venerdì 30 dicembre 2022

Ottimo

 

Il profetico Bufalino odiava la politica “tirchia e feroce”
DI DANIELA RANIERI
Nel 1991 il critico letterario Guido Almansi raccolse in Perché odio i politici (Mondadori) l’esasperazione di 96 “campioni scelti degli italiani” (scrittori, filosofi, attori, docenti universitari) non tanto per le ruberie e il peculato, “inevitabile risvolto tecnico della politica”, quanto per il “basso livello umano raggiunto dai nostri politici, personaggi perlopiù intellettualmente modesti, spiritualmente vuoti, moralmente viscidi”. Era il IV governo Andreotti; sarebbero seguiti Amato, Ciampi, Berlusconi. Tra le risposte di Mario Luzi, Raffaele La Capria, Vincenzo Consolo, Vittorio Gassman, Antonio Cederna etc., brillava questa dello scrittore siciliano Gesualdo Bufalino (1920-1996), funambolo della parola sopraffina e alata, profeta, alla luce del “crac” attuale, di straordinaria lungimiranza politica.
Odio? No. L’odio è una passione a suo modo eroica, non la sciuperei su bersagli di così povera specie. E se non odio, che altro sentimento? Direi una sorta di rancore quieto, che si stempera volentieri nel disincanto, senza osare esplodere – per sfiducia, per pigrizia senile – in un gesto o in un grido. Il prezzo che pago è di apparire, controvoglia, un disertore dell’arengo civile. Peggio: un succube, un connivente… In verità da anni non voto. Me ne vergogno, ma non so che farci. Delle scalmane ideologiche sono guarito prestissimo, una trista chiaroveggenza m’insospettisce d’ogni utopia… Mi chiedo spesso perché, se è fatale tanta degradazione. Riapro Il matrimonio di Figaro: “Fingere d’ignorare ciò che si sa e di sapere ciò che s’ignora; di capire ciò che non si capisce, di udire ciò che non si sente, di potere più che non si possa; esser solito nascondere questo gran segreto: che non c’è nulla da nascondere; apparire profondi quando si è soltanto vuoti… La politica è tutta qui”. Male antico, dunque? Sarei tentato di crederlo, io che fin dal principio mi son visto dai politici assassinare la giovinezza e sconvolgere il corso naturale del mio crescere in uomo. Tempi difficili, di stivali e di trombe, in cui tuttavia l’assuefazione all’aria del carcere e l’ignoranza della luce rendevano meno dolorose le tenebre. Quando ne uscii, so io con che animo lieto mi apersi alle novità della storia; come respirai, con quel poco di polmoni che la guerra m’aveva lasciato, l’aria salmastra della libertà! Durò poco, e ogni anno fu peggio. Oggi dai politici mi sento rinchiuso fra le stesse quattro mura di un tempo. Mi ripeto la frase illustre: “Io sono solo, loro sono tutti”. E dire che fino a poco fa una parvenza di programmi e contegni contrapposti ancora li distingueva, fuori e dentro il Palazzo. Oggi nel Palazzo ci sono tutti, le divise si scambiano a piacere, quanto più le risse sono fragorose, tanto più sono finte. Un unico gigantesco partito li arruola tutti, dal Montecitorio più grande agli altri, innumerevoli, sparsi per la penisola. E quanto parlano, poi… Quale quotidiano inesauribile vilipendio della parola… È questa l’offesa che duole di più: ci taglieggiano, ci sgovernano, ci malversano… Ma almeno stessero zitti; smettessero questo balletto di maschere, questo carnevale del nulla, al riparo del quale mani avide intascano, leggi inique o vane si scrivono, ogni proposito onesto si sfarina in sillabe senza senso… Esagero? Esagero, ma ditemi: quanti sono oggi coloro che intendono veramente la politica come servizio? E non sono costretti a nascondersi come lebbrosi? E per uno che opera con coscienza e fatica, quanti altri sono solo vesciche pompose, busti di cartone, pastori di nuvole, puri e semplici ladri? Il risultato è sotto gli occhi di tutti: uno Stato tirchio e scialacquatore, frenetico e inerte, feroce e longanime, occhiuto e cieco… Meno male che sono vecchio. Mi dice un facile calcolo che il crac prossimo venturo mi sarà risparmiato. “E ora sbrigatevela voi”, dirò l’ultimo giorno, fregandomi le mani sotto il lenzuolo.

giovedì 29 dicembre 2022

Adios O Rey!



