sabato 1 agosto 2026

L'Amaca

 


Carne da naufragio

di Michele Serra


L'ipotesi che i migranti possano essere utilizzati come arma politica, carne da sbarco e da naufragio tal quale in guerra la carne da cannone, è così cinica e disumana che si stenta a prenderla in considerazione. Ma sono accadute tante cose, negli ultimi tempi, che avremmo pensato incredibili (una per tutte: Trump) e dunque è il caso di valutare seriamente l'idea che per destabilizzare l'Europa, odiata da chi odia la democrazia, ci sia chi organizza la manomissione del flusso, già disordinato, delle migrazioni.

La catastrofica vicenda di Ceuta è stata accolta dall'esultanza scomposta dei peggiori figuri del razzismo mondiale, come Ben-Gvir, Elon Musk e il mondo Maga; ma non hanno saputo sottrarsi al tiro a Sánchez e alla Spagna anche le destre europee di governo, Italia compresa, che approfittando dell'ingestibile invasione impallinano il trattato di Schengen, che in tema di libera circolazione degli esseri umani è un poco la madre di tutte le garanzie.

Rendere ingestibile il governo di un fenomeno già di suo molto impattante, così da fare leva sulle paure dell'opinione pubblica, fare avanzare ovunque i partiti sovranisti e finalmente mettere una pietra sul concetto di Europa come terra dei diritti e della tolleranza. Che questo sia un piano ben studiato, o solamente un'intenzione di infima moralità, ma di alto rendimento politico, non fa molta differenza. Il Marocco, migliore alleato di Trump nel Nord Africa, in questo caso sarebbe solo l'esecutore. I mandanti esultano sui social.

Consiglio nonno

 



Ellekappa

 



Natangelo

 



In ricordo del Capitano

 


Franco Baresi: Capitano per sempre

di Maurizio Crosetti


Sul crinale di quegli anni così caotici e pieni di frastuono tra gli Ottanta e i Novanta, incedeva Franco Baresi nel suo silenzio. Un'occhiata, e tutti capivano. I compagni e gli avversari. Teneva la linea, Baresi, in una difesa pensata per costruire, che poi è l'atteggiamento perfetto anche nella vita. Ci ha lasciato con garbo e misura, il capitano non solo del Milan e della Nazionale ma di uno stare al mondo nel migliore dei modi possibili, cioè con eleganza, educazione, fermezza e dignità. I famosi valori condivisi ben oltre i cortili del tifo, anche se poi è proprio lì che nasce o nasceva la bellezza del gioco, un quadrato d'asfalto, il segno bianco della pietra aguzza usata come un gesso per segnare le linee, i famosi sassi per le porte. E il resto s'immaginava, il resto erano pali e traverse fatti d'aria, trasparenti come cristallo.

Franco Baresi nasce appunto nel calcio dei cortili e dei campetti, è il 1960 e il suo miracolo è stato portare l'identica misura dentro una stagione in cui tutto cominciava a urlare, calcio compreso. Le pale dell'elicottero di Berlusconi frustano l'aria, il Milan trasporta spettacolo e persino politica, è un simbolo populista oltre che vincente, possiede lo stesso glamour a volte pacchiano delle tivù commerciali, eppure il capitano, il simbolo, l'eterno 6 è una statua scolpita nel marmo della classicità. Nel Milan roboante, ecco il fuoriclasse taciturno, fatto solo di concretezza.

Tre fratelli (Beppe, anche lui giocatore importante nell'Inter) e due sorelle, provincia bresciana, un'Italia antica e contadina, senza fronzoli. Orfani presto. La moglie, Maura, conosciuta al ristorante a Montevarchi durante un ritiro, passata in strettoie giudiziarie non piacevoli. Due figli, Edoardo e Giannandrea. Non ha avuto una vita facile, Franco Baresi, né sempre felice. Ma ha saputo attraversare anche il buio a testa alta, sapendo che dalla nebbia può materializzarsi una Coppa dei Campioni.

