dei maggiori quotidiani romani ed italiani, per evidenziare lo scempio culturale con produzione di fandonie, insabbiamenti di verità, quasi ossessive nei confronti del Movimento 5 Stelle. 

Fosse capitato a qualcun altro forse avrei fatto la stessa cosa. La stampa in generale è sempre stata al servizio del potente di turno, fatta eccezione per sparuti quotidiani e il pensare questo m'intristisce ulteriormente in quanto penso con malinconia a quante baggianate mi bevetti in tempi addietro. 
Ora sto più accorto e valuto, navigo, confronto al fine di leggere una notizia certa e farmene un'opinione. 

Detto questo passiamo alla Ragogna Stampa (l'ho chiamata così) di oggi:


Credo non occorra aggiungere altro, anche perché il Giornale di famiglia, credetemi in quanto a volte lo leggo per farmi del male, è sempre e da sempre un ottimo esempio di cosa non debba mai diventare un giornalista. 

 

domenica 1 ottobre 2017

Articolo immondo


Su l'Espresso in edicola oggi un articolo che apre uno squarcio su un mondo immondo, diabolico e vergognoso: il traffico di organi. Sapevate ad esempio che dall'inizio della guerra circa ventimila (ventimila confermo) siriani hanno dovuto cedere un pezzo del proprio corpo, quasi sempre un rene?

Questo mercato occult, costituisce solo un 10% dei trapianti ma è in costante ascesa,  genera un giro di affari tra 840 e 1,7 miliardi di dollari. 
Compaiono, come in tutte le tratte, figure di biechi bastardi che chiameremo "mediatori" e che hanno provocato un aumento del 500% del costo illegale di un trapianto. 
Oltre alla Siria, i pezzi umani arrivano anche da Libano, Giordania, Turchia, Iraq, nord Africa. Sono sorte centinaia di cliniche private dove, tanto per non perdere la mano, si praticano anche aborti. 
Molti vendono per sopravvivere, altri per compiere i viaggi che tanto rompono le palle a noi occidentali. I broke, che Dio li strafulmini, reclutano, convincono, persuadono. Sono carogne viventi di questo sporco gioco che, alla fonte, prevede illuminati chirurghi lesti alla rapina e solerti nell'installazione nel corpo di un pagante. 
Una storia merdosa, come tante, troppe oramai affoganti buon senso, socialità e solidarietà.

Se avessimo un organo internazionale efficiente, attento alle carogne che oramai sono ovunque, vi sarebbe almeno una forma accennata di lotta. 
Ma l'Onu ha oramai la stessa importanza di una salumeria di un centro città, vive solo per distribuire dollari a quelle migliaia di infiascatori che lavorano dentro al palazzaccio di vetro newyorkese. 

Ma torniamo ai maledetti broker: agguantano la preda, fanno gli esami per verificarne la compatibilità con il compratore, indi mandano il venditore sotto i ferri per la nefrectomia. 

Successivamente il tutto tende a comparire ufficialmente come una semplice donazione, contento di consenso firmato. Il costo dell'operazione viene saldato da un terzo incomodo e gli accordi tra venditore e compratore sono saldati all'oscuro di tutti, nell'indifferenza generale. Un trapianto di rene costa al compratore tra i 20 e i 100mila dollari. Al poveretto che lo dona vanno solo dai 3 ai 5mila dollari. Oltre al danno anche la beffa dello sfruttamento! L'altro denaro viene inviato, tramite piccoli pagamenti incolti stati tra cui Francia, Germania e Stati Uniti. Il profitto degli ospedali egiziani ad esempio è di circa un milione di dollari a settimana. 
Il povero donatore una volta lasciato il rene, viene fatto sloggiare quasi subito dall'ospedale e la convalescenza comporta sanguinanti, immobilità e dolori, dolori. 

Immaginare i trafficanti sbattersi per trovare una casa al nuovo donatore, falsificare documenti, accordarsi per l'intervento, saldare con una miseria il poveretto insomma, muoversi nei meandri del mondo come un impiegato del turismo, mette ansia, rabbia e voglia di maledire chiunque attenti alla dignità dell'altro. 
Ripeto, senza una guida ed un controllo internazionale queste sono autentiche parole al vento, chiacchierate in osteria in una giornata plumbea. Non servono a nulla. Neanche oramai a piangerci sopra.     