Probabilmente visto che ci sono due papi, ci sono anche due numeri uno, ma fare questo tipo di classifiche è materia di blateranti. Sicuramente Pelé era il numero uno, visto che eccelleva in tutto: scatto, tiro ambidestro, fantasia a sfare, visione di gioco stratosferica, colpo di testa, scatto, velocità. Insomma tutto! Famosissimo per i “quasi gol” che se fossero entrati sarebbero diritto nella storia della galassia, come la finta contro l’Uruguay. Ma a mio parere l’incredibile O Rey lo raggiunse nel primo gol nella finale contro l’Italia in Messico nel 1970: uno stacco eterno, una staticità in aria scioccante, con scienziati di allora dubbiosi sulle regole governanti la fisica, con Burnich che tentò di contrastarlo, invano. Se ne va il più grande, raggiungendo l’altro più grande. E lassù sarà fiesta eterna!

The dark side of the Moon



The dark side of the Moon (foto NASA scattata da un satellite a 1,4 milioni di Km dalla Terra. La faccia della Luna è quella sempre nascosta)

Ritorno aggravante

 


Non bastassero già i problemi che questo cazzo di 2022 ci ha propinato, la guerra tra un killer aggressore assassino di bimbi e inermi, di decine di migliaia di giovani soldati costretti al martirio, di ex amici miliardari misteriosamente suicidi, e un esaltato sognante di immischiare in questo orribile conflitto la Nato, per agevolare la terza guerra mondiale; di un virus bastardo oramai trattato con derisione, ma non piegato minimamente, che sta impestando in queste ore il paese di origine, il quale, con metodi affossanti tipici di quel regime di merda, sta occultando dati, informazioni che potrebbero divenire utilissimi per l'eventuale e quasi scontata nuova variante probabilmente inficiante gli attuali vaccini; la crisi dei Balcani pericolosamente vicina ad un ennesimo conflitto che all'assassino russo fa venire l'acquolina in bocca; la crescente divaricazione sociale distruggente ceti bassi e medio alti, l'onnivora crescita esponenziale di balordi dediti al lucro fine a se stesso, l'ascesa di governi come il nostro, Robin Hood all'incontrario che proteggono i ricchi affossando ulteriormente il popolino, con anomali comportamenti delle più alte cariche dello Stato, la prima silente, la seconda palesemente fascista e festeggiante l'anniversario di quel movimento sociale che un tempo politici sani di mente estromisero dall'arco costituzionale. 

Ebbene si può dire con estrema sicurezza che il peggio deve ancora arrivare, nel 2023! 

Perché a questi problemi se ne aggiungerà un altro molto, molto serio: oggi il governo retto da questo figuro assetato di potere, qualunque esso sia, otterrà la fiducia del parlamento israeliano. Ma più che un governo, sarà una mefitica miccia che porterà la zona medio orientale a divenire nuovamente protagonista nell'escalation bellica. Perché Bibi, così soprannominato dai suoi sodali, pur di tornare in tolda ha stretto accordi con le due formazioni ultraortodosse – i sefarditi dello Shas e gli ashkenaziti di United Torah Judaism – e i tre gruppi nazional-religiosi, il Partito Sionista Religioso (Psr), Potere Ebraico e Noam. Ed inoltre: poteri senza precedenti sulla polizia per Itamar Ben Gvir, il controverso leader di Potere Ebraico che diventerà ministro della Sicurezza Nazionale; la possibilità per il capo di Shas Aryeh Deri di diventare ministro delle Finanze nonostante una recente condanna per evasione fiscale e la creazione, voluta dal Psr, di un ministero per il controllo degli affari civili della Cisgiordania in precedenza di competenza del Ministero della Difesa.
L'ennesima mina vagante che sommata alle precedenti farà del 2023 un anno molto difficile, con gineprai di conflitti vicini a sfociare in una guerra mondiale dalle conseguenze imprevedibili.
Avessimo la decenza intellettuale di ascoltare i moniti sorgenti dal cuore di Papa Francesco, uno dei pochi a definire la guerra, ogni guerra, una pazzia e briganti chi fornisce armi, probabilmente la situazione migliorerebbe e non poco.
Ma non lo sta considerando nessuno, anzi a volte, come fece Rai Uno, lo censurano pure! Le guerre infatti sono orribili, ma portano tanti soldoni ai soliti noti.

