lunedì 5 ottobre 2026

E noi ricicliamo!

 


Ora la plastica riciclata la bruciamo: quella vergine costa meno...


di Stefania Divertito 

A Rimini e a Cesena la plastica che mezzo milione di persone separa nel sacco giallo finisce incenerita insieme all’indifferenziato. I complottisti detrattori della raccolta differenziata lo sostengono da tempo, ma questa volta a metterlo nero su bianco sono le Regioni. Alla Conferenza del 10 settembre hanno approvato all’unanimità un documento che, tradotto per chi ogni sera sciacqua il vasetto di yogurt prima di buttarlo, dice: la plastica che separate in cucina non sappiamo più dove metterla. Le situazioni più gravi portano la firma di quattro giunte di colore diverso, Lazio e Marche guidate dal centrodestra, Sardegna ed Emilia-Romagna dal centrosinistra. Impianti con cancelli chiusi, piazzali pieni, nuovi magazzini affittati per gestire l’emergenza. E termovalorizzatori in piena funzione.

Il documento ufficiale si ferma alle Regioni che hanno risposto, ma la mappa è più larga. In Veneto un solo centro a servizio del bacino di Venezia aveva in pancia quasi 10mila tonnellate a fine agosto. Fuori dal censimento, a Brindisi un’ordinanza comunale ha sospeso per alcuni giorni la raccolta degli imballaggi in plastica e nel catanese il Comune di Pedara aveva già fermato il servizio. Nel Salento l’impianto di Galatone ha minacciato di respingere i camion se i ritiri promessi non fossero ripartiti. Il puzzle si compone scorrendo le ordinanze e le delibere comunali. La fotografia finale mostra un sistema al collasso.

Come ci siamo arrivati? Guardando i numeri sbandierati dai consorzi, la raccolta corre: nel primo semestre è cresciuta del 5%, quasi un milione di tonnellate. A casa le famiglie stanno facendo i compiti. Il guaio comincia quando quel materiale deve uscire dai piazzali. Il Corepla, il Consorzio nazionale che raccoglie, ricicla e recupera gli imballaggi in plastica, passa a ritirarlo sempre più di rado, perché i riciclatori che partecipavano alle sue aste hanno smesso di comprare. Il motivo è semplice: il prezzo. Secondo il consorzio una tonnellata di Pet vergine (la plastica delle bottiglie, la migliore, la più riciclabile) arrivata dall’Asia o dall’Egitto costa 750 euro, la stessa tonnellata riciclata in Italia 1.200-1.300 euro. Chi produce flaconi e vaschette, scegliendo il riciclato, pagherebbe il 60% in più.

Quanto sia larga davvero la forbice il governo non lo sa. Nel quadro conoscitivo presentato al tavolo della filiera della plastica il 28 luglio il ministero dell’Ambiente, che sul consorzio ha poteri di vigilanza, ammette di non avere dati certi su prezzi e margini: li ha chiesti agli operatori senza ottenere risposta. Ora le Regioni chiedono che fornirli diventi un obbligo.

Perché la plastica nuova costa così poco? Verrebbe da pensare al petrolio, il cui prezzo però vola e, infatti, c’entra poco. Per l’Agenzia internazionale dell’energia dal 2019 la Cina ha costruito impianti petrolchimici per una capacità pari a quella di Europa, Giappone e Sud Corea messe insieme: nel 2025 ha sfornato 17,5 milioni di tonnellate di Pet, più di sei volte quello che l’Europa è in grado di produrre. Negli Usa il polietilene si fa con l’etano del gas di scisto, che costa pochissimo. In sostanza, il mondo produce più granuli di plastica di quanti ne usi e il prezzo è crollato.

A complicare le cose ci si è messo Trump. Dal 1° luglio, con il regolamento che attua l’accordo sui dazi con gli Usa, l’Ue ha azzerato le tariffe sui prodotti industriali americani, polietilene compreso. Dall’Asia, intanto, arriva granulo dichiarato riciclato che nessuno può controllare: i codici doganali non distinguono il vergine dal rigenerato, lo ha ammesso la stessa Commissione Ue a dicembre, ma i codici separati promessi non esistono ancora. Quattro Regioni denunciano partite di origine ignota, buone solo per rispettare sulla carta le quote europee di riciclato. E ancora: per Assorimap, l’associazione dei riciclatori, rigenerare plastica in Italia costa il triplo che in Turchia o in Cina.

E il governo? La giunta emiliana aveva scritto al ministro già a metà giugno. Gilberto Pichetto Fratin lo scorso novembre, a Ecomondo, chiamava i rifiuti “il più grande giacimento che abbiamo”. Oggi quel giacimento sta nei piazzali, a rischio incendio (e infatti gli incendi ci sono, e preoccupano molto chi indaga), o va negli inceneritori: 26 dei 30 che hanno risposto all’Ispra non hanno più spazio.

Nel documento conoscitivo presentato a luglio il ministero elenca 26 interventi possibili, in gran parte “da valutare” o “da monitorare”. Fra questi il modello francese: da gennaio Parigi paga fino a mille euro a tonnellata a chi usa plastica riciclata col via libera di Bruxelles. Le Regioni hanno fatto notare, con il garbo dei documenti ufficiali, che nessuna delle 26 misure obbliga il consorzio a ritirare.

Il conto, intanto, si divide in tre. Lo pagano i Comuni, che coprono gli stoccaggi d’emergenza coi fondi ordinari del servizio rifiuti. Lo pagano le aziende, che versano al Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, un contributo più alto su ogni imballaggio in plastica, in alcune fasce un terzo in più. E lo paga lo Stato, perché dal 2021 ogni Paese finanzia il bilancio europeo anche in base alla plastica che non ricicla: 800 euro per ogni tonnellata di imballaggi. In quel conto entra anche la plastica che a Rimini e Cesena finisce nell’inceneritore.

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