Finisce sempre così


Ovunque si vada, aprendo un tg o un giornale di parte, che sono tantissimi, si resta abbacinati dal trionfo italico sulla disputa dei cantieri francesi Stx e Fincantieri. 

Applausi, il made in Italy trionfante e via andare. 
Ma non è così.
Leggendo blog e notizie varie emerge un'altra realtà, scomoda soprattutto ora in cui il profumo delle elezioni si fa sempre più pressante. 

Leonardo Finmeccanica ad esempio parrebbe fuori dai giochi e questo provocherà in tempi non troppo lontani, licenziamenti e cassa integrazione. 

Chiarendo subito che sono contrario alla produzione di armi, di qualunque natura e tipologia, prevedo però un altro caso di sottomissione della nostra industria al bene comune europeo e, anche in questo caso, di riverenza ai francesi. 

L'accordo sbandierato infatti prevede che tra la francese Naval Group e la nostra Fincantieri, venga creato subito un comitato di sei membri, tre francesi e tre nostri. Naval Group è controllata al 35% da Thales la concorrente gallica alla nostra Leonardo. 
Bono, non quello degli U2 ma l'AD di Fincantieri si è prodigato molto per togliere dall'accordo la frase "altre industrie militari" e questa manovra, ricordanti le auto bottigliate di Tafazzi, parrebbe auto escludere Leonardo - Finmeccanica (e le società ad essa collegate tra cui l'Oto Melara della nostra città). Perché Bono ha agito così maldestramente? 
il sito di Gianni Dragoni, un giornalista del Sole 24 ore, da questa spiegazione: Bono fu impegnato nell'industria armigera di casa nostra sino al 2002 allorché fu sfrattato dal Pregiudicato che gli preferì Guarguaglini. Da allora se l'è legata al dito sino all'arrivo di quest'accordo che sfancula le altre industrie, prediligendo Fincantieri e Naval Group, con l'azionista Thales, rivale di Leonardo. 
Per Bono, non quello degli U2, Leonardo deve chiudere. Questo provocherà come detto la solita giostra di disoccupati. Ma questo non sembra preoccupare nessuno di questi boiardi, come da trent'anni a questa parte. 
Sempre in quel blog, appare un'altra notizia: Bono è legato da sempre al Topastro ora giudice costituzionale, conosciuto anche come Giuliano Amato. E ci sarebbe un avvicinamento ai francesi di altri signorotti mega pagati dalle nostre tasche i quali, in teoria, dovrebbero proteggere le nostra aziende, chimera visti i precedenti tra cui spiccano Tim e Pirelli, il made in Italy della moda e altre vigliaccherie compiute dal menefreghismo milionario di molti che, senza nessun rancore e senso di appartenenza alla nazione, svendono per un pugno di milioni ogni cosa, per il bene proprio. 
Una vicenda questa di Fincantieri portata alla cronaca come un successo che si rivelerà, pare, come l'ennesima boiata infangante tutti noi, che continuiamo a prendere per oro colato quello che media proni ci propinano, alterando dannatamente la verità.  

Risposta Selvaggia


Alcuni giorni fa assistetti ad una commedia comica nel corso del programma "Tribunale speciale contro i Pentastellati" condotto da Matronen Gruber, tra Travaglio e il piccolo diavoletto Brunetta il quale, non sapendo che pesci pigliare, paragonò la condanna definitiva del Puttaniere per frode fiscale alla denuncia per calunnia di Selvaggia Lucarelli, risoltasi con l'assoluzione. 
Un evento comico senza pari. Oggi Selvaggia risponde a Brunetta sul Fatto Quotidiano con questo articolo, al solito, magicamente spassoso.

