venerdì 9 ottobre 2026

La visione di Elena

 

Alle primarie chiediamo: “la guerra o il welfare?” 


di Elena Basile 

Sembra impossibile che la memoria storica abbia così breve respiro. Se leggiamo un libro di storia o di sociologia sappiamo quale sia stato in passato il ruolo della stampa, dell’accademia e della diplomazia nella legittimazione della narrativa del potere. Eppure oggi l’apparato mediatico, l’intellighentia e la diplomazia si presentano all’opinione pubblica come neutri commentatori, un po’ preteschi, pronti a trasmettere il proprio oggettivo sapere ai cittadini attraverso la televisione, considerata da Pasolini lo strumento per eccellenza del potere totalitario che spazza via le ultime sacche di resistenza emotiva e psicologica da lui individuate forse erroneamente nell’Italia contadina e sottoproletaria.

Mi stupisce il candore con il quale i fabbricatori del consenso, dagli editorialisti dei giornali più ingiustamente reputati ai colleghi diplomatici, interrogati come oracoli nei talk show delle tv di destra e del Pd, si rivoltino contro coloro che si permettono di dubitare della loro onestà intellettuale. Il conduttore Formigli per esempio, nel difendere Orsini concedendogli di non lavorare per Putin, ha preteso una paritaria percezione del lavoro dei giornalisti dello spazio mediatico mainstream, che esprimerebbero soltanto convinzioni neutre e non condizionate dal potere. È mai possibile che si arrivi a posizioni così candide e ci si astragga dal contesto geopolitico nel quale viviamo? È possibile che non si sappia che se un rettore di università, un ambasciatore, un direttore di un giornale più letto, prende la minima distanza dalla narrativa di Israele o della Nato, la sua carriera, le prebende, i vantaggi del suo status sono immediatamente minacciati? La classe dirigente è stata nei tempi una roccaforte del potere politico ed economico. Vero è che nel trentennio glorioso delle democrazie occidentali, ai tempi in cui si costruiva un pluralismo democratico, benedetto dalle nostre Costituzioni, le università sono state la culla di un pensiero critico verso il potere e il giornalismo di inchiesta e professionale ha incarnato un quarto potere, essenziale alla dialettica democratica. Negli anni Settanta persino la diplomazia aveva costituito un settore critico e in grado di opporre la propria concezione del funzionario di Stato e della politica estera ai meccanismi di potere verticale della Farnesina. Erano altri tempi. I tempi della Politica, di leader come Berlinguer, di giornalisti come Montanelli, Bocca, Pintor. Di intellettuali come Pasolini o Moravia. Erano i tempi in cui il potere atlantico era temperato da quello sovietico.

Oggi in una delle tante province dell’Impero, l’Italia, lo zelo verso il potere da parte di diplomatici, burocrati, accademici e giornalisti è illimitato. L’autocensura funziona a meraviglia, incentivata dalle gogne mediatiche attraverso le quali le poche voci del dissenso devono passare. I decreti Sicurezza, il ddl Antisemitismo, le tv lottizzate tra destra meloniana e Pd, la demonizzazione di intellettuali, giornalisti e diplomatici dissenzienti, come filoputiniani e antisemiti, forniscono strumenti preziosi per l’annullamento del pluralismo democratico e lo slittamento verso società autoritarie. Il signor Giannini su Repubblica del 3 ottobre si domanda come sia stato possibile non comprendere la gravità di quanto succedeva a Gaza. Utilizza il plurale maiestatis: “Non abbiamo compreso”. Un atto di dolore tardivo ma benvenuto. Il problema è che Giannini fa fisicamente sparire il mondo dei Propal, dei militanti della Flotilla, di diplomatici come la sottoscritta querelata per antisemitismo e linciata pubblicamente, che invece, guarda un po’, avevano compreso già nel lontano gennaio del 2024 quanto stava accadendo.

Dubito tuttavia che i giornalisti e i politici mainstream che si affannano oggi a condannare Netanyahu, Cnn, Bbc e Mentana inclusi, abbiano cambiato idea. Si tratta infatti dell’ennesima manipolazione del cittadino ignaro. Sono gli stessi che non riescono a pronunciare la parola genocidio (pronunciata eccome dalla Cig dell’Onu), che pensano che Netanyahu sia una parentesi nella storia dell’unica democrazia del Medio Oriente, e che gli eventi di Gaza e di Cisgiordania siano il risultato di una guerra tra israeliani e palestinesi, di fanatismi opposti, di violenze giustificate nel caso di Tel Aviv dal suo “diritto a esistere”. Ci sarebbe da sorridere se ancora oggi in Palestina non si contassero le bare di innocenti e le carceri israeliane non nascondessero torture inaccettabili e detenzione di minorenni. Come afferma Roberto Scarpinato, rivolgiamoci con le primarie alla società civile: “Volete un’economia di guerra contro la Russia e la complicità al genocidio di Gaza, oppure un ritorno alla politica e allo Stato sociale?”. Questa è la scelta essenziale per salvare la nostra umanità.

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