lunedì 13 novembre 2023

Contro le idiozie


Ricordatevi che tra quattro giorni questo social potrebbe venire a casa nostra per scudisciarci, per una clausola trovata da Mr Bean Stokazz, che vanta ben 112 post sulla riproduzione della cinciallegra ed è stato acclamato presidente di riunioni condominiali per oltre un decennio, dove ha compreso la differenza tra un vaccino ed un tè alla pesca. 

Entro ventiquattr’ore Facebook quindi inizierà a scudisciare, ed è per questo che dichiaro che sono di mia proprietà tutte le salviette acquistate dall’emporio qui sotto casa, e mie sono tutte le calze riposte nell’apposito scomparto del mio armadio. 

Dopo aver recitato a memoria la formazione della Cremonese del 1984, gira tre volte attorno al tavolo e pronunzia a gran voce il discorso di Andreotti alle camere nel suo V governo, e poi invia questo scritto ad non meno di 342 amici.

Interessante


“L’economia è politica”: parole antiche per conflitti del futuro

Spiegato in modo semplice: come funziona il sistema, a cosa serve l’austerità, perché dobbiamo dipendere dal mercato? Il nuovo libro di Clara Mattei

di Marco Palombi

Si potrebbe dire che parliamo di occhiali. Tra Cinque e Seicento un poligrafo geniale come Traiano Boccalini scrisse, nei suoi Ragguagli di Parnaso, di quelli fabbricati nell’officina di Tacito, che permettevano ai lettori di leggere la realtà del potere ben al di là degli interessi della Ragion di Stato, strumento più che altro necessario a “cavar denari dalle mani de’ popoli”. Gli occhiali diventano “la lente critica” in L’economia è politica (Fuori Scena, Gruppo Cairo) di Clara Mattei – economista della New School for Social Research di New York e, tra le altre cose, collaboratrice del Fatto Quotidiano – ma per come è messo il dibattito pubblico forse questo libretto assomiglia più a un tentativo di rieducazione motoria che alla fornitura di buone lenti: re-imparare a camminare, “in nuove terre per antiche strade” secondo una formula felice.
Intanto, siano avvertiti i lettori, nel testo si imbatteranno in parole ormai desuete, espunte dall’uso comune: il sistema economico vigente viene addirittura chiamato “capitalismo”, come se fosse una forma storica e non un dato di natura (spoiler ironia), l’espressione “lavoro salariato” è usata come sinonimo di “sfruttamento” etc. La tesi di fondo è semplice, ma risulterà comunque sorprendente per i più: “L’ordine del capitale ha una natura essenzialmente relazionale, quindi politica”, una visione scontata per gli economisti classici (Marx, certo, ma anche Adam Smith e David Ricardo), sostituita un centinaio d’anni fa da una “economia intesa come una scienza pura e oggettiva, che risponde a leggi inaggirabili. Non ci sono alternative, non ci resta altro da fare che affidarci agli esperti”.
Il più grande inganno del diavolo è stato far credere al mondo che non esiste: “L’ordine del capitale non è un dato naturale garantito una volta e per sempre, al contrario, esso va costantemente difeso”. A questo serve l’austerità tanto fiscale (sulla spesa pubblica), che monetaria (le banche centrali indipendenti come “scala mobile” della rendita) o industriale (le politiche anti-sindacali). Una cassetta degli attrezzi creata un secolo fa col contributo anche di studiosi italiani: “Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Umberto Ricci e, last but not least, Luigi Einaudi”. Per chi avesse dubbi sull’accostamento, sappia che il catalogo è opera di Alberto De’ Stefani, primo ministro delle Finanze (e poi anche del Tesoro) di Mussolini in una lettera allo stesso Einaudi (“ai giovani io consiglio le opere di quattro grandi fascisti italiani non militanti e non tesserati”, quelli di cui sopra appunto).
È a questo punto che potrete misurare la distanza di questo libretto dalle posizioni critiche comm’il faut: “Coloro che vogliono essere critici dell’austerità perdono di forza politica se credono semplicemente di sminuirla riducendola a un ‘errore di policy’, incapace di abbassare il debito e di aumentare la crescita. È chiaro, infatti, che essa si occupa di una questione assai più fondamentale: assicurarsi che non vi siano alternative al vivere come lavoratori sfruttati”. Ne consegue un altro fatto dimenticato: “Nella nostra società l’intervento dello Stato in chiave redistributiva (assistenza sanitaria, alloggi sovvenzionati, sussidi di disoccupazione o redditi di cittadinanza) ha dei limiti politici ben precisi: non può spingersi fino a violare il presupposto della dipendenza dal mercato”.
Reimparare a camminare, riconoscere conflitto (cioè politica) dove si chiede responsabilità, ricordarsi che “la fiducia dei mercati è inversamente proporzionale al benessere dei cittadini” passa anche per il gusto di concedersi domande ingenue, da bambini, che nessuno ritiene più di doversi e dover fare: “Perché la stragrande maggioranza delle persone dipende dal mercato per vivere?”. Il mondo produce cibo in quantità tale da sfamare l’intera popolazione mondiale, eppure 800 milioni di persone soffrono la fame e questo mentre un terzo di quel cibo viene buttato ogni giorno perché non è stato venduto. Com’è possibile che accada? “Ciò che è irrazionale secondo la logica dei bisogni è invece del tutto razionale secondo la logica dei profitti”. Ma è accettabile?
Certo, quando uno ha imparato a camminare vorrebbe subito correre da qualche parte: purtroppo non c’è posto dove andare e non si sa neanche con chi andarci. Non è colpa di nessuno, men che meno di una giovane economista italiana che insegna a New York, ma “delle repliche della Storia bisogna pur tener conto. La Storia a volte è nemica. Lo è stata in particolare negli ultimi decenni, da quando è stata abbattuta l’unica forza politica che la contestava”. Lo ha scritto l’anno scorso Mario Tronti, marxista “nel mondo ma non del mondo” fino al 7 agosto 2023. Saper camminare, comunque, è già molto.