Brunetta mi ha beccato: in dieci mosse sono diventata come B.
di Selvaggia Lucarelli

Caro Renato Brunetta,

ho guardato la puntata di Otto e mezzo di venerdì in cui eri ospite assieme a Marco Travaglio e Paolo Mieli. Confesso che l’ho guardata cinque o sei volte, chiedendo ogni volta di guardarla insieme a me ad una persona di età, sesso, nazionalità e fede calcistica diversa, per essere certa di non esser vittima di una sorta di ipnosi psichedelica, che poi in realtà l’ipnosi psichedelica non esiste ma era un modo elegante per dire che non potevo credere alle minchiate che dicevi. Dunque. Ricapitolando l’accaduto, Marco Travaglio sosteneva che il nostro sia l’unico paese in cui c’è un leader di un partito (Berlusconi) co-fondato con uno in galera per mafia (Dell’Utri) che è stato condannato per frode fiscale e tutto il contorno di meste vicende giudiziarie e non che conosciamo. A quel punto, tu e il tuo inedito ciuffo da Capitan Harlock dopo una centrifuga, avete partorito un’idea geniale: colpire Marco Travaglio su quel suo scheletro nell’armadio così voluminoso che sbuca un femore dall’anta destra. E quel femore, è il mio. Ebbene sì. Cosa sarà mai il capo di un partito pregiudicato per frode fiscale di fronte a un direttore che ha fatto scrivere una giornalista – Selvaggia Lucarelli – rinviata a giudizio e poi assolta? Che è un po’ come dire: che sarà mai Wikileaks e quel nerd di Assange di fronte a quel delinquente informatico di Titti Brunetta e il suo account fake Beatrice Di Maio? Ecco, più o meno così. A quel punto gli ospiti e la conduttrice cercano di placare te e il tuo ciuffo da manga spaziale spiegandoti che sono piani leggermente differenti, che io non sono leader di un partito, che sono stata assolta, che essere rinviati a giudizio perché si ruba o per mafia è faccenda un po’ diversa dall’essere rinviati a giudizio per reati legati a cose che si scrivono, ma nulla, tu sei andato avanti con la tua tesi lucida e acutissima: io sono come Berlusconi. E allora ho deciso di accontentarti. Ho iniziato la mia lenta ma inesorabile metamorfosi nel Cavaliere, suddivisa in dieci passaggi salienti:

1) Stamattina il mio fidanzato ha preso una multa per sosta sul marciapiede, ho chiamato la sede della municipale, ho detto che è il pronipote di Marco Predolin e quindi dovevano annullargli la multa altrimenti rimettevo M’ama non m’ama in prima serata su tutte le reti Mediaset. Gli hanno abbonato anche il bollo auto. 2018/2019.

2) Ho assunto un igienista dentale cubano di 21 anni con una laurea conseguita presso la rinomata Università di Narnia e ho convinto Marco Travaglio a nominarlo vicedirettore de Il Fatto con portafoglio. Probabilmente il portafoglio è il mio perché non lo trovo da sei giorni.

3) Sto facendo un corso di inglese al contrario. Oggi per esempio ho imparato a mettere “because” nelle interrogative e a pronunciare not only “nosonly”. In compenso sono al livello C1 del corso di russo così al prossimo compleanno di Putin posso cantargli tutto il repertorio di Albano nel dialetto del fiume Volga.

4) Siccome i capelli li ho, mi sono fatta trapiantare dei peli pubici sulla spalla destra.

5) Durante la prossima edizione di Ballando con le stelle, il mio unico commento alle ballerine sarà “Il tango non fa per te, culona inchiavabile!”.

6) Ho chiesto di licenziare quei criminosi, sovversivi di Marco Lillo e Silvia Truzzi da Il Fatto e di assumere finalmente al loro posto due penne scomode: Paolo Del Debbio e Silvana Giacobini.

7) Grazie a delle vecchie conoscenze del mio ex potatore di piante finte Ikea, ho già fatto una presentazione del mio libro a Palermo, dove ho venduto in due ore 125.000 copie.

8) Ho cominciato a versare a mio figlio la paghetta su un conto offshore a Panama.

9) Ho invitato un amico di mio figlio a cena fuori, mi ha risposto “Ma ho 12 anni!” e io gli ho chiesto scusa, ma gliene davo 45, con la camicia anche 48/50.


10) Da oggi in avanti i miei editoriali su Il Fatto saranno firmati “Mami”.

