Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 29 luglio 2026
L'Amaca
Ci penserà il buon Dio
di Michele Serra
C'è un distacco profondo tra il racconto mediatico delle ondate di calore (quelle appena trascorse, quella in arrivo) e il loro impatto politico. Emotività alle stelle e toni molto gravi sui media vecchi e nuovi, con florilegio angosciante di statistiche spietate; nessun rilievo evidente nell'agenda dei governi, né si ha notizia di un solo Parlamento al mondo che si sia mobilitato d'urgenza per discutere il da farsi.
In tutto il mondo, del resto, avanza e in molti Paesi governa la destra negazionista (Trump è il suo campione), che nega risolutamente il problema e considera ininfluenti (o faziosi, non si capisce per quale ragione) le migliaia di studi scientifici sul ruolo ormai accertato delle attività umane nel mutamento climatico. Perché mai l'uomo dovrebbe farsi delle domande, se non ha alcuna responsabilità in ciò che sta accadendo?
Al di là di questa constatazione (più vince la destra, meno ci si preoccupa del clima: sintesi brutale ma suffragata dai fatti e dalle parole), il tragico sospetto è che il cambiamento delle abitudini di vita richiesto dall'emergenza sia così radicale, e così impopolare, che nessuna classe dirigente al mondo avrebbe il coraggio e la forza per proporlo. E così si va avanti a vista, facendo finta di niente, sperando che sì, effettivamente l'allarme sia esagerato, che vuoi che incida un condizionatore a 20 gradi (temperatura media degli interni americani in estate; laggiù sono condizionati anche gli stadi da ottantamila posti), che vuoi che sia una centrale a carbone in più o in meno. Vale ancora, per molti, pensare che sarà il buon Dio a provvedere. E chi non confida nel buon Dio può sempre affidarsi a quella divinità minore, e però potentissima, che è il fatalismo. Precede la scoperta di Dio, il fatalismo, nella cronologia delle superstizioni.
Robecchi
Taca la bala. Urge allenatore mai stato a est di Bergamo: i nostri candidati
È davvero incredibile che in un Paese che vanta potenzialmente sessanta milioni di commissari tecnici della nazionale, non si riesca a trovarne uno che mette d’accordo, non dico tutti, ma almeno quattro o cinque persone. Ora, è possibile che mentre viene pubblicata questa rubrichetta sia spuntato finalmente un nome (Mancini? Conte? Lino Banfi?), ma al momento, mentre scrivo, ogni candidatura è valida, purché abbia il benestare di Pina Picierno e Carlo Calenda, gente che ha la facoltà di promuovere o bocciare direttori d’orchestra, cantanti lirici, allenatori, sovrintendenti, direttori di museo, stallieri, pasticceri, manutentori di ascensori e domatori del circo. Ci permettiamo quindi, approfittando del caos totale, di proporre i nostri candidati, certi che verranno presi in considerazione dai vertici dello sport nazionale. Ecco la lista del Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’associazione “Scapoli e ammogliati”, che di calcio si intende da tempi non sospetti.
Egidio Verigon. Tornitore di Conegliano Veneto, sessantadue anni, da cinquantanove discute di calcio al bar con una certa composta competenza che gli deriva da profondi studi tattici e dal massiccio consumo di prosecco. Verigon è un grande sostenitore del modulo nove-uno-uno, cioè nove giocatori davanti alla porta, uno a centrocampo che ordina da bere e un centravanti disperso lassù, nell’area avversaria, dove nessuno lo raggiungerà mai. Una buona soluzione con una pecca: una volta, nel 1976, ha letto un racconto di Gogol’, e questa sua vicinanza con la cultura russa lo rende sospetto. Piace alla Federazione, ma il veto di Pina Picierno potrebbe bruciarlo.
Marino Ferrini. Salumiere di Reggio Emilia, ha allenato per due anni la Nazionale Produttori di Parmigiano Reggiano, raggiungendo una finale regionale (persa malamente contro la selezione dei produttori di squacquerone, più fluidi nella manovra). Il suo motto è: “Nessun titolare, gioca chi è più in forma”, e infatti nelle ultime sei partite non è sceso in campo nessuno e le squadre avversarie hanno vinto a tavolino, una soluzione che ha evitato infortuni ai giocatori e un netto risparmio sui premi-partita. Purtroppo – il suo punto debole – abita in via Togliatti, il che ha portato al veto di Carlo Calenda: “Uno che abita in una via intitolata a uno che prendeva soldi da Mosca non può guidare la Nazionale”. Bruciato anche lui.