Come asso ha incarnato la postmodernità, perché è stato forse il più grande libero italiano di ogni epoca, dividendo il primato con Scirea da lui così diverso, e nello stesso tempo ha portato il ruolo a scomparire: l'ultimo difensore che resta in linea — la linea è tutto, non solo come baluardo estremo del portiere — ma detta il tempo nello spazio come se l'allenatore fosse Einstein più che Sacchi, infine disegna l'azione che riparte con il primo tratto scuro sul foglio bianco. Colui che chiamavano libero si trasforma, con Franco Baresi, nel play basso, metronomo e primo percussionista. Agli altri lo sviluppo e il compimento di un destino che si chiama gol: a Baresi interessava poco.

Campione di tutti, lui sì. Come quando, nel 1990, portò 39 rose rosse all'Heysel nonostante il divieto delle autorità belghe, 39 come i morti della strage. Neanche gli interisti lo fischiavano, perché la stima è qualcosa di più grande dell'amore, è più duratura. Una delle ultime bandiere, si dice sempre, però mai divisivo, non era di parte sebbene così milanista, e comunque era la parte giusta. Maradona volle la sua maglia, la indossò e disse che non aveva mai affrontato un difensore simile.

La lunga schiena fasciata d'azzurro è l'altra istantanea fulminante di quell'epopea: la maglia tenuta fuori dai calzoncini ne prolungava il dorso, dando più ampiezza a un calciatore che non arrivava al metro e ottanta ma in campo sembrava il più alto di tutti, forse perché tra tutti era il più sommo. La divisa dell'Italia trasfigurò Baresi nel 1994, lui che pure era stato campione del mondo nell'82 senza nemmeno un minuto di gioco, e che nell'86 fu lasciato a casa da Bearzot (i due non si presero mai). Terzo con Vicini a Italia '90, Baresi lo ricordiamo soprattutto nella finale di Pasadena contro il Brasile, 24 giorni dopo l'intervento chirurgico al menisco: 120 minuti perfetti, le chiusure impeccabili su Romario e Bebeto, i supplementari pressoché strazianti, i crampi maledetti e quel rigore fatale tirato comunque, calciato e sbagliato, perché il fato può sconfiggere l'eroe, non la mancanza di coraggio. Si tira perché sì, e si sbaglia, nel caso, perché si è avuto la forza di tirare.

Il leader non usa mai troppe frasi, parla con lo sguardo, i suoi discorsi sono occhiate perentorie. Jorge Valdano disse che, in campo, compagni e avversari per capire dove il gioco stesse andando non guardavano il pallone, non sé stessi e neppure gli altri, ma Franco Baresi. E se a tavola, in ritiro, qualcuno si metteva a fare un po' il cretino, le pupille del capitano lo fulminavano e basta così.

La malattia è arrivata non solo intempestiva e crudele ma silenziosa, scoperta senza sintomi in un controllo di routine. Un anno fa l'operazione al polmone, poi altro silenzio pieno di rispetto. Sembrava stesse meglio, il piscinin. Quando, a sorpresa, Franco Baresi riapparve nei televisori il 6 febbraio vestito da tedoforo, bianco come un fiocco di neve e come un malato, nella cerimonia inaugurale di Milano Cortina accanto all'amico interista Beppe Bergomi, si vide quanto fosse smunto. «È stata la più grande emozione sportiva della mia vita» ci disse con un filo di voce, il giorno dopo. Sarebbe stata l'ultima intervista, e forse lui lo sapeva anche se sul cancro tagliò corto, «è cosa passata». Chi non passerà mai è lui. In questi giorni di caos senza contrappeso, di frastuono scomposto anche per gli azzurri, si è capito ancora di più che quelli come Franco Baresi, i pochissimi, i rarissimi, sono cibo per l'anima e bussola nelle tempeste.

Daje Daniè!