Ra-gogna stampa



Seconda parte del racconto di Aldo Busi


Da il Fatto Quotidiano di oggi 

Tema “Il maestro Bianchi”
(Contro quella cagata pazzesca dei referendum per l’autonomia della Lombardia e del Veneto e per abolire lo statuto speciale delle regioni che l’hanno già)

Pubblichiamo la seconda parte del testo inedito di Aldo Busi. La prima è uscita sul Fatto Quotidiano di ieri

di Aldo Busi


…e ero corso dal maestro Bianchi appena possibile per dimenticare quella certa cosa ancora dolorante addosso, non certo per parlargliene, quelle botte che avevo preso anche la sera prima da mio padre, dai miei due fratelli più grandi di me di otto e di dodici anni che per darmele avevano potuto acchiapparmi solo nel sonno, e visitato anche da mia madre che brandiva un mestolo di legno di ulivo, mia madre che non mi ha mai difeso e che però non mi ha fatto mancare niente, una poppata, una sberla, un maglioncino, un pugno in testa, un paio di guantini, un colpo di canna della polenta sulla schiena, gli altri tre solo calci, pugni, sberle, legnate, strapazzate di orecchie, e tirate di capelli, perché lei a modo suo di bestia da soma schiacciata, incollerita, stregata dalla fatica mi avrà voluto un bene dell’anima, ah, che bello se svegliandomi avessi scoperto che la morte li aveva colti tutti quanti nel sonno staccandogli la testa con la falce più affilata della sua collezione per lasciarmi solo con la mia sorellina a gestire l’osteria!
Per prima cosa avrei assunto le due zingare a patto che si strigliassero via dal lunghissimo e ondulato crine nero come il carbone, da quei corpaccioni coi culi da cavalle, dalle sottanone… ma non dalle mutande, non le portavano… quel tanfo di gelsomino e gorgonzola coi vermi che sembrava non dispiacere ai più e poi avrei fatto arrivare l’acqua calda nelle camere e, già che c’ero, dotandole ognuna della turca moderna, il water, le brocche e i pappagalli li avrei usati come vasi per metterci i fiori, tutti di campo o delle corone da morto, mentre, sempre per risparmiare, di sopra avrei messo un solo b-i-d-e-t, nell’incontro a L dei due corridoi, nel caso avrebbero fatto la fila, “Una lavata, un’asciugata e non sembra neanche stata adoperata”, mi cantilenarono una volta le due zingare di lusso incrociandomi sul ballatoio… fu per un pelo che non venni colto con l’orecchio incollato alla porta della camera… sfilandosi dall’incavo dei seni una stupefacente, incredibile banconota di Lire Mille a testa – avevano lavorato, e forse spillato dal portafoglio dell’ebete, in tandem -, e una aggiunse, “Ma a te, Barbì, ancora un paio d’anni e paghi solo cinquanta lirette per questa qua”, e si sollevò con la destra la sottanona fino alle anche e con la sinistra puntò l’indice su quella là nuda e cruda, e pelosa come la paglietta per grattare via le croste dalle pignatte, “Ehi voi, belle”, le apostrofai, dopo averla sorvolata un attimo per immaginifica buona creanza, “guardate che non è la prima che vedo, anche se non così nera, e che per meno di diecimila lirone a bernarda con voi non ci sto”, e facendo spallucce me ne andai a finire di infiascare in cantina chiedendomi che prezzo avessero lanciato a quei giganteschi mollaccioni dei miei fratelli, perché avevano detto che quelle due donnacce gli facevano schifo al coso e questo ovviamente vuol dire tutto e niente; il bidè l’avevo visto sulla “Domenica del Corriere”, che insegnava anche le novità dell’igiene per i poveretti di città che non si accontentavano dei ritagli di giornale e che d’altronde nemmeno disponevano delle foglie di gelso (non c’è niente da fare: potrei facilmente fare mostra di distacco da questa mia infanzia seviziata a puntino e dai suoi aguzzini e la scrittura ne guadagnerebbe, ma se il vecchio rivive tutto con gli stessi spasimi e palpiti e singhiozzi di terrore del bambino rannicchiato con le braccia sulla testa per ripararsi, chi se ne frega della scrittura? Ne porterò il pianto al crematorio senza vergognarmi di non asciugargli nemmeno mezza lacrima strada facendo, io la vita l’ho strenuamente rincorsa per ogni dove e con chiunque e l’ho afferrata malgrado tutto e tutti, l’occasione strenuamente mancata della vita è robetta esclusivamente degli altri e la colpa è tutta loro, non lo dimenticherò e non li perdonerò nemmeno a fiamme innescate); e quanto a sistemare le pantegane grosse come gatti che all’Aquila d’Oro scorrazzavano a decine e decine, forse a milioni, tra la stalla per il ricovero dei cavalli da tiro, la cantina, l’osteria, l’acquaio e il dormitorio al piano di sopra, contro le quali nessun felino osava più di tanto a parte immobilizzarsi tendendo baffi e orecchie e battere in ritirata miagolando come una bestia, ci avrebbero pensato cinque gattoni neri neri dagli occhi gialli tondi tondi e la pupilla nero inchiostro che avevo visto sul “Corrierino dei Piccoli” – comperato di nascosto rubando i soldi dal cassetto con la disinvoltura del defraudato che se li è guadagnati dieci volte – e che non si chiamavano né “soriano” né “siamese” ma “puma”, peccato però che li vendevano solo i signori Aztechi del Messico e i signori Incas del Perù, quindi fuori Montichiari, ma ci sarei arrivato lo stesso.

