mercoledì 11 gennaio 2023

Constatazione

 


Ragogna!

 


Robecchi in forma!

 

Governo e benzina. Hanno la faccia come il pieno: le accise dei dilettanti
di Alessandro Robecchi
Quello della benzina, e di suo fratello gasolio, è un caso di scuola, una dimostrazione pratica di come la politica – sempre presentata come complicata alchimia – possa essere letta anche dalle persone più semplici, con ragionamenti lineari. Il benzinaio di Occam, insomma: la spiegazione più semplice è spesso quella più probabile.
Chi fino al 25 settembre 2022, data delle elezioni, ululava più forte contro le accise sui carburanti, una volta eletto non solo non le ha ridotte, ma ha ripristinato anche quelle ridotte dal governo Draghi. Come promettere di darvi dei soldi (parliamo più o meno di un miliardo al mese) e poi fregarveli da sotto il naso: furto senza destrezza.
Sedici, diciotto, venti centesimi. Tanto dovevano aumentare i carburanti per colpa delle accise ripristinate del governo di Giorgia Meloni, quella che prima delle elezioni vibrava di indignazione contro le accise. E invece, colpo di scena, gli aumenti sono lievitati del doppio e anche di più con grande sorpresa dei governanti che hanno fatto ooohhhh!, e invocato il solito spettro della “speculazione”. Speculazione, sia detto per inciso, sempre a opera di ignoti, che loro sarebbero pagati per combattere, invece di restare stupefatti, basiti e paralizzati dallo stupore.
Un aumento consistente dei carburanti, naturalmente, porterà ad un aumento di tutte le merci che vengono trasportate, e siccome non esiste un prodotto di consumo che arrivi a casa vostra a piedi, nel giro di qualche settimana aumenterà tutto perché – signora mia – è aumentata la benzina. E siccome non abitiamo su Alpha Centauri come alcuni dei ministri del governo italiano, sappiamo anche che i prezzi aumenteranno di qualche decina di centesimi più dell’aumento dovuto ai carburanti. Riassumendo: il governo di quella signora che in campagna elettorale si faceva filmare al distributore minacciosa e indignata contro il caro carburanti, ha rincarato i carburanti, avviando una vera e propria spirale di aumenti delle merci di consumo, una vera manovra recessiva che si aggiunge all’inflazione superiore al dieci per cento. Una dichiarazione di guerra ai cittadini, insomma, una specie di esproprio.
Per fortuna ci viene in soccorso Giovanbattista Fazzolari, che di lavoro fa il sottosegretario, oltre che il “Responsabile del programma di Fratelli d’Italia”, il quale ci spiega che i soldi che finanziavano il taglio delle accise sotto il governo Draghi oggi sono stati destinati a “misure mirate ai aiutare i più deboli”. Capito, Robin Hood Fazzolari? Voi pagate la benzina anche quaranta, cinquanta, sessanta centesimi in più al litro, e così il governo aiuta i più deboli. Non siete orgogliosi? Se poi vai a vedere chi sono ‘sti deboli che stai aiutando… mah… le partite Iva da 85 mila euro l’anno, i presidenti delle squadre di calcio, le spese per gli armamenti, e altre meritevoli debolezze. I deboli veri, ovvio, cazzi loro.
A una settimana dal consiglio dei ministri che ha ripristinato alcune tasse sui carburanti, insomma, il/la presidente del Consiglio e i suoi più ascoltati consiglieri sono costretti a riunirsi per discutere dell’aumento dei carburanti, e probabilmente a convocare un altro consiglio dei ministri per affrontare il rincaro dei carburanti. Se gli fate notare la figura da cioccolatai e la distanza lunare tra quel che dicevano prima delle elezioni e quello che fanno dopo, si metteranno a frignare e a dare la colpa ad altri (la speculazione!), perché le accise sul vittimismo dei dilettanti sono sempre altissime.