domenica 12 novembre 2023

Eppur si muove!




Macabro rapporto

 




Memento

 


Che aspettate?

 


Riflettiamo con Antonio

 

Gli affari di guerra di Confindustria
“Gaffe dell’uomo di Bonomi: brinda al conflitto”.
di Antonio Padellaro
Si chiama Maurizio Minghelli ed è il presidente del Comitato Piccola industria Emilia-Romagna ma, soprattutto, è il proprietario della Astim srl, azienda di elettronica nel settore Difesa. Leggiamo nella cronaca di Claudio Antonelli e Alessandro Da Rold che, a proposito della guerra a poche centinaia di chilometri dai nostri confini, Minghelli racconta che in questi giorni, in azienda, ripetono un motto che altro non è che il titolo del film di Alberto Sordi: “Finché c’è guerra c’è speranza”. Poi, egli aggiunge soddisfatto che il fatturato della sua azienda “sta aumentando”. Siamo a Roma, è il 10 ottobre e soltanto tre giorni prima c’è stato il massacro dei tagliagole di Hamas in Israele. Tra i partecipanti al consiglio centrale della Piccola industria di Confindustria, “cala il gelo”. Fermiamoci qui per dire, innanzitutto, che le parole di Minghelli sono la fotografia della lunga fase di assoluta prosperità dell’industria delle armi. Un settore di cui l’Italia è leader in una torta (si fa per dire) che nel 2022 si è spartita a livello mondiale circa 2 mila miliardi: 5,8 miliardi di dollari al giorno. Tra i 100 maggiori produttori di armamenti il tricolore svetta (si fa per dire) da Leonardo e Fincantieri, in 13esima e 47esima posizione. Ricavi delle due società dalla sola vendita di armi da guerra: 13,8 miliardi (legittima soddisfazione che sprizzava in una foto che qualche giorno FA ritraeva i vertici di Leonardo). Va poi detto che Minghelli forse sarà stato un po’ troppo diretto ma, almeno, non ha peccato di ipocrisia (riscontrabile, viceversa, nel “gelo” degli altri imprenditori che, ne siamo certi, darebbero non diciamo cosa per avere lo stesso exploit di fatturato). L’augurio degli industriali del settore che ci siano sempre più guerre sul pianeta può ricordare, scrivono i colleghi de “La Verità”, i due costruttori che, intercettati nel 2009, festeggiavano per il terremoto dell’Aquila. Qui abbiamo “l’aspettativa di ulteriore importante incremento del portafoglio ordini nel 2023”. Come dire che in quanto a morte e distruzione si può sempre fare meglio. Va notato, al tirar delle somme, che nell’agghiacciante contabilità che mette a confronto i 1.400 morti israeliani per mano di Hamas con le quasi 11 mila vittime causate dai bombardamenti israeliani l’industria delle armi può a buon diritto mantenere una posizione bilanciata ed equidistante. Infatti, i fucili a ripetizione che hanno sterminato i ragazzi del rave nel deserto (lavoro completato con armi da taglio riconducibili tuttavia ad altro comparto), come i razzi jihadisti che martellano il sud di Israele e quelli di Hezbollah sparati da nord, come i missili, le bombe e i caccia bombardieri con la Stella di David che hanno raso al suolo Gaza e i suoi abitanti, tutti fanno parte di un format produttivo globale. Una livella che in Medio Oriente senza distinzione alcuna di bandiera, di religione, di etnia (ma anche di età e di genere, alla luce dei “danni collaterali” delle migliaia di bambini uccisi dai raid su Gaza) rappresenta una sostanziosa fetta del “portafoglio ordini” dell’industria delle armi (o se si preferisce della “Difesa”, per usare il linguaggio del ministro Crosetto, grande esperto del ramo). L’altro cospicuo mercato del sempre più florido settore è naturalmente costituito dalla guerra in Ucraina. Al momento un tantino oscurata dagli eventi mediorientali ma pur sempre ricca di soddisfazioni per il fatturato. Diciamolo: come fanno i Minghelli di vario calibro a non brindare festanti? (illuminante la vignetta del “manifesto” di ieri dove c’è uno che dice: “Sogno un mondo senza guerre” e l’altro risponde: “E chi se lo compra?”).