Non so quanto a lungo rimasi su quella scodella imbambolato a fissare, appeso sopra la credenzina dirimpetto, il faccione in bianco e nero di tale Garibaldi dal fazzolettino tutto rosso sotto la gran barba sale e pepe che io, avendo sentito una volta il maestro Bianchi accennare a un prete delle sue parti in Toscana che faceva scuola in modo “divinamente bislacco” e che chissà mai che aveva a che fare col Milan, associai a uno ormai cresciutello di questi ragazzini montanari figli di Babbiona o forse con la barbiana, che sarà stata una barba foltissima contro la galaverna del posto, il quale Garibaldi doveva aver cominciato molto tardi a imparare a leggere e a scrivere grazie al prete del Milan di Babbiona perché prima era andato in giro non per uno ma addirittura per due mondi, ma la cosa, il mio mutismo pensieroso a bocca piena su questo Garibaldi Giuseppe che da bambino doveva aver marinato proprio di brutto per meritarsi alla fine un ritratto appeso lì in cucina dei Bianchi, non sembrò stupire i due non più così giovani sposi più di tanto e non insistettero a chiedermi ragione di quella visita all’alba o quasi: nei giorni festivi tra le otto e le nove c’era la processione degli alunni vuoi più indigenti vuoi più scaltri vuoi più soldatini-di-cristo già di piombo nel cervello, una manica di scrocconi senza ritegno, per via di quel cacao e di quei… di quei… Pavesini, ecco come si chiamavano! e li avevo fregati tutti quanti mettendo la sveglia alle sei e un quarto e, probabilmente, senza chiudere occhio tutta la notte piangendo per la rabbia, l’impotenza, l’umiliazione di non sapere da che parte girarmi una volta fuori dal letto perché in agguato c’era o un colpo atteso o uno inatteso (qualche anno dopo, sarò stato già alle medie, incontro il maestro Bianchi lì in piazza davanti al Bar Centrale proprio sotto la lapide che recita, “Da questa casa il 27 aprile 1862 Giuseppe Garibaldi al grido Roma-Venezia ravvivò nel popolo la fede e l’azione per l’Italia UNA-LIBERA Per dec.to Municipale 1882”, e mi fa, “Ah, eccoti qua, Busi, ti faccio vedere una cosa”, e estrae dall’inseparabile cartella una foto con don Milani e quegli scampati di straforo all’analfabetismo di Barbiana, ridono tutti, sciarponi e tonaca svolazzante, forse erano su un viottolo pieno di neve ormai nerastra, sono davvero contenti, non avvertono il gelo, la guardo senza fiatare, rimango un po’ perplesso, sto cercando di vedere ciò che è nascosto alla vista, “Che c’è?”, mi fa corrugando la fronte già stempiata, “Ma sono tutti maschi, non c’è neanche una bambina!”, “E allora?”, “Mi dispiace”, “Sempre a trovare l’ago nel pagliaio, tu”, e tirò dritto più piccato che ammirato, forse per aver detto “trovare” che va bene per il pelo anziché “cercare” che va bene per l’ago, e io ero tutto contento del complimento a denti stretti come al solito, perché il pelo trovato nell’uovo non fa niente, ma con l’ago nel pagliaio, se lo trovi tu, puoi pungere e finanche cucire a salame persino un beato, un santo, un martire, un eroe, un padre della patria e anche il tuo).

