martedì 3 gennaio 2023

Inizio molto Travagliato

 

Vado, lo sequestro e torno
di Marco Travaglio
Siccome chi passa il Capodanno a Cortina in un bell’albergo non può difendere i poveri, immagino che il sottoscritto, non avendo mai subito sequestri di persona né lesioni gravissime, non possa difendere le persone sequestrate o menate a sangue. Mi limiterò dunque a porre una domanda ai Fratelli d’Italia, da Meloni e Nordio in giù, così appassionati ai massimi sistemi tipo giustizialismo e garantismo: ma vi siete accorti di quello che sta avvenendo con l’entrata in vigore della schiforma Cartabia? Non l’avete fatta voi, anzi non l’avete neppure votata, quindi potreste cancellarla con un decreto di una riga, di cui nessuno oserebbe contestare la necessità e l’urgenza. Nel primo giorno di vigenza, la Cartabia ha annullato l’arresto del trapper Simba La Rue e il processo a lui e a tre complici per aver sequestrato e pestato il giovane Baby Touché: il sequestro di persona e le lesioni gravi e gravissime non sono più punibili senza la querela della vittima. E Baby Touché non ha denunciato i suoi aguzzini, che l’han fatta franca a norma di legge Cartabia.
I pm di tutt’Italia stanno vagliando migliaia di casi analoghi (anche per furti, molestie, truffe non aggravate): o convincono le vittime a querelare, o devono scarcerare e lasciare impuniti sequestratori, picchiatori, ladri, truffatori e molestatori. Com’è avvenuto il 31 dicembre per tre spacciatori albanesi che nel 2017, a Loano (Savona), picchiarono e rapirono un giovane connazionale loro cliente: per “costringerlo a corrispondere continue somme di denaro – scrive il pm – lo colpivano con schiaffi e pugni, lo caricavano su un’Audi scura, lo legavano e trasportavano a casa” di un complice a Genova, dove lo “picchiavano nuovamente, tenendolo chiuso in casa per alcune ore” e “lo liberavano dopo avergli fatto promettere il pagamento di migliaia di euro” e averlo ridotto in “stato di soggiogazione”. Perciò la Procura aveva ottenuto dal gip l’arresto di due indagati per “il concreto e attuale pericolo che commettano delitti della stessa specie” e la “totale indifferenza per le norme della civile convivenza” e il giudizio immediato perché la prova era “evidente”. Ma ora la vittima ha ritirato la querela (non avrà mica paura dei suoi aggressori?) giusto in tempo per l’entrata in vigore della Cartabia: addio reati di sequestro di persona e lesioni. Per i quali il pm dovrà chiedere la scarcerazione e il proscioglimento dei due galantuomini (con precedenti), sperando che reggano altre accuse ancora perseguibili d’ufficio. Domanda ai nostri governanti: in attesa di decidere se la Cartabia è garantista o giustizialista e se picchiare, sequestrare e schiavizzare un ragazzo è più o meno grave che partecipare a un rave party, questa vergogna quando la cancellate?

lunedì 2 gennaio 2023

Punti di vista

 