Gino Lorusso. Nonostante sia fieramente barese, staziona nel bar sotto casa mia, a Milano, ventiquattr’ore su ventiquattro, praticamente fa parte dell’arredo, e lo portano dentro insieme ai tavolini quando piove. Autodidatta, non è laureato solo perché non esiste la facoltà di “Lettura della Gazzetta”. Il suo modulo preferito è il cinque-uno-uno-uno-uno-uno, cioè una difesa massiccia e gli altri in fila indiana, perché non crede nello sviluppo sulle fasce. Che si sappia, non ha alcun legame con la Russia, che non saprebbe nemmeno indicare sul mappamondo. Sarebbe un perfetto candidato, mai sfiorato da scandali o polemiche, però il fatto che sua moglie si chiami Natasha, anche se è nata a Soverato, lo rende vagamente sospetto.
Nereo Rocco. Discreto centrocampista e immenso allenatore italiano, darebbe garanzie di bel gioco e qualità. Il fatto che sia morto nel 1979, quando Pina Picierno non era ancora nata, lo rende inattaccabile e lo allontana da qualunque polemica geopolitica. Il suo motto “Vinca il migliore? Speremo de no!”, lascerebbe sperare in un discreto piazzamento dell’Italia, almeno in un mondiale a 192 squadre.
Parole sante
Il profeta Draghi si vanta dei suoi infiniti fallimenti
Chi ha presente l’autore, Mario Draghi, non sarà sorpreso dal titolo del suo nuovo opus maximum, Competere o sparire (Rizzoli), una dicotomia fittizia sullo stile di quel famigerato “la pace o i condizionatori” con cui cercò di farci accettare la partecipazione di fatto alla guerra in Ucraina della Nato contro la Russia, deprecando le mollezze e gli agi consentiti agli italiani dai climatizzatori accesi grazie al gas russo.
Il sottotitolo è soave: Per un nuovo paesaggio europeo, dove la parola “paesaggio” serve ad ammorbidire le eventuali tensioni del lettore, comprensibilmente provato da anni di “sferzate”, “scudisciate”, “sveglie” e “scosse” di Draghi; è, diciamo, la vaselina che facilita l’assunzione del libro. Il primo capitolo si intitola “federalismo pragmatico”, espressione che Elly Schlein, in un’esoterica intervista al Foglio, ha piazzato lì per mandare un messaggio all’establishment che a suo dire le rema contro, e che significa qualcosa come “facciamo la federazione di Stati europei con chi ci sta”, con una Difesa unica e un potere che decide per tutti senza il vincolo dell’unanimità. L’incipit è biblico: “Quello attuale non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione”. Ora, “rivelazione” è il significato ultimo della parola “apocalisse”, che nella Bibbia indica il disvelamento di cose nascoste dato da Dio a un profeta, il quale profeta, ça va sans dire, sarebbe Draghi (voi ridete: nella prefazione, il giornalista economico Martin Wolf scrive: “Draghi non è più uomo d’azione. È diventato piuttosto il profeta dell’Europa”). Tuttavia, nel linguaggio comune la parola è usata per descrivere disastri immensi, guerre devastanti o la distruzione totale della Terra, quindi si mette bene.
La trama è avvincente: guerre, dazi, crisi energetiche, generati da una forza maligna e impersonale (i responsabili non sono chiari, nel libro, oppure è la Russia), hanno fatto lievitare il fabbisogno di investimenti strategici dell’Ue a quasi 1200 miliardi di euro all’anno. Dipendiamo da altri per gas, minerali, energie; nell’IA gli Usa investono cinque volte più dell’Ue. Draghi qui ha un’agnizione come quella dell’Odissea: “I nostri salari reali non sono riusciti a tenere il passo nemmeno con la nostra lenta produttività… Questa repressione salariale ha frenato i consumi e inferto un ulteriore colpo alla domanda interna causato dalla politica fiscale restrittiva”. Ma va’? E chi poteva immaginarlo?
Non certo Draghi, che nel luglio 2012, da presidente della Bce, lanciò il dardo divino del whatever it takes, a cui seguì il Quantitative Easing, per gli amici “Bazooka”, con cui la Bce creò moneta per acquistare titoli di Stato dei Paesi membri. Solo che, mentre Mario immetteva liquidità per salvare l’euro e abbassare gli spread, l’Europa, in ottemperanza al culto neoliberista tecnocratico di cui Draghi è Sommo Sacerdote (e la mitologica agenda Draghi il Vangelo), imponeva austerità fiscale e tagli alla spesa pubblica, così i benefici finanziari sono rimasti bloccati nel circuito bancario e nel salvataggio dei bilanci statali, senza tradursi in un vantaggio per le famiglie, che sono diventate sempre più povere. I greci ne sanno qualcosa: poiché il fallimento della Grecia avrebbe potuto trascinare a fondo tutta la virtuosa Eurozona, Unione Europea, Bce e Fmi (la mitica Troika) intervennero con piani di salvataggio da circa 289 miliardi, con cui lo Stato greco riuscì a ripagare gli interessi e i debiti contratti con le grandi banche creditrici tedesche e francesi. Allora tutto bene, no? No: purtroppo gli aiuti non erano gratis (“austerity”) e produssero sgradevoli effetti collaterali: crollo del Pil (-25%), devastazione dello Stato sociale (pensioni tagliate 13 volte consecutive), sanità demolita (carenza di farmaci negli ospedali), disoccupazione di massa, privatizzazioni forzate.