Grazie e ancora grazie, maestro Bianchi, di quella ospitalità domenicale così agrodolce e indimenticabile, grazie per avermi accolto senza una parola di biasimo malgrado lei e sua moglie, accorsi alla porta, vi stropicciaste gli occhi dal sonno cercando al contempo la cintura della vestaglia buttata sopra le spalle alla rinfusa e tanto allarmati dal campanello insistente a quell’ora, battuta proprio in quell’istante dai rintocchi della campana, le sei e mezza, e soprattutto grazie per quel pesciolino sorridente giallo e rosso e verde dalle paffute guance rosa che poggiava la pinna “grigio perla” sulla sua base “azzurro mare” e che mi planò sul palmo della mano proprio un istante prima di riprendere la porta, “Per Il Più Bravo A Rompere I Coglioni Già Di Mattina Presto, ma occhio: io non ti ho mai detto una cosa simile, questo te lo do per il tuo ardire”, mi bisbigliò lui ridendo e dandomi una pacca sulla spalla, tanto sapeva che vita facevo dentro e fuori casa, i pestaggi di quattro contro uno anche fuori, non c’era stato bisogno di insistere, e poi non ero nemmeno tra i suoi preferiti della classe (diciamo che gli ero grato ma un po’ alla lontana, non è che avesse tanto potere su di me; si diceva che fosse un socialista mangiapreti ma godeva di troppa considerazione per non andare a mangiarci assieme come in gioventù con don Milani e mi fanno ridere quelli che dicono che ci sono preti e preti, non è vero, se lo fossero, i preti che per qualsiasi ragione sono diversi dai preti non sarebbero preti, sarebbero niente come me, che dico le mie scarne e schernibili verità a perdere e non ne faccio balenare altre possenti e assolute per intortare i più creduloni, gli afflitti, gli sfruttati, la ricca massa degli ultimi, le donne e i furbi famigerati che vogliono una botte di ostie benedette per esercitare l’ipocrisia senza ammende e solo profitti; non l’ho mai sentito pronunciare una parola contro la religione di Stato, eccellente come maestro e galantuomo fin nel midollo, ateo, forse, ma di sicuro non anticlericale, non era facile per me volergli bene del tutto, mi sembrava un buon democristiano di paese con qualche bizza luterana tanto per gradire, vivi e lascia vivere, non fronteggiava o te o me la corona di spine della religione oppio dei popoli, non l’avrebbe mai presa per le corna per staccarle la viscida testa dai mille occhi controllori come me che avevo sputato di bocca l’ostia della prima comunione fatta volente nolente, ardire di cui mi vantavo ancora prima di sapere che esisteva un verbo così, e nell’adolescenza e nella gioventù ci salutavamo da lontano se ci vedevamo e via, quelle poche volte che avevamo tentato di venirci incontro da un punto all’altro della piazza non avevamo avuto poi più niente da dirci o se cominciavo a dirgli qualcosa io, per esempio del mio ultimo scolo di camerierino tuttofare a Milano e da chi sospettavo di essermelo beccato, sempre tenendo presenti tra le tante ipotesi di signori e di carmelitani scalzi più vecchi di me anche le diverse nazionalità dei medesimi, mentre, da più vicino, uno da Martinengo e quell’altro da Pontida, potevo annoverare due pascoli di piattole di una tenacia fuori dal comune, guardava l’orologio e diceva che purtroppo doveva scappare; dal terzo incontro fortuito, non mi chiedeva nemmeno più, “Come va?”, perché lo prendevo in parola; era della vecchia scuola patriarcale, cristiano nel fondo come quel piccolo pesce che avevo già perduto, non gli importava niente della mia omosessualità, apostolicamente non tollerava che non la nascondessi come tutti; del resto, la maggior parte dei padri di famiglia sono tuttora così: mille volte meglio un prete pedofilo di nascosto che un omosessuale gerontofilo alla luce del sole; che masochisti menefreghisti, che matti scatenati, contenti loro… ma poi trovo una ragione verosimile a tanta fatalistica e irrazionale rassegnazione, non sono affatto padri masochisti menefreghisti né matti scatenati, anzi, sono padri cristianamente amorosi doppiamente premurosi per le sorti ultime dei cari figlioletti: devono proprio essere padri di figli a loro volta così brutti e repellenti e ritardati da contare solo su un prete pedofilo particolarmente buono di cuore e di bocca perché qualcuno al mondo se li inculi e insuffli anche a loro un che di trasalimento umanizzante).