Il discorso del 2006

La lectio di Ratisbona che rischiò di scatenare uno scontro di civiltà

DI SILVIA RONCHEY

Quando il 12 settembre 2006, nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg, Joseph Ratzinger tenne la sua lectio magistralis in seguito nota come discorso di Ratisbona, l’uditorio rimase agghiacciato. L’allora pontefice aveva esordito evocando una condanna dell’islam come religione intrinsecamente «malvagia e disumana», originariamente diretta «a diffondere la fede con la spada», per una vocazione jihadista che veniva fatta risalire direttamente a Maometto. Tutti capirono che l’esternazione del papa di Roma, di lì a poi benevolmente definita gaffe, era destinata a suscitare reazioni a catena che sarebbe stato eufemistico chiamare incidenti diplomatici: effetti politici, piuttosto, di gravità immensa, nel momento di massimo lustro della teoria dello scontro di civiltà seguito all’offensiva del terrorismo qaedista «contro i nuovi crociati occidentali», proprio quando le energie pensanti dell’occidente moderato facevano di tutto per distinguere tra storia e propaganda, tra ideologia dell’integralismo islamico contemporeaneo e civiltà di quell’islam antico che la sua mistificazione politica rivisitava. Ma, al di là del disastro comunicativo, che avrebbe alimentato il polarizzarsi degli opposti integralismi sul rovente scacchiere geopolitico dei primi due decenni del secolo, qualcos’altro apparve chiaro fin dai primi minuti di quel discorso: che Ratzinger non era, come tanti fino ad allora avevano voluto considerarlo, un formidabilestudioso. Aveva usato, per esprimere l’idea di una «cattiveria» di Maometto, le parole di un imperatore bizantino, Manuele II Paleologo, decontestualizzandole e capovolgendone — forse inconsapevolmente — il vero senso. Quella che di lì a poi i commentatori avrebbero considerato la testimonianza tombale di un’inconciliabilità assoluta tra la religione della cristiana Bisanzio e quella del suo vicino islamico era invece attinta proprio da un dialogo interconfessionale, per la precisione dal settimo di ben ventisei Dialoghi tra un cristiano e un musulmano, in cui la controversia era un genere retorico e non certo l’espressione di un’intolleranza ideologica. L’interlocutore di Manuele II era il dotto direttore di una madrassa: nelle parole di Manuele stesso, un anziano che «non si compiaceva della discordia» ed era anzi eugnomon,cioè non solo saggio, ma “di retta opinione”. L’obiettivo del lungimirante imperatore bizantino non era insultare o sminuire la religione dei suoi pacifici interlocutori, con i quali discuteva su un piano di parità, tanto che il musulmano sosteneva di voler capire il culto cristiano ma di non trovare maestriadeguati a spiegarglielo. Era, piuttosto, esporre la visione molto meno tollerante che dell’islam aveva la chiesa di Roma.

Proprio nelle parole evocate da Ratzinger, Manuele II citava testualmente la traduzione di un trattato latino, ilContra legem Sarracenorum scritto alla fine del XIII secolo dal domenicano fiorentino Ricoldo da Montecroce. Lungi dall’esprimere la propria opinione dell’islam, Manuele II riportava allusivamente le posizioni antislamiche dell’occidente e lanciava un messaggio politico al papato cattolico, non dimenticando che nel 1204 erano stati i crociati a dichiarare contro Bisanzio la guerra santa, mettendo Costantinopoli a ferro e fuoco e spingendo il clero e la popolazione bizantina dalla parte dei turchi.

Il seguito del discorso, a Ratisbona, non fu più confortante per chi di quel pontefice aveva avallato con entusiasmo l’immagine di profondo teologo. Sempre partendo dalle parole di Manuele II, Ratzinger polemizzava con la dottrina “musulmana” dell’assoluta trascendenza del divino e si induceva, per confutarla, a una disquisizione sul Logosmenzionato nel prologo del vangelo di Giovanni («in principio era ilLogos »), che interpretava però tout court come “ragione”, riconducendolo senz’altro alla ricerca filosofica socratica dell’antica Grecia, attribuendo a san Paolo «una specie di illuminismo» e tracciando una relazione diretta con il razionalismo dei moderni, tanto da invitare «a questo grande logos, a questa vastità della ragione, i nostri interlocutori nel dialogo delle culture». Ora, all’interpretazione delle iridescenze del sostantivo che compare all’inizio del quarto e più filosofico vangelo sono state dedicate centinaia di migliaia di pagine, in un millennio e mezzo di speculazione teologica, dai padri della chiesa alla Riforma e fino ad oggi. Comunque si voglia interpretare ilLogos del prologo giovanneo, che sia desunto dall’arsenale semantico giudaico alessandrino o dal sistema di Plotino, che sia ultimo effluvio della sapienza di Eraclito o esalazione del bacino gnostico, che sia Verbo in quanto «parola che resta, pronunciata nello spirito e non percepita attraverso il suono», come tormentosamente congetturava Agostino, o Sinn, “significato” (dell’essere, dell’esistere), secondo una delle interpretazioni su cui Goethe fa scervellare Faust, che sia, con Borges, condiscendenza dell’atemporale «al linguaggio, che è tempo successivo », sta di fatto che quel giorno a Ratisbona, non solo per ciò che disse sull’islam ma anche per l’uso che fece del più importante concetto filosofico cristiano, l’elegante figura di Ratzinger si spogliò di quell’abito di colto, sofisticato intellettuale, che pure ritenne di non avere mai smesso.