 

Tajani scopre i fascisti poi li imita sui migranti 


di Daniela Ranieri 

Il sempre spumeggiante Antonio Tajani, ministro dei poveri Esteri e financo vicepremier, durante una riunione coi suoi senatori in merito al litigio coi meloniani sulla legge elettorale e sulle intercettazioni ha detto: “Io, i fascisti di Roma li conosco: con loro bisogna usare la forza”. Ora, se uno pensa ai “fascisti di Roma” (sulla falsariga dei “nazisti dell’Illinois” dei Blues Brothers) dentro al Parlamento, pensa subito a quelli cresciuti nella sezione del Colle Oppio, in primis la Meloni, “coatto antico in un corpo da bambina”, secondo la canzone che una rock band di estrema destra le dedicò nel 1998. Infatti lei si è imbufalita e ha chiesto chiarimenti ad Antonio, come a dire: “Cos’è, anche le pulci hanno la tosse?”; al che lui le ha giurato che trattavasi di “iperbole” (da cui: o voleva dire “un po’ fascisti”, o non sa cos’è un’iperbole) e che stava facendo un discorso motivazionale ai suoi per caricarli a pallettoni contro i leghisti, notoriamente più romani di Aldo Fabrizi. Per battere i fascistoni, forte del suo physique du rôle, il partigiano Antonio ha usato l’esortazione più fascia che si possa pensare: “Come i Romani: si vince con l’unità della falange!”: i danni che fanno i video fake di Vannacci sulle menti fragili. Chissà quale “forza” uno come Tajani sia convinto di poter far valere, se quella fisica, quale sola si sospetta conoscano i fascisti di ogni città, o intellettiva (Tajani contro Rampelli sulle preferenze: praticamente la versione politica di Newton contro Leibniz sulla paternità del calcolo infinitesimale), e comunque la si metta rischia parecchio. Non resta che la forza politica: eliminando le preferenze, Tajani spera di poter lucrare ancora qualcosa sul nome di Berlusconi, grattandolo dal simbolo e dalla fiducia che la figlia Marina sembra ancora accordargli; i listini bloccati, coi candidati scelti dal vertice (cioè sempre Marina), garantiscono al non-partito Forza Italia di blindare candidati fedeli che nessun cittadino ha mai visto in natura, opportunamente tenuti al fresco in qualche cantinetta refrigerata di Cologno Monzese o parcheggiati in qualche giunta siciliana dal 1994. Sarebbe spiacevole, per Antonio, ritrovarsi convocato dai due eredi nel quartier generale di Mediaset come nell’aprile scorso, quando Marina e Pier Silvio gli comunicarono che avrebbero cambiato i capigruppo di FI alla presenza dell’amministratore delegato di Fininvest. Come spiegherebbe ai padroncini di non avere voce in capitolo nemmeno sulle intercettazioni a strascico, ora previste solo per mafia e terrorismo, che FdI vuole estendere alle indagini su corruzione, scambio elettorale politico-mafioso e altri reati dei colletti bianchi, quando Nordio le toglierebbe pure per i mafiosi, che “non parlano al telefono”?

È buffo che Tajani si preoccupi solo ora della presenza in maggioranza di nostalgici del Ventennio, quando fu proprio il padrone del suo partito a portare i fascisti al governo del Paese; né risulta che abbia mai preso le distanze su alcunché dai nipotini di Almirante. Ma Antonio ultimamente ha spesso crisi di coscienza: dopo aver definito “inaccettabile” la condotta peraltro impeccabile degli israeliani contro diplomatici italiani, carabinieri, il cardinale Pizzaballa, statuette della Madonna e da ultimo contro l’Italia, definita “il Paese delle ciabatte” da Ben-Gvir (giammai contro 80 mila civili palestinesi massacrati), giorni fa ha detto di trovare “inaccettabili” le violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania, ma solo perché “indeboliscono la posizione e l’immagine del Paese”, cioè rovinano agli occhi del mondo la specchiata reputazione di Israele; reputazione che lui, Antonio, ha contribuito a edificare, votando contro le tregue umanitarie e rafforzando i rapporti militari con Tel Aviv col pretesto del dual use.