  

Opposti

 


A proposito di decreti legge

 

Una misura odiosa
DI CARLO BONINI
Diciamolo per quello che è. Il decreto migranti – che è più esatto definire il decreto Ong – licenziato dal Consiglio dei ministri – è una misura di bandiera ed è, per giunta, una misura odiosa. Nel metodo e nel merito. Un governo privo anche solo di un semplice straccio di disegno politico utile a fronteggiare una vicenda epocale e complessa come quella dei flussi migratori dal Sud del mondo, sceglie infatti la scorciatoia autarchica di ridurre la questione a un regolamento di conti con le Organizzazioni non governative, già additate a feticcio di campagna elettorale. E, per farlo e per giustificare il ricorso allo strumento della decretazione di urgenza, trasforma le attività di soccorso umanitario nel basso Tirreno in potenziale minaccia all’ordine pubblico e alla sicurezza nazionale. Anche a dispetto del dato oggettivo che le vuole responsabili soltanto di un modesto 11 per cento del totale degli arrivi di migranti nel nostro Paese. Di più: nel farlo, impone per legge norme di comportamento e relative sanzioni che hanno una funzione esclusivamente afflittiva. Non dunque quella – ragionevole - di incardinare il soccorso umanitario in una cornice più ampia di coordinamento del soccorso in mare. Ma, più crudelmente, di rendere quell’attività umanitaria sempre più difficile. Se non impossibile. Con un unico risultato: svuotare il Mediterraneo di occhi e orecchie in grado di testimoniare o anche solo di provare a impedire che il nostro mare continui ad essere un immane e silenzioso cimitero di innocenti.
Né è utile a ripulire il decreto dall’odioso cinismo che lo ispira l’affermazione, ripetuta dal governo dal giorno uno del suo insediamento, che le nuove norme siano necessarie a colmare un vuoto regolamentare di cui le Ong avrebbero abusato nelle loro operazioni di soccorso. Per un semplice motivo.
Che un codice di comportamento “pattizio” tra Stati e Ong esiste da tempo, è stato adottato dai 27 Paesi dell’Ue ed è regolarmente richiamato in ogni summit dedicato al tema dei migranti.
Il ministro dell’Interno sa bene che il decreto che rende impossibile la vita agli equipaggi delle navi delle Ong non solo non risolve il tema dei flussi e degli sbarchi (la cui geografia si è per altro modificata nel tempo, come testimonia l’aumento degli approdi sulle coste calabresi). Ma, soprattutto, sa bene, per esperienza, che non esiste una “via italiana” alla questione migratoria. Mettere dunque la faccia e il suo nome su questa misura non solo non gli renderà il lavoro più agevole ma, se possibile, glielo renderà ancora più complicato. Il messaggio che, da ieri sera, Meloni torna a mandare all’Europa è infatti quello di un Paese, l’Italia, la cui supponenza autarchica è pari solo al suo isolamento. Introdurre la possibilità di chiedere asilo politico al Paese la cui bandiera batte la nave Ong, battezzare come “porto sicuro” l’approdo possibilmente più lontano dal punto di primo salvataggio, serve infatti solo a riproporre un’idea infantile, coatta, dei rapporti tra Stati partner in Europa. Per altro, dimostrando di non aver imparato nulla dalla crisi con Francia e Germania del mese scorso. Quando il braccio di ferro con Parigi e Berlino è servito solo a non ottenere alcunché in sede europea e a ricacciare in fondo all’agenda di Bruxelles il tema dei migranti.
È quello che accade a chi, come Meloni, si illude che il vuoto pneumatico di visione, progetto e ascolto di un governo, possa essere riempito, appunto, da qualche norma di bandiera da agitare di fronte agli occhi della propria base elettorale. Soprattutto se accompagnata da qualche indecente spin da veicolare sui social.
Sarebbe confortante sapere che qualcuno, a Palazzo Chigi, abbia la voglia e la forza di bucare la bolla di devozione narcisista in cui la premier è assisa per interrompere questa drammatica coazione a ripetere. Che oggi misuriamo sui migranti e, da domani, misureremo con la minaccia che il Covid torna a portare alle nostre esistenze. Ma questo presupporrebbe la consapevolezza che un governo, per quanto politico, ha il dovere di rispondere anche e soprattutto a chi non lo ha scelto ed opera in un quadro che non è delimitato soltanto dalle nostre acque territoriali o dai nostri confini terrestri.
Evidentemente, non accadrà. Nel frattempo, potremo addormentarci ogni sera sapendo che abbiamo reso la roulette russa con la vita di chi prende il mare fuggendo dalla disperazione una sfida ancora più impari. Che poi saperci feroci non ci avrà reso più forti è naturalmente un dettaglio.