L’allora pontefice aveva condannato l’Islam come religione malvagia e disumana, diretta a diffondere la fede con la spadaUsò le parole di un imperatore bizantino, Manuele II Paleologo, senza coglierne forse il vero senso E scatenò una polemica.

7x17x17


Questo 2023 non sarà certamente amico degli eptacaidecafobi, ossia coloro che ritengono il numero 17 portatore di sventure - arridaie verrebbe da dire pensando al triennio passato con quei minchioni di 2020/21/22! 
E perché mai l’eptacaidecafobo dovrebbe arrossarsi le gonadi difronte all’anno neonato? La fattorizzazione (niente di campestre, solo algebra) del numero è la seguente: 
7x17x17 = 2023! 
E allora via con corna, cornetti, grattate! Tra l’altro proprio ieri ho mangiato una valanga di lenticchie e oggi in treno in modalità non subliminale lo sanno pure i compagni di viaggio! Non mi ritengo un eptacaidecafobo, tutt’altro! Nella ruota il 17 fa parte degli orfanelli, e lo preferisco di gran lunga al 13! Appuntamento tra 363 giorni per vedere se la ragione andrà agli eptacaidecafobi o agli altri. Buona grattata!

Così è!




sabato 31 dicembre 2022

Ascoltate il Mito!


 Gaber - Qualcuno era comunista

Ricorrenza

 


Daniela Vs Genny

 


Caro Genny, oltre a dar lustro all’Italiano riprendiamoci pure Nizza e la Savoia

DI DANIELA RANIERI

“Usare parole straniere è snobismo radical chic”, ha detto il ministro della Cultura Sangiuliano usando tre parole straniere. Non ci caschiamo. Ormai il giochino è chiaro: uno tra i più rimarchevoli esponenti del governo (collezionisti di busti del Duce, nostalgici delle punizioni scolastiche, cacciatori al cinghiale urbano, riccone in stile balneare, etc.) dice qualcosa di larvatamente fascista, di un fascismo da cabaret; quelli di sinistra – che quelli di destra, insipienti dell’origine dell’espressione, chiamano radical chic – si incazzano, producendosi in paginate di analisi e piagnistei; loro gongolano, avendo ottenuto il doppio risultato di: 1) giustificare il loro stipendio; 2) distrarre l’opinione pubblica dalle vere pecche del governo Meloni.

Messasi di buzzo buono a combattere l’egemonia culturale della sinistra (nella tv pubblica, dove fino a ieri Sangiuliano dirigeva un Tg, nella scuola, dove prima dell’arrivo di Valditara non vigeva il Merito ma il 6 politico, etc.), la battagliera intellighenzia di destra ha dichiarato guerra alla spocchiosa élite di chi non vota FdI: residenti delle Ztl, sì-vax, cosmopoliti (globalizzati, meticci, venduti, traditori della Patria); tutta gente che loro, seguitando la propaganda monomaniaca dei giornali di destra, chiamano radical chic (nota a margine e tuttavia rilevante: la sottoscritta è autrice di AristoDem. Discorso sui nuovi radical chic: figuriamoci se a noi i privilegiati di finta sinistra stanno simpatici). Guerra pure ai poliglotti, che impoveriscono la lingua di Dante, come già Mussolini lamentava; così invece del cachemire indosseranno il casimiro, e stasera brinderanno a sciampagna tra ricchi premi e cotiglioni, tiè.

Il tutto mentre Meloni, più draghista di Draghi e più confindustriale di Confindustria, vara una Finanziaria ligia all’austerità, riduce la spesa pubblica, taglia la Sanità, spende miliardi per le armi obbedendo a Nato-Ue, affama i poveracci, ricatta i disoccupati costringendoli ad accettare qualunque lavoro (la gens nova del “momento Polanyi”, la rivolta delle masse contro le élite, si guarda bene dal fare una legge sul salario minimo). Encomio perciò agli arditi intellettuali revanscisti: è dura fare epica dannunziana stando in un governo neoliberista, in cui Salvini cita la Thatcher e Meloni Ronald Reagan. (Se a Sangiuliano riesce di mettere l’italiano lingua ufficiale in Costituzione, com’era nello Statuto albertino, già che ci siamo riprendiamoci pure Nizza e la Savoia).