A parte il verbo “ardire”, per l’appunto mai sentito, quei nomi di colori “grigio perla” e “azzurro mare” mi piacquero molto, “lo presi in parola” per il suono, non sapevo cosa volesse dire prendere in parola e non me ne importava un granché, come “dare la parola”, data la pacata sonorità così austera e limpida, il senso non poteva essere meno cristallino per quanto impegnativo: se non avevo mai visto una perla, figuriamoci un mare illustrazioni a parte, e non credo che il maestro Bianchi in fondo in fondo mi abbia dato quel pesciolino per l’italiano dei miei temi… e men che meno per quello in cui – ardendo, ma da ardere più che altro di sete di vendetta per quel suo stramaledetto fiato di merda infernale che quando meno me l’aspettavo sentivo soffiarmi sul collo – mettevo nero su bianco che “don Tullio Spurchignù in confessionale e al Cinema Gloria quando fa buio tocca i bambini in modo non tanto per la quale, poi si squassa tutto d’un colpo per qualche secondo e ringhia tra i denti marci ostia, ostia, ostia!”… ma perché ero stato bravo a non fare il ripetente, visto che sulla pagella solo nell’ultimo trimestre ero passato dal sette all’otto in condotta, bontà sua, ma allora si usava così anche nei casi degli scolari più vivaci, insoliti, per non dire altro, per non dire preoccupanti, inclassificabili, indemoniati, da esorcista, ecco, anche se secondo me ero semplicemente adorabile oltre ogni dire con tutte le ecchimosi e i bernoccoli e il sangue dal naso della mia di guerra di indipendenza, e nessuno ha mai dovuto ripetere l’anno perché era un discolo fuori controllo mai visto e, per fare un esempio terra terra, toglieva il crocefisso dalla parete e lo ficcava accanto alla stufa, tra le stelle di legna, sperando in una svista del bidello.


Per tacere del fatto che, dopo quell’altra di fine marzo, alla seconda volta che per la gita scolastica di fine maggio per dirci arrivederci alla quarta dell’anno seguente mi era toccato scarpinare su per la Torre di San Martino della Battaglia e poi visitare la Cappella dell’Ossario e poi via e su di nuovo per la Torre di Guardia di Solferino detta “la Spia d’Italia”, mi alzai dal fondo della corriera già in moto sulla strada del ritorno a Piazza Trento e, forte della mia infarinatura di storia extrascolastica orecchiata dagli avventori più vecchi che avevano fatto anche la Grande Guerra e temendo che entro la quinta bisognasse ritornare per amor patrio a quegli scaloni e a quei teschi altre 998 volte per fare Mille e non essere dammeno di quei valorosi e baldi giovini che per l’Unità d’Italia erano stati fatti imbarcare e sbarcare mille volte nella Spedizione col Marsala e via via chissà in che stato di sbornia tra il Frascati e il Montalcino e lo spumante dei Colli Euganei, dissi chiaro e tondo al maestro Bianchi che o in quarta cambiava giro dell’oca o tenevo subito per gli Austriaci.