Pazienza, succede. La scommessa è l’anima della finanza. Come quando il Draghi presidente del Consiglio, ad aprile 2021, con 400 morti di Covid al giorno, motivò la decisione di riaprire tutto come un “rischio ragionato”, mandando in estasi i liberali per la “scommessa di Draghi”. Migliaia di anziani, fragili e malati furono sacrificati al sacro Pil. L’azzardo non sorride a Draghi. Nel giugno 2023, dal Mit di Boston, disse perentoriamente che non c’era alternativa alla vittoria dell’Ucraina sulla Russia e che per l’Europa “l’unica opzione possibile” era “garantire la sconfitta della Russia”; invece, come s’è visto, l’alternativa c’era: la prevedibile vittoria della Russia e il fallimento dell’Europa. Ma niente paura, la soluzione è nel titolo: competere. Come? Ovvio: risollevando l’economia europea con la spesa militare e le guerre. Anche perché “la Cina sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”. Non abbiamo terminato il libro perché sappiamo già come va a finire (e anche stavolta l’assassino è il maggiordomo).
Sempre in meno a pensare
Geopolitica pedatoria
Neppure il più fine umorista avrebbe potuto immaginare un Paese che caccia l’allenatore della Nazionale fresco di nomina Andrea Pirlo perché è testimonial della società privata russa di scommesse sportive Fonbet, dunque “putiniano”, e l’indomani lo sostituisce con Roberto Mancini, che ha allenato non solo la Nazionale dell’Arabia Saudita, orgoglio e vanto dello squartatore di giornalisti e recordman di condanne a morte Bin Salman, ma pure la squadra del cuore di Putin, lo Zenit San Pietroburgo, che ha come proprietario e sponsor Gazprom, il colosso energetico di Stato russo. Naturalmente a noi non frega una beneamata ceppa di ciò che pensano Pirlo e Mancini della Russia o dell’Arabia Saudita, ma pure del Madagascar o del Myanmar. Ci accontenteremmo che facessero un po’ meno peggio di chi è riuscito a farci sbattere fuori dagli ultimi tre mondiali: Gattuso, Ventura e lo stesso Mancini, che nel 2022 perse i play off financo con la Macedonia del Nord, per poi fuggire a Riad per 25 milioni di motivi (in petrodollari). Ma siccome gli acchiappa-putiniani che chiedono il permesso a Zelensky pure per andare alla toilette cantano vittoria per aver sgominato il filorusso Pirlo e altri noti complici dell’invasione in Ucraina come Maldini e Leonardo, siamo curiosi di sapere perché non dicono nulla sul putiniano e binsalmaniano Mancini. A meno che, si capisce, non confessino una buona volta che la loro allergia per le autocrazie e le guerre di aggressione è selettiva: riguarda solo la Russia e ogni tanto la Cina, mentre non vale per chi fa cose molto peggiori, ma dalla nostra parte: tipo Israele, Usa, Arabia Saudita, Turchia e altri paradisi terrestri.
Potrebbero salvarsi in corner eccependo sull’immoralità di sostenere società di scommesse, ma anche lì li vediamo male: la russa Fonbet fa esattamente le stesse cose delle italiane Lotto, Superenalotto, Gratta e Vinci &C., che incoraggiano la ludopatia sfruttando la disperazione della gente, ma tengono in piedi le casse dello Stato (e in passato pure di tv e giornali con pubblicità milionarie). L’altro giorno faccia di Merlo, su Rep, se l’è presa col putiniano Pirlo rammentando che “nel 2018 con il ‘decreto Dignità’ l’Italia ha vietato la pubblicità del gioco d’azzardo”. Ma s’è scordato chi lo varò: il governo gialloverde Conte1 su proposta dei 5Stelle, che lui definiva “eversivi” e “pericolosi per la democrazia”. L’idea di valutare Pirlo e Mancini in base alle loro capacità o incapacità non ha sfiorato nessuno. Altrimenti poi vai a spiegare perché il russo Gergiev, uno dei migliori direttori d’orchestra del mondo, non può esibirsi in Italia e il presunto filorusso Buttafuoco l’hanno cacciato da Radio Rai, mentre la fidanzata di Piantedosi è ancora lì.
martedì 28 luglio 2026
Inondiamoli!
Prendetevi 5 minuti, inondiamo di mail la RAI, di cui tra l'altro dovremmo essere attivi utenti visto che la paghiamo!