Per i fondelli travagliati

 

L’infiltrato putiniano
di Marco Travaglio
Allarme russo, ripeto: allarme russo. Un pericoloso putiniano, aiutato dai soliti hacker moscoviti, s’è infiltrato nelle pagine di Repubblica per ribaltare di 180 gradi la linea di Sambuca Molinari. L’ignoto intruso, che si spaccia per l’economista americano Jeffrey D. Sachs e – leggiamo sgomenti – “comincia con questo articolo la sua collaborazione con Repubblica”, riempie un’intera pagina sotto il titolo ingannevole “Lula uscirà rafforzato. Ora la vera sfida è salvare l’Amazzonia” per bombardarne senza pietà 11 mesi di editoriali turboatlantisti sulla guerra russo-ucraina: “Qui in Occidente siamo bombardati da narrazioni ufficiali ridicole, perlopiù provenienti da Washington”. Quali? Guardacaso, le stesse di Sambuca, Johnny Riotta, Merlo, Messina, Folli, giù giù fino a Cappellini: “La Russia è il male puro, la Cina è la più grande minaccia per il mondo e solo la Nato può salvarci… Dabbenaggini imbastite dal Dipartimento di Stato” e rilanciate da Rep e dalle altre filiali locali del Pentagono, che “ci intrappolano in guerre che non avrebbero mai dovuto verificarsi e vanno fermate con i negoziati piuttosto che con l’escalation”.
Oddio, e quali guerre? “È stato il tentativo Usa di espandere la Nato alla Georgia e all’Ucraina a scatenare le guerre in Georgia (nel 2010) e in Ucraina (dal 2014 a oggi)”. Questo bel tomo ignora il primo comandamento del Decalogo atlantista: c’è un aggressore e un aggredito. Anzi, peggio: iscrive Usa e Nato fra gli aggressori di Georgia e Ucraina. Ma non solo: “Né il bombardamento Nato di Belgrado nel 1999, né i 15 anni di missione fallita in Afghanistan, né il bombardamento della Libia nel 2011 hanno centrato gli obiettivi”. E, parlando con pardon, “neppure la Cina è una grave minaccia come viene dipinta oggi in occidente”, perché “non viviamo più in un mondo guidato dagli Usa e neppure diviso fra gli Usa e la rivale Cina. Siamo in un mondo multipolare, in cui… alleanze militari come la Nato… sono un pericoloso anacronismo”. E tutto questo – ripetiamo con sgomento – su Rep: un autobombardamento in piena regola, che non può restare impunito. Prima però bisogna dare un nome e un volto al putribondo figuro. Da quel che scrive, il campo si restringe a pochi pacifinti putiniani: il professor Orsini, i filosofi Cacciari e Di Cesare, i generali Mini e Bertolini, il fisico Rovelli, gli storici Barbero, Canfora, Cardini, D’Orsi o forse, chissà, il direttore del Fatto Putiniano. Che aspettano il Copasir, il Dis, l’Aise, l’Aisi e la Digos a indagare? E dove sono Riotta, la Tocci, il commissario Iacoboni, il duo Sarzanini-Guerzoni e gli altri ghostbuster di hacker e agenti russi? Urge aggiornare le liste di proscrizione. Non c’è un minuto da perdere.

L'Amaca

 