Il sistema contro i poveri

 

Viva i ladri vaccinati
di Marco Travaglio
Lo dicevo io che, alla fine della fiera, l’unica delinquente resterà la cantante Madame, che va cacciata immantinente dal Concertone di Capodanno a Roma e pure dal Festival di Sanremo per omessa puntura. Lo dice quel buontempone dell’assessore laziale D’Amato, condannato dalla Corte dei Conti a risarcire 275 mila euro sgraffignati alla Regione e dunque candidato di Pd, Azione e Iv a presidente della Regione. E lo dice la capogruppo di Azione in Comune, Flavia De Gregorio: siccome i calendiani sono garantisti, per la presunzione di innocenza e per la candidabilità dei condannati fino alla Cassazione, per l’indagata Madame “è più opportuno rinviare la sua presenza al concertone di Capodanno” (testuale: tanto per lorsignori è Capodanno tutto l’anno). Intanto, per coerenza, Azione si dà un gran daffare per anticipare le destre nell’impresa di spazzare via la Spazzacorrotti e riesumare la prescrizione che inceneriva 200mila processi l’anno. Siccome la legge Bonafede blocca la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, la Cartabia lanciò il salvagente dell’“improcedibilità” ai colpevoli che non potevano più farla franca in appello e in Cassazione allungando i tempi dei processi: ora, se riescono a far durare il secondo grado due anni e il terzo un anno, vivranno tutti felici, contenti e improcedibili.
Ma resta da garantire l’impunità durante le indagini, l’udienza preliminare e il giudizio di primo grado: a quello provvede il calendiano Enrico Costa, già forzista e autore di splendide leggi ad Nanum, che infila nella fogna del dl Rave un ordine del giorno per impegnare il governo “al ripristino della prescrizione sostanziale in tutti i gradi di giudizio”. Il pregiato scampolo di prosa, firmato da tutti i parlamentari di Azione&Iv, osa financo rammentare che “l’allungamento dei tempi processuali collide con gli obiettivi del Pnrr che ne impongono una significativa riduzione, e contrasta con i princìpi costituzionali”. Se non fosse gente senza vergogna (sennò non si chiamerebbe Calenda o Renzi o non starebbe con loro), si potrebbe ricordarle che il primo a promettere di abolire la prescrizione era stato il rignanese quando era premier e il pariolino era suo ministro al Mise; e che i tempi processuali si allungano proprio perché l’imputato mira alla prescrizione o all’improcedibilità. Basta levargli entrambe le aspettative e nessun imputato sicuro di arrivare a sentenza definitiva avrebbe interesse a pagarsi l’avvocato più a lungo del normale. Ma sono cose che questi impuniti sanno benissimo, solo che non possono ammetterlo e preferiscono mentire. Il loro unico obiettivo di finti oppositori è lo stesso del governo Meloni: risparmiare la galera ai ladri di Stato. Purché siano vaccinati, si capisce.