Ma la RAI significa, da sempre, REGIME e in questa pseudo democrazia, molto più dittatura che democrazia di nero vestita, accade che un poveretto, un pennivendolo, un peripatetico giornalista dal nome Giovan Battista Brunori, commenti un servizio su un assassinio di palestinesi per mano sionista, accade che il Brunori lo racconti come un attacco di palestinesi a dei poveretti israeliani che stavano facendo un ESCURSIONE!!!!
Non restiamo indifferenti davanti a questo scempio, a questa vergognosa narrazione dei fatti.
Pertanto, se volete, inviate una mail a questo indirizzo: service@rai.it
Questo il testo:
Spettabile Rai
Mi chiamo XXXXX XXXXX e sono una/uno telespettatore/telespettatrice del servizio pubblico radiotelevisivo.
Esprimo la mia più profonda indignazione di fronte all'ennesima e intollerabile mistificazione della realtà andata in onda sui canali Rai. Quando si racconta un conflitto nel quale sono in discussione crimini contro una popolazione civile, la scelta delle parole non è una questione di stile: decide che cosa il pubblico crede sia accaduto e chi lo abbia fatto accadere. Ribaltare deliberatamente i fatti non è cattivo giornalismo, è complicità narrativa.
Il 24 luglio 2026, al TG1 delle ore 20:00, il giornalista Giovan Battista Brunori ha aperto il servizio sui fatti di Tell con queste parole: «Vicino all'insediamento israeliano di Avat Gilad, non lontano da Nablus, un gruppo di palestinesi ha attaccato alcuni israeliani che stavano facendo una escursione e è scoppiato uno scontro».
Questa descrizione rappresenta una falsificazione vergognosa. Quel giorno un gruppo di coloni armati provenienti da quell'insediamento era entrato con la forza nelle case e nei terreni del villaggio palestinese di Tell, un'area interdetta ai civili israeliani. Il bilancio di questa aggressione è tragico: sono state uccise quattro persone della stessa famiglia, Farooq Ramadan, 41 anni, Imran, 33, Ibrahim, 31, Jawad, 28, e altre quattro sono rimaste ferite in condizioni critiche. Nelle ore successive i coloni hanno attaccato altri cinque villaggi intorno a Nablus. Definire escursionisti degli aggressori armati e descrivere come attacco palestinese il tentativo di difesa di una comunità assediata è un atto di sciacallaggio mediatico.
Non si tratta purtroppo di un episodio isolato, ma di una condotta sistematica che suscita vivo sdegno. Il 27 luglio 2025, da Kerem Shalom, lo stesso giornalista attribuiva il deterioramento degli aiuti destinati a Gaza al fatto che «non ci sono organizzazioni che lo vanno a prendere», basandosi unicamente sulle dichiarazioni del portavoce dell'esercito israeliano e senza interpellare le organizzazioni accusate. Una tesi smentita dai fatti: due giorni dopo FAO, UNICEF, WFP e OMS avvertivano che due delle tre soglie di carestia erano state superate a causa delle restrizioni imposte agli aiuti, e il 22 agosto 2025 l'IPC dichiarava ufficialmente la carestia, precisando che derivava da decisioni politiche e militari deliberate.
I giornalisti sono tenuti per legge ad attenersi ai fatti. L'articolo 2 della legge 69 del 1963 impone come obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, con lealtà e buona fede; il Testo unico dei doveri impone di verificare le fonti, di dare conto delle versioni difformi e di rettificare le notizie inesatte anche senza richiesta. Brunori ha calpestato ognuno di questi principi.
L'aggravante inaccettabile risiede nel fatto che Brunori non lavora per una testata privata, ma opera in qualità di inviato e corrispondente del servizio pubblico radiotelevisivo. Chi rappresenta la Rai ha il dovere morale, civile e professionale di garantire un'informazione terza, indipendente e accurata, libera da partigianerie e condizionamenti esterni. Il Contratto di Servizio impone alla Rai di assicurare il pluralismo e l'obiettività: trasformare la televisione di Stato nel megafono acritico della propaganda di una delle parti in causa è un tradimento del mandato democratico della Rai e un insulto alla dignità dei cittadini che sostengono e si fidano del servizio pubblico.
Davanti a questa reiterata e gravissima condotta, che tradisce la fiducia degli utenti e infanga la credibilità dell'intera azienda, chiedo fermamente al Consiglio di disciplina di esaminare i due servizi e di adottare i provvedimenti sanzionatori e disciplinari di competenza nei confronti del giornalista Giovan Battista Brunori.
Agli altri organi in indirizzo chiedo di valutare l'immediata necessità di un intervento correttivo e di una formale rettifica in prima serata.
Non si può più tollerare che il servizio pubblico si faccia megafono della propaganda di un esercito.
In fede,
XXXXX XXXXX