Che cosa Pompei ci racconta
DI MICHELE SERRA
Vedo e sento il ministro della Cultura, Sangiuliano, spendere a Pompei nobili parole su quella città dissepolta, simbolo, dice al Tg2 (ex suo), dell’identità nazionale. (Alle parole “Nazione” e “nazionale” azionate sempre le sirene di allarme: nove volte su dieci non sbaglierete).
Non voglio infierire rammentando il facile abuso che il fascismo fece della romanità e dell’Impero, realtà cosmopolite, interreligiose e multiculturali che la propaganda nazionalista trasformò in un mito provinciale, parodia cartapestacea di una monumentalità irripetibile.
Parlare, a Pompei, di “identità nazionale” è come ridurre, duemila anni dopo, i confini del mondo classico a una porzione davvero minima dell’Europa, l’Italia attuale, che tanto ci è cara quanto ci sono note la sua ridotta dimensione e la sua piccola influenza.
Più subdolamente, piace fare presente a Sangiuliano che Pompei, come raccontano i suoi affreschi licenziosi, il suo lusso ostentato e poi calcificato dal vulcano, era una tipica realtà radical chic. Ante litteram. Un conservatore dell’epoca avrebbe speso parole di condanna per quegli antichi gaudenti, avviati alla decadenza, avvinazzati ed erotomani, che l’eruzione punì severamente ben prima che i cristiani e i barbari (in ordine di apparizione) arrivassero a occupare Roma e a mutarne il destino, diventando Roma essi stessi.
Quello che sbalordisce, visitando Pompei, è la raffinatezza del mondo classico e al tempo stesso la sua fragilità.
Dobbiamo vivere felicemente e poi ci tocca morire — questo racconta Pompei — e non si capisce bene quanto di “italiano”, e non di mondiale e di umano, ci sia in questa piccola storia di splendore e di sgomento.

martedì 10 gennaio 2023

Memento

 

Tra smargiasso e faceto, sta avvenendo sotto i nostri occhi prosciuttati una delle più dolorose scomparse politiche degli ultimi decenni: la fine di quello che alloccamente definiamo un partito di sinistra, il Partito Democratico. 

Sventrato nei suoi dogmi sparigliati da decenni di insalubre politica, ridicolizzato da segretari inadeguati, in primis la macchietta vivente, colui che tra ridanciano e comportamento giullare ha divelto i principi morali ereditati dagli antichi padri, si proprio ello, l'amico del rinascimento arabo a pagamento, l'attuale rimasuglio diretto sino a poco tempo fa da un incapace appisolato, ondivaga senza alcuna meta nei meandri dell'opposizione, ululando alla luna per certe scelte dell'attuale compagine governativa di nero vestita, che nel recente passato erano via maestra per l'apparente compagine di sinistra, vedasi i latrati contro lo spoil system della Caciottara, in realtà una metodologia da lustri applicata in ogni dove dai soloni pidini. 

Sempre al governo con chicchessia senza aver avuto l'appoggio dell'elettorato, ruminando e digerendo leggi squallide rivoltanti nelle tombe i predecessori illustri, questa accozzaglia di mestieranti della politica estikazzistica, pretenderebbero che ancor oggi qualcuno appoggiasse le loro strambate logorroiche fini a se stesse, non avendo alcuna remora a continuare a proporsi per un'innovazione dal sapore disgustoso, visto che nell'establishment attuale, la stragrande maggioranza pervicacemente vorrebbe continuare a gozzovigliare proseguendo nella mastodontica presa per il culo verso il mondo dei lavoratori. Fassino che parla di nuovo corso, rimanendo ancora in tolda, è l'esempio più eclatante; non sono però da meno i vari Franceschini - complimenti per i milioni buttati nel cesso con la comicissima esperienza della ItsArt, la tanto declamata Netflix di stokazzo dell'arte che proponeva a pagamento programmi scaricabili gratis su Rai Play e che nel giro di pochi anni si è rivelata un flop vergognoso, anelante l'anonimato - e poi la Serracchiani e il suo improvvido parrucchiere, Buster Orlando, e via via tutti gli altri compreso la ciurma di fedeli accalappiatori di prebende nascosti nelle partecipate statali. 