Ieri, siccome lui odia i fascisti alla Vannacci, s’è affrettato a strumentalizzare l’attraversamento del confine di Ceuta di migliaia di migranti provenienti dal Marocco: “Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano che la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500 mila immigrati irregolari è stata profondamente sbagliata”. Una squallida menzogna, visto che la frontiera di Ceuta (che è in Marocco, e in mezzo c’è lo stretto di Gibilterra) è sbarrata con un recinto dal 1996 e militarizzata dal 2005, e i migranti a cui il governo spagnolo concede il permesso di soggiorno (non la cittadinanza) sono quelli che risiedono legalmente e continuativamente in Spagna per 5 anni consecutivi, non certo i fuggiaschi di Ceuta. D’accordissimo stavolta col governo presso il quale presta servizio, Tajani si è detto “favorevole alla chiusura dello spazio Schengen con la Spagna”, come se i migranti di Ceuta stessero fermi a un semaforo di Pamplona in attesa di varcare i Pirenei e di raggiungere Lourdes, indi Mentone; poi, da lì a Genova, è un attimo.

In mano a dei pazzi

 

Le guerre degli altri


di Marco Travaglio

Il governo che qualche comico si ostina a chiamare “sovranista” ci ha infilati in un’altra guerra, ovviamente senza dichiararla: a marzo ha schierato aumma aumma, con mezze frasette ambigue in audizioni e risoluzioni parlamentari, almeno 400 soldati italiani col contorno di caccia, aerei spia, batterie anti-missile e cannoni anti-droni, in Arabia Saudita. Avete capito bene: per proteggere il regime sanguinario e patibolare di bin Salman, squartatore di giornalisti dissidenti e recordman mondiale di impiccagioni. Gli dobbiamo forse qualcosa? Abbiamo interessi nazionali in casa sua da proteggere? Nulla, nisba, nada. L’ultimo vero governo sovranista, il Conte2, vietò la vendita di armi all’Arabia che le usava per sterminare gli yemeniti nella guerra contro l’Iran che combatteva sulla loro pelle e sul loro territorio. Conte cadde subito dopo per mano di Renzi, che guardacaso quel giorno era a Riad per concionare a gettone in lode del “nuovo Rinascimento” saudita. Poi con Draghi le armi italiane tornarono a fluire a Riad. E pure con la Meloni, che accusava la “sinistra” di complicità con bin Salman, poi gli fece gli occhi dolci e affari miliardari nella tenda. Ora si scopre che gli manda pure i soldati, da quando s’è resa complice della guerra illegale al solito Iran, al seguito di Usa e Israele. Così Teheran avrà il pieno diritto di rappresaglia.

Un governo davvero sovranista farebbe gli interessi del popolo italiano, non quelli diametralmente opposti di Washington, Tel Aviv e Riad: le ondate migratorie e terroristiche che seguono ogni guerra in Medio Oriente arrivano da noi. Lo stesso vale per l’Ucraina, che da quattro anni tenta di trascinarci in guerra con la Russia (nemico suo, non nostro) e ora pure con l’Iran. Per farsi armare pure da Trump e Netanyahu, Zelensky s’è imbucato nella loro guerra (come se non gli bastasse la sua) attaccando navi iraniane. Ma le armi gliele regaliamo o paghiamo tutte noi. Quindi l’Ue, se esistesse, dovrebbe domandargli: scusa, caro, chi ti ha autorizzato a usarle contro l’Iran, esponendoci alle rappresaglie? E se l’Iran, com’è è suo diritto, bombarda Kiev, tu che fai: vieni a piangere da noi perché interveniamo o ti armiamo anche sul nuovo fronte aperto da te? Fortuna che ci ha pensato Trump a rimetterlo in riga, facendo pure dietrofront dall’insano proposito di cedergli le licenze dei Patriot. Casomai servisse, l’invasione di migranti marocchini a Ceuta dimostra che la vera minaccia per l’Europa non arriva da Est, cioè da Mosca; ma da Sud, cioè dal Mediterraneo fra Africa e Medio Oriente. L’hanno capito persino gli Usa, che prima ci hanno imposto Putin come nemico e ora hanno fatto pace con lui. Ma noi, furbi, continuiamo a combattere le loro guerre: quelle nuove e pure quelle vecchie.