Ma la nota più dolente pidina è, al pari di tutti gli altri partiti, il silenzio attorno a quella sana e motivante scelta operata dal Movimento Cinque Stelle: dopo due mandati, dieci anni, qualunque incarico ricoperto, qualsiasi sedia posseduta, te ne vai a casa senza passare dal via! Invece la combriccola di finta sinistra, persevera a non togliersi dai coglioni, ammorbando l'aria con fregnacce ingoiate a memoria, senza dignità, sperando ancor oggi nella presenza massiccia di allocchi che caschino dentro la nassa sperando in un mondo migliore. Purtroppo per loro i tempi sono cambiati, la gente si sta risvegliando dal letargo, le nenie e le sirene non intontiscono più come negli anni d'oro (per loro). Non contenti della debacle definitiva in arrivo, del quattordicipercento che i sondaggi attribuiscono all'assemblaggio pidino, i fantasmini inani continuano a scialacquare ragione e sentimento, contraddicendosi persino nella preparazione dell'oramai famigerato congresso, spostandone la data, tramando e continuando a prefabbricare tresche, inciuci, minando scelte innovative, custodendo piduescamente l'esistenza delle famigerate correnti, il male più oscuro e becero della loro politica. 

Praticamente è come se fossero sul Titanic e dal bar chiedessero un pochetto di ghiaccio e qualcuno auto-investitosi conducator dicesse al timoniere: "dirigiti su quello scoglietto bianco che ne prendiamo un po' per gli aperitivi!"           

A proposito del reddito

 

Reddito di scemenza
di Marco Travaglio
Ieri, su La7, quel gigante del pensiero che risponde al nome di Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport (ma perché solo condirettore? Facciamolo almeno direttore!), ha brillantemente risolto col suo fiuto proverbiale il caso della guerriglia fra ultras del Napoli e della Roma: “Quanti di questi signori hanno completato i loro studi e quanti godono del Reddito di cittadinanza? Capisco che è una provocazione un po’ aggressiva. Ma sono curioso di capire, perché qui è il cuore del problema: la democrazia parassitaria e assistenziale con cui lo Stato governa una parte del Mezzogiorno”. E certo: è questo il cuore del problema. Se si dovesse mai scoprire che quei facinorosi percepivano il luculliano assegno mensile di 500 euro per stare sul divano (ma magari!), sarebbe inutile interrogarsi sull’abbandono scolastico; della disoccupazione, del degrado e della rabbia sociale nelle periferie urbane, soprattutto nel Centro-Sud; dei rapporti fra gruppi ultrà, criminalità comune e organizzata, estremismo politico e spesso anche società di calcio che pagano viaggi in auto, in treno, in aereo più vitto e hotel a giovinastri nullatenenti per sostenere le squadre o perché ne sono ricattate. Queste brutte cose non esisterebbero senza il Reddito di cittadinanza: infatti mica c’erano fino a tre anni e mezzo fa, quando i putribondi 5Stelle decisero di sperperare la bellezza di 7-8 miliardi l’anno ai poveri e ai disoccupati (categorie spesso coincidenti), sottraendoli ai veri bisognosi: cioè i ricchi e i ladri di Stato (categorie spesso coincidenti, ma che godono di buona stampa perché la finanziano).
Prima non esistevano neppure mafia, camorra e ’ndrangheta, fondate giusto nella primavera 2019 per arraffare il Reddito di cittadinanza. Infatti, a ogni retata antimafia, i giornaloni mica si preoccupano per le migliaia di mafiosi in circolazione, ma perché alcuni di loro rubano 500 euro al mese di Rdc. Ora però la pacchia per i poveri sta per finire: ancora sei mesi e almeno quelli “occupabili” smetteranno di gozzovigliare a caviale e champagne con 500 euro al mese per la gioia di tutti i Barbano e i 7-800 milioni risparmiati potranno finalmente finanziare i 12 condoni fiscali del governo Meloni. Cioè torneranno ai legittimi proprietari del denaro pubblico versato da quei fessi che ancora pagano le tasse: gli evasori. La violenza dentro e fuori gli stadi, come per incanto, svanirà e gli ultras rivali si abbracceranno come agnellini nelle curve e negli autogrill, come prima del 2019. Oppure, da bravi occupabili, si troveranno un onesto lavoro nelle premiate ditte Cosa Nostra Spa, ’Ndrangheta Srl e Camorra Sas, sempreché queste – senza più il Reddito di cittadinanza – riescano a tirare avanti.